28 luglio 1997
Il delitto Versace. non può essere stato Cunanan
Il Foglio dei Fogli, 28 luglio 1997
• Torniamo sul delitto Versace, intorno al quale abbiamo già ragionato la volta scorsa. Come si sa, nel frattempo, il cadavere del presunto assassino Andrew Cunanan è stato trovato a bordo di un barcone ormeggiato al 5250 della Collins Avenue, all’angolo con la Cinquantesima. S’era sparato in faccia e non era riconoscibile. L’Fbi ha dichiarato che si trattava di lui dopo molte ore dal ritrovamento grazie alle impronte digitali. Si deve in ogni caso tener conto di questo: tutte le notizie relative al caso Versace sono state fornite dalla polizia di Miami o dall’Fbi. I giornalisti di tutto il mondo non hanno prodotto una sola riga di informazione alternativa. Si tenga conto anche di questo: l’azienda Versace ha 1.204 dipendenti sparsi in tutto il pianeta per i cui stipendi spende ottanta miliardi l’anno (67 milioni di media a testa). Ma le spese di promozione e pubblicità sono maggiori di quelle sostenute per gli stipendi: 87 miliardi l’anno, pari al 10 per cento del fatturato. Una cifra enorme, che mette sull’attenti tutti i direttori di giornale. I Versace, cioè, sono abituati a leggere sulla stampa mondiale solo quello che desiderano e chi ha sgarrato (per esempio, l’’Independent” che parlò di riciclaggio di denaro sporco attraverso i 2600 punti vendita non monomarca) ha pagato caro: l’’Independent” dovette sborsare 250 milioni di risarcimento, che furono naturalmente versati in beneficienza. Per capire la potenza comunicativa del gruppo (e di tutti gli stilisti in genere) si può fare questa semplice considerazione: nel corso degli anni decine e decine di persone hanno potuto manifestare dubbi e talvolta persino disgusto per artisti indiscutibili, come per esempio Picasso. Nessuno mai, invece, ha osato pronunciare una sola parola sulla cosiddetta arte di Versace. E nemmeno, del resto, sulla cosiddetta arte di Valentino, Armani, Yves Saint-Laurent o Pierre Cardin.
• Qual è stata, a questo proposito, la linea di condotta dei Versace dopo il delitto? Questa: da un lato c’era la necessità di trasformare la morte di Versace in un grande evento mediatico, perché mai come ora è importante promuovere la griffe (il buyer Guido Caprini dell’Unione Banche Svizzere ha così risposto alla domanda: a quali condizioni la Gianni Versace spa riuscirà a sopravvivere all’improvvisa scomparsa del fondatore? «Molto è legato all’intensità del battage pubblicitario. Se si manterrà sui livelli precedenti, non dovrebbero esserci problemi», vedi infatti la messa in Duomo, la vigilanza all’urna come se si trattasse di un santo, ecc.); ma dall’altro lato c’era una quantità di informazioni che non potevano essere controllate ed erano quelle relative al delitto e alle indagini. Subito dopo l’assassinio, l’avvocato Vittorio D’Aiello, legale della famiglia, fece pervenire ai giornali il seguente avvertimento: «A nome di Santo e Donatella Versace diffido i mezzi d’informazione a formulare e diffondere congetture sul delitto». Avendo Gianni Riotta sul ”Corriere della Sera” formulato inevitabilmente delle congetture, l’avvocato D’Aiello lo redarguì con una lettera che il ”Corriere della Sera” non ebbe esitazioni a pubblicare e in cui lo si avvertiva che nelle notizie riferite da Riotta c’era il «pericolo di danneggiare anche l’immagine del gruppo». Quando infine l’Fbi dichiarò che l’uomo del barcone con la faccia sfigurata era Andrew Cunanan, la famiglia si espresse così: «La famiglia Versace rivolge un sentimento di gratitudine e di addolorato ringraziamento a chi ha contribuito a risolvere il terribile assassinio di Gianni». Cioè: la tesi del serial killer è stata fin dal primo momento assolutamente accettata dalla famiglia, che non ha mai nemmeno lontanamente ammesso (arrivando al punto di diffidare i giornali dal fare supposizioni) che l’assassinio di Gianni Versace potesse avere un movente.
