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 1997  giugno 23 Lunedì calendario

Comprati e venduti

• Comprati e venduti. Meglio: rubati sventolando suon di milioni. Quel tecnico progettista quanto guadagna? Bene, gli offro un milione in più. Al mese. E quell’operaio specializzato? Gli va bene lo straordinario senza limiti e pagato in nero? Eccole le proposte e le offerte che si sentono frequentando le aziende del Nord-Est. Non c’è congiuntura che tenga. E neppure altalena dei cambi. Un mese o due anni fa non fa differenza: la compravendita di operai e tecnici specializzati non conosce crisi. Le offerte saranno anche brutali, ma quando di mezzo ci sono fatturati di miliardi e una concorrenza spietata gli imprenditori veneti non vanno per il sottile.
• Intendiamoci: in tempi di disoccupazione montante rischia di riaprirsi la corsa all’Eldorado che non c’è. Sì, perché le figure che si cercano non sono quelle allevate nelle scuole. E neppure nei corsi di formazione. L’oggetto dei desideri degli imprenditori sono, per esempio, gli esperti progettisti di stampi in plastica per l’industria automobilistica. O gli specialisti nel ”grattaggio” del legno. Il requisito fondamentale è che abbiamo trascorso almeno due anni in un’azienda. Titoli preferenziali che l’impresa danneggiata sia concorrente. E che il tecnico sia a conoscenza del processo produttivo, dei nuovi progetti e dei fornitori dell’impresa concorrente. Il vantaggio per chi ruba e il danno del derubato, in questo caso, si moltiplicherà per cento. Una sorta di spionaggio industriale (e di concorrenza sleale) alla veneta. Che in molti casi ha arricchito qualcuno e messo in seria difficoltà qualcun altro.
• A vuotare il sacco è Giorgio Stragliotto per anni presidente delle 660 aziende vicentine del legno, concentrate soprattutto nelle zona del Bassanese. Stragliotto ha il vizio della verità. E per questo è temuto e rispettato. Dice: «Anch’io, che ho una delle imprese più grosse della zona sono stato vittima di questo. Un mio concorrente mi aveva preso di mira. E uno dopo l’altro portava via tutti gli operai migliori. Come mi sono difeso? Ho alzato il telefono e gli ho detto: domani sarò davanti alla tua fabbrica e offrirò a tutti i tuoi dipendenti 300mila lire in più. Insomma pur di smetterla ero pronto a comprargli l’azienda. Chi sbaglia? Alcuni imprenditori, soprattutto perché non vogliono perder tempo con la formazione, ma gli operai non sono da meno. La prima cosa che ti chiedono è: quante ore di straordinario mi fai fare. Sullo stipendio – continua – non fanno una piega: sanno che lì c’è poco da fare. Alla faccia di Bertinotti e dei sindacalisti qui fanno tutti lo straordinario: chi 5, chi 12 o 24 ore, sabati compresi. E i contributi sulle ore in più, questo è vero, li pagano in pochissimi forse il 10 per cento. La crisi? Quelle sono storie, semmai c’è carenza di liquidità, ma gli ordini filano». Stragliotto non è un cinico. Anzi, ha cercato di arginare entrambi i fenomeni. E conclude: «Come si fa a raggiungere dei risultati concreti quando da una parte ci sono operai che vogliono mettere in tasca sempre più soldi e dall’altro uno Stato che tassa in modo esorbitante?
• Il problema è tutt’altro che trascurabile. Se ne sono accorte anche le potenti associazioni degli industriali di Vicenza e di Treviso che dal ’95 inviano lettere agli associati tra il minaccioso e il comprensivo. Nelle sue ripetute missive Pino Bisazza, presidente dell’Assindustria vicentina, usa toni diplomatici. Attacco: «Mi riferisco alla migrazione (dice proprio così) di personale qualificato e specializzato». Poi prosegue con la perorazione auspicando «Il contatto preventivo tra colleghi per non alimentare una artificiosa alterazione del mercato del lavoro e una rincorsa salariale perniciosa». Insomma, prima di assestare un colpo basso all’imprenditore della porta accanto, parlatevi. Più pragmatica la letterina di Nicola Tognana, presidente di un’industria di Treviso, che rassicura gli imprenditori promettendo «un’azione di orientamento dei giovani e l’avvio di una collaborazione permanente con le scuole professionali di Slovenia, Croazia, Romania e Ungheria».
• La conclusione, però, è netta: «In questa soluzione così difficile è doveroso sottolineare come vada evitato il fenomeno di ”rubarsi i dipendenti”, che crea gravi turbative nel mercato e non dà alcune soluzione stabile al problema del reperimento del personale». Risultato? La compravendita non è mai stata florida come in questi mesi. L’etica, per carità, va rispettata, ma gli affari anche. E le aziende che tempestano di telefonate le associazioni degli imprenditori sono tante. Una, di Casale sul Sile, è stata sull’orlo di un dramma. Il settore è di nicchia: costruzione di stampi in plastica per il settore auto. I dipendenti sono 27, di cui 10 alla progettazione e il 100% dei 27 miliardi di fatturato prendono la strada di Germania, Francia e Gran Bretagna.
• Problema: l’azienda concorrente, che sta appena a cinque chilometri, un anno fa aveva portato i libri al tribunale. Tutto risolto? Niente affatto. Dopo un anno ha deciso di ricominciare a produrre. E, prima di aprire lo stabilimento, ha contattato i tecnici dell’azienda vicina offrendogli un milione in più al mese. L’imprenditore che rischiava di chiudere baracca, A.C., non vuole neppure essere citato. Ma confessa: «Abbiamo vissuto giorni durissimi. Se fossero andati via tre disegnatori non avremmo più fatto fronte agli ordini. Per fortuna i nostri dipendenti sono stati leali. E noi li abbiamo ricompensati con un aumento netto di mezzo milione». Pericolo scampato? Forse. Ma il terrore di A.C., oltre alla perdita dei disegnatori che ha formato in azienda, è lo spionaggio industriale. Spiega: «Oggi l’informatica e l’elettronica mettono a disposizione strumenti formidabili». Come dire: basta rubare un floppy disk con notizie riservate per mandare all’aria il lavoro di vent’anni.
• Ecco perché qualche imprenditore creativo si è inventato un contratto integrativo che tra i suoi indicatori fondamentali (produttività e redditività) contempla anche la fedeltà. L’idea è di Alfonso Karatter non ha voglia di enfatizzare. Dice: «Il premio non risolve il problema. Quello studiato da me, d’intesa con i sindacati, scatta dopo tre anni dall’assunzione. E con le sue 325mila lire non raggiunge neppure un importo che possa trattenere un operaio che decide di trasferirsi da un’altra parte. Ma, almeno, è un segnale contro l’imbarbarimento dei rapporti tra imprenditori. La caccia dei tecnici funziona come una catena. Dall’azienda più grande si scende sempre più giù. L’ultimo a pagare sarà sempre un artigiano, il pesce più piccolo». Karatter parla sottovoce. E vorrebbe che anche sul Nord-Est si discutesse in modo pacato. Per lui la compravendita dei dipendenti è un indicatore infallibile per misurare la situazione congiunturale. Spiega: « ancora più attendibile del consumo di energia elettrica. Anche se va ricordato che un aumento di due o trecento mila lire può voler dire tutto o niente. Le voci di una busta paga sono tante. E la mensa, il tragitto casa-lavoro e la solidità dell’azienda meriterebbero grande attenzione». Giusto, ma non fino a quando il denaro conterà molto più dei ragionamenti.