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 1997  giugno 23 Lunedì calendario

Il dodici dicembre di oggi (ventisettesimo anniversario della strage di piazza Fontana) ha tutta l’apparenza di un 12 dicembre particolare perché contiene qualcosa di più dei soliti anniversari degli anni scorsi, e la ragione è chiara essendoci al governo, come si dice, una coalizione di sinistra

• Il dodici dicembre di oggi (ventisettesimo anniversario della strage di piazza Fontana) ha tutta l’apparenza di un 12 dicembre particolare perché contiene qualcosa di più dei soliti anniversari degli anni scorsi, e la ragione è chiara essendoci al governo, come si dice, una coalizione di sinistra. Ma sbaglia chi si lascia andare, ingenuamente, ai toni trionfalistici. Dicendo che la strage è di Stato non si compie il passo decisivo verso la ricerca della verità che è ancora difficile da raggiungere. E puntando l’indice contro il mestrino Delfo Zorzi, ora miliardario in Giappone, si corre il rischio di illudere, ancora una volta, i parenti delle vittime e, con loro, quelli che hanno sempre sperato, lungo l’arco di un quarto di secolo, nella vittoria della giustizia. L’importante (fa bene a sottolinearlo l’apposito manifesto fatto pubblicare per l’occasione dall’Associazione dei familiari delle vittime e dal Comitato permanente antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine democratico) è «non avere paura della verità» principio che contraddistingue uno «Stato democratico» e lo differenzia dai «regimi totalitari».
• Ma, mi chiedo, è stata una scelta opportuna far parlare due volte oggi a Milano (a palazzo Marino, di mattina, e in piazza Fontana, di pomeriggio) il senatore Giovanni Pellegrino? Il senatore Pellegrino è, si, il presidente della commissione Stragi, ma è anche l’autore di una serie di iniziative controverse e discutibili (e difatti molto discusse), a cominciare dalla sua proposta di relazione finale sul terrorismo da lui fatta pubblicare all’insaputa degli altri membri della commissione, per finire alla recentissima presa di posizione contro la magistratura accusata di coltivare un «disegno strategico istituzionale».
• E per questo che bisogna osservare con molta cautela quelli che sono, e che saranno, i provvedimenti della magistratura inquirente ed è per questo che a me, oggi 12 dicembre 1996, piace ricordare una figura in un certo senso esemplare: parlo del maresciallo dei carabinieri in pensione Gaetano Tanzilli di Roccasecca, provincia di Frosinone. uno dei personaggi meno conosciuti, più umili e anche più incolori del gran truppone degli inquirenti, ma è quello che alla fine, diversamente dagli altri, si è offerto al riscatto. Nella lunghissima e complessa storia della strage di piazza Fontana, Tanzilli passa come l’«estensore ufficiale» della famosa nota del Sid del 16 dicembre l969, quella che incastrava Merlino (e, con Merlino, Valpreda) nell’ambito di una congiura internazionale che partiva da Guérin Serac, definito nella nota del Sid anarchico e tedesco, in combutta col francese Robert Leroy. Senonché Tanzilli non era l’estensore della nota Sid. Lui aveva scritto solo un appunto, senza tutte quelle notizie che gli altri ci avevano aggiunto dopo. E il suo appunto era sparito, poi. Chi l’aveva fatto sparire?
• Per quattro anni, la nota informativa del Sid era rimasta segreta. L’ammiraglio Henke, che nel ’69 comandava il Sid, aveva giurato e spergiurato che i suoi uomini non avevano svolto nessuna indagine sulla strage milanese. Ma quando l’attenzione dei magistrati si spostò da Valpreda alla cellula nera Freda-Ventura, allora i cervelloni del Sid si misero in allarme e pensarono di tirare fuori il foglietto dimenticato, la nota informativa del 16 dicembre 1969, che avallava la teoria degli opposti estremi. I cervelloni del Sid, tuttavia, fecero uno sbaglio. Anzi due. Primo: tirarono fuori tre foglietti, tutti diversi, anziché l’originale, che era l’appunto di Tanzilli. Secondo: imposero a Tanzilli, «estensore ufficiale», di rivelare la «fonte». La fonte era Stefano Serpieri, impiegato del Registro aeronautico italiano con sede a Fiumicino. Serpieri aderiva a «Europa civiltà», movimento integralista di estrema destra, di cui era esponente Franco Antico (confidente di Genovesi, allora colonnello e capo di Tanzilli)...