• La convenienza di attribuire il delitto di Ocean Drive a un serial killer sta infatti in questo: se è un serial killer non c’è movente. Se non c’è movente, non c’è niente da indagare o da scoprire. A parte, naturalmente, il medesimo serial killer. Si noti che l’ipotesi Cunanan è riportata già dai giornali di mercoledì 16 luglio, quelli usciti il giorno dopo l’omicidio. Citiamo dal boxino di prima pagina del ”Corriere”: «Secondo un portavoce dell’Fbi a Washington ”una delle piste possibili è anche quella di un serial killer gay, Andrew Cunanan”». Come poteva l’Fbi, dopo poche ore, fare già il nome dell’assassino? Tanto più che il delitto di Miami non assomigliava a nessuno di quelli che erano stati attribuiti fino a quel momento a Cunanan: il tenente della Marina Jeffrey Trail era stato ucciso a martellate in testa e l’architetto David Madson a bastonate. Quanto a Lee Miglin: «Andrew lo stordisce, lo lega, lo imbavaglia e lo porta nel garage: lo torturerà per più di un’ora con delle forbici e una sega elettrica. Poi consuma un pasto, si fa barba e doccia. Quindi finisce il lavoro uccidendo la sua vittima con una forbiciata al cuore». Nulla di tutto questo nell’assassinio di Versace: un uomo in calzoncini corti, maglietta grigia e cappelluccio da baseball lo accosta di spalle, lo chiama ad alta voce per verificare che sia italiano e quando quello si volta gli spara in testa. Vedendolo a terra lo finisce con un colpo alla tempia destra. Quindi si allontana a piedi. Potremmo citare centinaia di delitti identici a questo e sarebbero tutti definiti come azioni di killer professionisti. In nessun modo, invece, riusciremmo a trovare una minima parentela con gli altri quattro omicidi attribuiti a Cunanan. Come faceva allora l’Fbi ad accusare questo cosiddetto serial killer? Perché in un garage non lontano da Ocean Drive c’era un pick up rosso appartenuto all’ultima vittima di Cunanan il quale, ci è stato detto, aveva l’abitudine di ammazzare uno, rubargli la macchina e lasciare quest’auto a mo’ di firma sul luogo del delitto successivo. Solo che il pick up era parcheggiato nel garage all’angolo tra la tredicesima e la Collins avenue da almeno due mesi. E in due mesi nessuno lo aveva trovato. Mentre ci arrivarono in pochi minuti dopo che Versace venne ucciso.
• Ma ancora più sconcertante è la sequenza relativa alla cattura. Il guardiano del barcone, un portoghese di 71 anni, sostiene di aver riconosciuto Cunanan dall’ombra che si stagliava contro la finestra. Ma Cunanan non aveva un profilo particolare: era alto un metro e settantacinque e la sua sagoma, vista da dietro un vetro, deve per forza essere identica a quella di milioni di persone. Se il guardiano non è d’accordo con l’Fbi, deve perciò avere semplicemente segnalato la presenza di un intruso nella casa galleggiante che gli era stata affidata. Gli agenti, invece, arrivarono in gran forze e per quattro ore con gli altoparlanti intimarono al presunto prigioniero di uscire. Poi fecero l’irruzione. Ma perché aspettarono tanto? Come hanno riferito quei pochi giornalisti che erano davvero a Miami Beach, la porta della casa era aperta e se c’erano da buttare bombe lacrimogene si poteva far l’irruzione subito, anche perché alle intimazioni degli agenti nessuno dal barcone dava risposta. Le bombe lacrimogene vennero effettivamente buttate verso le otto di sera, cioè dopo quattro ore di assedio. O almeno: l’Fbi spiegò che tre o quattro esplosioni che s’erano sentite erano le bombe lacrimogene e infatti - aggiunse - a causa del fumo il medico legale non potè entrare a prendere le impronte e riconoscere il cadavere fino all’alba. Senonchè Beppe Gualazzini del ”Giornale”, che stava sul posto, riferì così la cosa: «Da fuori si sentono tre, quattro detonazioni. Sono secche. Gas lacrimogeni, s’affrettano a dire quelli della polizia e dell’Fbi. Questi americani, pensate, sono progrediti al punto da rendere invisibile il fumo dei candelotti di gas lacrimogeno, tanto che le telecamere ostinatamente puntate sul cottage non ne rilevano un filo».
