Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 4 agosto 1997
L’industria europea dell’automobile soffre, ormai dai primi anni Novanta, di un rilevante eccesso di capacità produttiva
• L’industria europea dell’automobile soffre, ormai dai primi anni Novanta, di un rilevante eccesso di capacità produttiva. E il settore dell’automobile registra anche uno dei maggiori tassi di integrazione a livello continentale. Le macchine, in Europa, si comprano, tranne che in Germania, secondo le marche, e non secondo le nazionalità delle imprese che le producono. Tenendo conto di questi due fatti, ho scritto, prima della introduzione degli incentivi alla rottamazione, a favore di un incentivo a distruggere macchine vecchie non legato all’ acquisto di macchine nuove.
• Sarebbe servito a rilanciare il mercato dell’usato e da lì, l’effetto sarebbe risalito verso il mercato del nuovo, facendo, per così dire, un viaggio e due servizi.
Era evidente, infatti che l’introduzione di incentivi alla rottamazione collegati esclusivamente all’acquisto di macchine nuove avrebbe costituito un caso di rilancio della domanda europea di automobili promosso da una sola autorità nazionale. I produttori di tutta Europa, infatti si sarebbero precipitati nel paese che introduceva gli incentivi cercando di vendervi tutto il possibile. L’esperienza della Francia e della Spagna parlava chiaro. Così è stato infatti, anche in Italia. Abbiamo ora a disposizione le statistiche dell’Anfia su produzione, vendite, ed esportazioni di automobili e, leggendole, tutte le nostre previsioni sono confermate.
• Nei primi sei mesi del 1997 la produzione di automobili in Italia è aumentata del 7 per cento. Grande la felicità del produttore nazionale che confronta i dati del 1997 con le vacche magrissime degli ultimi cinque anni. E con quelle addirittura scheletriche del secondo semestre 1996, quando per l’appunto furono solo gli incentivi francesi alla rottamazione, e il cambio debole, a salvare Torino da una catastrofe produttiva e occupazionale di proporzioni bibliche. Quest’anno, invece, il produttore nazionale ha restaurato il conto economico, accontentandosi di vendere il 7 per cento di automobili in più. Ma delle 814.000 automobili prodotte in Italia nel primo semestre 1997, 278.579 sono state esportate. Questo vuol dire che il produttore nazionale ne ha vendute in Italia poco più di cinquecentomila. Che non sarebbe un brutto risultato, se non lo si confrontasse con il 1.312.400 di automobili vendute nel nostro paese nello stesso periodo. Che sono il 31,3 per cento in più delle macchine vendute nel primo semestre 1996. Così, anche se i plauditores abituali gridano al miracolo, la quota di automobili di produzione nazionale vendute in Italia è scesa al 38 per cento.
• Ottimo, come risultato europeo. Abbiamo restituito il piacere che ci avevano fatto lo scorso anno i francesi. Ma anche il fisco italiano è soddisfatto. Gli incentivi hanno reso di più di quanto sono costati. Né si lagna la Fiat, che ha rimpannucciato il conto economico e lancia grandi iniziative di world car. Ma conta sempre meno sul mercato di casa. D’altro canto, come avrebbe potuto il nostro produttore unico fidarsi di incentivi di durata annuale per cercare di riconquistare quote del mercato nazionale? Ormai il 30 per cento di produzione che destina all’export serve da polizza di assicurazione per i tempi bui, e da esso non può distogliere più di cinquanta-sessantamila macchine, come ha fatto quest’anno, per servire i clienti nostrani. Dopo aver convinto i propri concessionari a cercare la fortuna in altre alcove, non può cercare adesso, a caro prezzo, di riconquistarli solo perché il governo ha deciso di lanciare un’ annata di incentivi.
• A ben guardare, appare chiaro che l’incentivazione fiscale dell’acquisto di automobili mediante la rottamazione è una misura di politica economica squisitamente latina. L’hanno introdotta i governi di Italia, Francia e Spagna. Come spesso nelle cose d’Europa, cospicui beneficiari ne sono stati però i produttori tedeschi e giapponesi. Tralasciando questi ultimi, che non fanno la politica economica del nostro continente, ci diverte, per modo di dire, la posizione tedesca pronta a deplorare la sregolatezza fiscale dei latini, per poi servirsene per mantenere i livelli produttivi della propria industria automobilistica. Approfittando pure della debolezza del marco, per aiutare l’export, mentre addossano ai latini scioperati la colpa della futura presunta inaffidabilità dell’Euro.
• I governi delle nazioni latine, se sapessero far valere le proprie ragioni, dovrebbero esigere dalla Germania l’introduzione di un incentivo alla rottamazione per il 1998. il suo turno dopotutto. Ma non c’è molto da sperare. Grazie al deprecabile, ma indispensabile, marco debole, i produttori tedeschi di automobili stanno esportando tutto l’esportabile con fior di profitti, e poco si curano del mercato interno che langue. Americani, russi, centro-europei e asiatici hanno riscoperto il gusto di Mercedes e BMW, ma anche di Volkswagen Audi Opel e Ford, ora che si possono avere a prezzi imbattibili. Perché dovrebbe, il governo tedesco, restituire il favore ai latini? Gli incentivi, dopotutto, essi li hanno introdotti per motivi interni, non per far piacere alla Germania. A questo punto, vista la persistente asfissia del mercato dell’ usato e la prossima fine del boom indotto dagli incentivi, persino se questi sono reiterati (visto che essi sono serviti solo a far anticipare acquisti, che altrimenti si sarebbero distribuiti su parecchi anni) rilancio la mia proposta di premiare la rottamazione tout court di macchine vecchie. Almeno le macchine vecchie sono tutte ormai «italianizzate».
• Per concludere, tuttavia, val la pena riflettere sulla opportunità di una misura flscale che è servita a far aumentare le importazioni, diminuire le esportazioni, scombinare l’equilibrio intertemporale dei consumatori italiani, e far scendere al 38 per cento la quota di macchine italiane vendute nel nostro paese. E che, in aggiunta, visto il livello della lira, ha indotto gli entusiasti produttori italiani di automobili, parti e componenti e pezzi di ricambio, a imbarcarsi in una vigorosa politica di costruzione di impianti all’estero, impiegando giudiziosamente la valuta proveniente dal gigantesco surplus delle partite correnti italiane.