• Figura un po’ patetica, questo Tanzilli aveva sempre cercato di far capire ai giudici istruttori la sua amara condizione di «prigioniero degli ordini ricevuti». La prima volta era accaduto a Milano, con Alessandrini e D’Ambrosio, il 14 gennaio del ’74 .Guardato a vista, non ce la fece a sputare il rospo. Tentò di rifarsi a Catanzaro, il 29 luglio dell’anno dopo. Confessò di essere stato bugiardo. E però non riuscì a confessare la bugia. Venne riconvocato a Catanzaro, il 2 ottobre di quello stesso ’75. Era notte. Stavolta era solo. Crollò di colpo, sotto le contestazioni di un giudice istruttore bravissimo, Migliaccio, che purtroppo tutti hanno dimenticato. A Migliaccio, il maresciallo Gaetano Tanzilli confessò che la fonte Serpieri non gli aveva fatto proprio nessun cenno né di Guérin Serac né di Robert Leroy, che venivano citati nella triplice nota informativa. Serac, «mandante» della strage, era (per la nota) anarchico e tedesco. Invece era un esponente della Internazionale Nera, era francese e non tedesco. E dirigeva, a Lisbona, l’Aginter-Press, una strana agenzia che teorizzava la strategia del tenore («La prima operazione che dobbiamo lanciare è la distruzione delle strutture dello Stato... Per condurre tale azione è evidente che bisogna disporre di grossi mezzi finanziari, in modo che il più gran numero possibile di uomini possa consacrarsi alla lotta in Italia per corrompere o finanziere i gruppi politici che possono esserci utili...»).
• Davanti a una corte di giustizia, il maresciallo Tanzilli è riuscito a raccontare la sua verità solo dieci anni dopo, a Bari. E fu creduto solo dal procuratore generale, pm di quella corte d’appello. Si chiamava, per la storia, Umberto Toscani. Ma nell’anniversario di oggi sarà bene ricordarsi (oltre che dei benemeriti della pista nera Juliano, Stiz, Alessandrini, D’Ambrosio, Migliaccio...) anche del nostro maresciallo dei carabinieri Gaetano Tanzilli, l’unica persona del Sid che si sia comportata in maniera decente, del quale si sono perse le tracce. Oggi dovrebbe avere ottantun anni. Dove vive? Di lui sappiamo, con certezza, che non ha avuto nessuna promozione, mentre il suo capo (colonnello Caciuttolo) è diventato generale. Sappiamo che non è stato invitato a iscriversi alla P2, come l’altro suo capo (Genovesi), anche lui promosso generale. Sappiamo che non gli è stato offerto l’onore di entrare nelle file del Movimento Sociale Italiano e di diventare, quindi, deputato (come il capintesta, generale Miceli, pure lui P2). Sappiamo infine che non si è potuto permettere la fuga a Johannesburg, come l’altro capintesta (generale Maletti, altro P2). Nella sentenza della corte d’appello di Bari (febbraio 1986), quei giudici hanno condannato Maletti a un anno di reclusione (pena passata poi in giudicato, perché confermata dalla Cassazione) e però gli hanno concesso i benefici della non menzione (nel casellario giudiziario) e della sospensione (della stessa pena). Il motivo? «Per il suo passato luminoso di ufficiale e per i suoi meriti di servizio...». Proprio così si legge in una delle 288 pagine delle motivazioni della sentenza barese. Il generale Maletti, a Johannesburg, s’è preso la cittadinanza sudafricana.
• Il maresciallo Gaetano Tanzilli di Roccasecca è un uomo che ha subito la violenza dei suoi superiori. Eppure è rimasto italiano. Ed è rimasto in Italia. Non è scappato né a Johannesburg né tanto meno, ad Hammamet, o in qualche isola delle Antille. Il suo comportamento dovrebbe far riflettere quegli italiani che - insieme alla propria coscienza - hanno venduto la propria identità. E hanno venduto, perfino, la propria divisa per denaro. Parlo naturalmente di certi finanzieri (non pochi) della Guardia di Finanza, passati dall’altra parte come se niente fosse. Comprati cioè, da quello che era il loro «nemico».