• Quanto a Cunanan: «Nessun assassino seriale ha mai agito così. Non c’è un filo che leghi le vittime. Le prime due le conosceva, le altre, probabilmente, no. Non c’è un rituale comune negli omicidi. Anche la sequenza temporale è insolita: anzichè scadenze precise, in corrispondenza del bisogno di uccidere, una furia iniziale, una lunga quiete e poi un assassinio completamente diverso dai precedenti. Quanto al movente che l’ha determinato è rinchiuso nel sacco di plastica con il corpo di Cunanan. Gli psicologi e i criminologi che sfilano sugli schermi televisivi azzardano che abbia ucciso le prime due volte per vendetta, offeso dai rifiuti subìti nella comunità gay; le due successive per provare il piacere di essere scoperto ammazzando; l’ultima, per entrare nella storia [...] E perché si è nascosto a soli quattro chilometri dalla scena del delitto? Perché ha sparato al custode della casa? Perché si è ucciso? Il capo della polizia dice soddisfatto: ”Ha sentito la pressione, nostra e dei media. Tutta una nazione gli dava la caccia”. Ah, certo. [...] Quanto all’Fbi, non l’ha preso neppure quando lasciava nome e domicilio su una ricevuta al banco dei pegni».
• Ma l’Fbi lo voleva prendere? «L’Fbi non ha lanciato per tempo e con forza l’allarme sulla presenza di Cunanan nel Sud della Florida [...] Il 7 luglio il baldanzoso serial killer è venuto addirittura allo scoperto con il suo vero nome quando ha venduto a un banco dei pegni per 190 dollari una moneta d’oro rubata a una delle sue vittime. Come richiesto dalla legge, la manager di ”Cash on the Beach”, Vivian Oliva, ha fatto riempire un formulario a Cunanan, gli ha chiesto anche di mettere la sua impronta sul documento nonchè di firmare e dare l’indirizzo. Cosa che il giovane ha fatto senza protestare e con il suo sorriso d’ordinanza. Il giorno dopo, la Oliva ha spedito tutto alla polizia di Miami, ma il formulario è finito a ingrossare una pila di documenti tutti da esaminare ed è stato trovato solo all’indomani dell’omicidio di Versace [...] Quattro giorni dopo aver venduto la moneta, a mezzanotte, Cunanan si è presentato in un negozietto a 50 metri circa dal suo albergo, per acquistare un panino al tonno. Il cassiere di turno, Kenny Benjamin, lo ha subito riconosciuto e ha chiamato il 911. Risultato: la polizia gli ha fatto perdere tempo, Benjamin è stato bloccato al telefono per dieci minuti. Quando una pattuglia è arrivata al negozio, Cunanan se n’era già andato da cinque minuti con il suo panino [...] Il giorno dopo l’omicidio, il 16 luglio, la Oliva si è presentata ai detective di Miami e ha mostrato il documento firmato da Cunanan con l’indirizzo dell’albergo. I poliziotti sono volati al Normandy, hanno aperto le 65 stanze, ma, non trovando il killer, se ne sono andati senza sequestrare il registro né tantomeno sigillare la camera 322, abitata da Cunanan. Sono dovuti passare altri due giorni per far tornare la polizia sul posto».
• A proposito, il tizio che fece scrivere quelle brutte cose, chiaramente false, all’’Independent” si chiama Frank Monte e fa il detective privato. Dopo la morte di Versace ha raccontato a destra e a sinistra (e i giornali lo hanno pubblicato) che Versace lo aveva assoldato perché voleva appurare se la storia del denaro riciclato attraverso i suoi negozi era vera e, se vera, perché voleva darci un taglio. Qualche poliziotto in America poteva almeno interrogarlo, no? Magari per scoprire che era un mitomane, metterlo qualche giorno al fresco e fargli passare la voglia di raccontare fesserie.
• Torniamo sul delitto Versace, intorno al quale abbiamo già ragionato la volta scorsa. Come si sa, nel frattempo, il cadavere del presunto assassino Andrew Cunanan è stato trovato a bordo di un barcone ormeggiato al 5250 della Collins Avenue, all’angolo con la Cinquantesima. S’era sparato in faccia e non era riconoscibile. L’Fbi ha dichiarato che si trattava di lui dopo molte ore dal ritrovamento grazie alle impronte digitali. Si deve in ogni caso tener conto di questo: tutte le notizie relative al caso Versace sono state fornite dalla polizia di Miami o dall’Fbi. I giornalisti di tutto il mondo non hanno prodotto una sola riga di informazione alternativa. Si tenga conto anche di questo: l’azienda Versace ha 1.204 dipendenti sparsi in tutto il pianeta per i cui stipendi spende ottanta miliardi l’anno (67 milioni di media a testa). Ma le spese di promozione e pubblicità sono maggiori di quelle sostenute per gli stipendi: 87 miliardi l’anno, pari al 10 per cento del fatturato. Una cifra enorme, che mette sull’attenti tutti i direttori di giornale. I Versace, cioè, sono abituati a leggere sulla stampa mondiale solo quello che desiderano e chi ha sgarrato (per esempio, l’’Independent” che parlò di riciclaggio di denaro sporco attraverso i 2600 punti vendita non monomarca) ha pagato caro: l’’Independent” dovette sborsare 250 milioni di risarcimento, che furono naturalmente versati in beneficienza. Per capire la potenza comunicativa del gruppo (e di tutti gli stilisti in genere) si può fare questa semplice considerazione: nel corso degli anni decine e decine di persone hanno potuto manifestare dubbi e talvolta persino disgusto per artisti indiscutibili, come per esempio Picasso. Nessuno mai, invece, ha osato pronunciare una sola parola sulla cosiddetta arte di Versace. E nemmeno, del resto, sulla cosiddetta arte di Valentino, Armani, Yves Saint-Laurent o Pierre Cardin.
• Qual è stata, a questo proposito, la linea di condotta dei Versace dopo il delitto? Questa: da un lato c’era la necessità di trasformare la morte di Versace in un grande evento mediatico, perché mai come ora è importante promuovere la griffe (il buyer Guido Caprini dell’Unione Banche Svizzere ha così risposto alla domanda: a quali condizioni la Gianni Versace spa riuscirà a sopravvivere all’improvvisa scomparsa del fondatore? «Molto è legato all’intensità del battage pubblicitario. Se si manterrà sui livelli precedenti, non dovrebbero esserci problemi», vedi infatti la messa in Duomo, la vigilanza all’urna come se si trattasse di un santo, ecc.); ma dall’altro lato c’era una quantità di informazioni che non potevano essere controllate ed erano quelle relative al delitto e alle indagini. Subito dopo l’assassinio, l’avvocato Vittorio D’Aiello, legale della famiglia, fece pervenire ai giornali il seguente avvertimento: «A nome di Santo e Donatella Versace diffido i mezzi d’informazione a formulare e diffondere congetture sul delitto». Avendo Gianni Riotta sul ”Corriere della Sera” formulato inevitabilmente delle congetture, l’avvocato D’Aiello lo redarguì con una lettera che il ”Corriere della Sera” non ebbe esitazioni a pubblicare e in cui lo si avvertiva che nelle notizie riferite da Riotta c’era il «pericolo di danneggiare anche l’immagine del gruppo». Quando infine l’Fbi dichiarò che l’uomo del barcone con la faccia sfigurata era Andrew Cunanan, la famiglia si espresse così: «La famiglia Versace rivolge un sentimento di gratitudine e di addolorato ringraziamento a chi ha contribuito a risolvere il terribile assassinio di Gianni». Cioè: la tesi del serial killer è stata fin dal primo momento assolutamente accettata dalla famiglia, che non ha mai nemmeno lontanamente ammesso (arrivando al punto di diffidare i giornali dal fare supposizioni) che l’assassinio di Gianni Versace potesse avere un movente.
• La convenienza di attribuire il delitto di Ocean Drive a un serial killer sta infatti in questo: se è un serial killer non c’è movente. Se non c’è movente, non c’è niente da indagare o da scoprire. A parte, naturalmente, il medesimo serial killer. Si noti che l’ipotesi Cunanan è riportata già dai giornali di mercoledì 16 luglio, quelli usciti il giorno dopo l’omicidio. Citiamo dal boxino di prima pagina del ”Corriere”: «Secondo un portavoce dell’Fbi a Washington ”una delle piste possibili è anche quella di un serial killer gay, Andrew Cunanan”». Come poteva l’Fbi, dopo poche ore, fare già il nome dell’assassino? Tanto più che il delitto di Miami non assomigliava a nessuno di quelli che erano stati attribuiti fino a quel momento a Cunanan: il tenente della Marina Jeffrey Trail era stato ucciso a martellate in testa e l’architetto David Madson a bastonate. Quanto a Lee Miglin: «Andrew lo stordisce, lo lega, lo imbavaglia e lo porta nel garage: lo torturerà per più di un’ora con delle forbici e una sega elettrica. Poi consuma un pasto, si fa barba e doccia. Quindi finisce il lavoro uccidendo la sua vittima con una forbiciata al cuore». Nulla di tutto questo nell’assassinio di Versace: un uomo in calzoncini corti, maglietta grigia e cappelluccio da baseball lo accosta di spalle, lo chiama ad alta voce per verificare che sia italiano e quando quello si volta gli spara in testa. Vedendolo a terra lo finisce con un colpo alla tempia destra. Quindi si allontana a piedi. Potremmo citare centinaia di delitti identici a questo e sarebbero tutti definiti come azioni di killer professionisti. In nessun modo, invece, riusciremmo a trovare una minima parentela con gli altri quattro omicidi attribuiti a Cunanan. Come faceva allora l’Fbi ad accusare questo cosiddetto serial killer? Perché in un garage non lontano da Ocean Drive c’era un pick up rosso appartenuto all’ultima vittima di Cunanan il quale, ci è stato detto, aveva l’abitudine di ammazzare uno, rubargli la macchina e lasciare quest’auto a mo’ di firma sul luogo del delitto successivo. Solo che il pick up era parcheggiato nel garage all’angolo tra la tredicesima e la Collins avenue da almeno due mesi. E in due mesi nessuno lo aveva trovato. Mentre ci arrivarono in pochi minuti dopo che Versace venne ucciso.
• Ma ancora più sconcertante è la sequenza relativa alla cattura. Il guardiano del barcone, un portoghese di 71 anni, sostiene di aver riconosciuto Cunanan dall’ombra che si stagliava contro la finestra. Ma Cunanan non aveva un profilo particolare: era alto un metro e settantacinque e la sua sagoma, vista da dietro un vetro, deve per forza essere identica a quella di milioni di persone. Se il guardiano non è d’accordo con l’Fbi, deve perciò avere semplicemente segnalato la presenza di un intruso nella casa galleggiante che gli era stata affidata. Gli agenti, invece, arrivarono in gran forze e per quattro ore con gli altoparlanti intimarono al presunto prigioniero di uscire. Poi fecero l’irruzione. Ma perché aspettarono tanto? Come hanno riferito quei pochi giornalisti che erano davvero a Miami Beach, la porta della casa era aperta e se c’erano da buttare bombe lacrimogene si poteva far l’irruzione subito, anche perché alle intimazioni degli agenti nessuno dal barcone dava risposta. Le bombe lacrimogene vennero effettivamente buttate verso le otto di sera, cioè dopo quattro ore di assedio. O almeno: l’Fbi spiegò che tre o quattro esplosioni che s’erano sentite erano le bombe lacrimogene e infatti - aggiunse - a causa del fumo il medico legale non potè entrare a prendere le impronte e riconoscere il cadavere fino all’alba. Senonchè Beppe Gualazzini del ”Giornale”, che stava sul posto, riferì così la cosa: «Da fuori si sentono tre, quattro detonazioni. Sono secche. Gas lacrimogeni, s’affrettano a dire quelli della polizia e dell’Fbi. Questi americani, pensate, sono progrediti al punto da rendere invisibile il fumo dei candelotti di gas lacrimogeno, tanto che le telecamere ostinatamente puntate sul cottage non ne rilevano un filo».
• Quanto a Cunanan: «Nessun assassino seriale ha mai agito così. Non c’è un filo che leghi le vittime. Le prime due le conosceva, le altre, probabilmente, no. Non c’è un rituale comune negli omicidi. Anche la sequenza temporale è insolita: anzichè scadenze precise, in corrispondenza del bisogno di uccidere, una furia iniziale, una lunga quiete e poi un assassinio completamente diverso dai precedenti. Quanto al movente che l’ha determinato è rinchiuso nel sacco di plastica con il corpo di Cunanan. Gli psicologi e i criminologi che sfilano sugli schermi televisivi azzardano che abbia ucciso le prime due volte per vendetta, offeso dai rifiuti subìti nella comunità gay; le due successive per provare il piacere di essere scoperto ammazzando; l’ultima, per entrare nella storia [...] E perché si è nascosto a soli quattro chilometri dalla scena del delitto? Perché ha sparato al custode della casa? Perché si è ucciso? Il capo della polizia dice soddisfatto: ”Ha sentito la pressione, nostra e dei media. Tutta una nazione gli dava la caccia”. Ah, certo. [...] Quanto all’Fbi, non l’ha preso neppure quando lasciava nome e domicilio su una ricevuta al banco dei pegni».
• Ma l’Fbi lo voleva prendere? «L’Fbi non ha lanciato per tempo e con forza l’allarme sulla presenza di Cunanan nel Sud della Florida [...] Il 7 luglio il baldanzoso serial killer è venuto addirittura allo scoperto con il suo vero nome quando ha venduto a un banco dei pegni per 190 dollari una moneta d’oro rubata a una delle sue vittime. Come richiesto dalla legge, la manager di ”Cash on the Beach”, Vivian Oliva, ha fatto riempire un formulario a Cunanan, gli ha chiesto anche di mettere la sua impronta sul documento nonchè di firmare e dare l’indirizzo. Cosa che il giovane ha fatto senza protestare e con il suo sorriso d’ordinanza. Il giorno dopo, la Oliva ha spedito tutto alla polizia di Miami, ma il formulario è finito a ingrossare una pila di documenti tutti da esaminare ed è stato trovato solo all’indomani dell’omicidio di Versace [...] Quattro giorni dopo aver venduto la moneta, a mezzanotte, Cunanan si è presentato in un negozietto a 50 metri circa dal suo albergo, per acquistare un panino al tonno. Il cassiere di turno, Kenny Benjamin, lo ha subito riconosciuto e ha chiamato il 911. Risultato: la polizia gli ha fatto perdere tempo, Benjamin è stato bloccato al telefono per dieci minuti. Quando una pattuglia è arrivata al negozio, Cunanan se n’era già andato da cinque minuti con il suo panino [...] Il giorno dopo l’omicidio, il 16 luglio, la Oliva si è presentata ai detective di Miami e ha mostrato il documento firmato da Cunanan con l’indirizzo dell’albergo. I poliziotti sono volati al Normandy, hanno aperto le 65 stanze, ma, non trovando il killer, se ne sono andati senza sequestrare il registro né tantomeno sigillare la camera 322, abitata da Cunanan. Sono dovuti passare altri due giorni per far tornare la polizia sul posto».
• A proposito, il tizio che fece scrivere quelle brutte cose, chiaramente false, all’’Independent” si chiama Frank Monte e fa il detective privato. Dopo la morte di Versace ha raccontato a destra e a sinistra (e i giornali lo hanno pubblicato) che Versace lo aveva assoldato perché voleva appurare se la storia del denaro riciclato attraverso i suoi negozi era vera e, se vera, perché voleva darci un taglio. Qualche poliziotto in America poteva almeno interrogarlo, no? Magari per scoprire che era un mitomane, metterlo qualche giorno al fresco e fargli passare la voglia di raccontare fesserie.
Giorgio Dell’Arti