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 1997  maggio 26 Lunedì calendario

La verità è venuta fuori d’impulso

• La verità è venuta fuori d’impulso. Come se Antoine l’Hongrois, il mercenario italiano che dal ’63 al ’69 ha combattuto in Congo, al fianco di Bob Denard principe dei soldati di ventura, avesse deciso, finalmente, di liberarsi dal peso di una storia mai raccontata. Antoine, che preferisce nascondere la sua vera identità dietro il nome di battaglia, aveva iniziato il suo racconto con una certa diffidenza, ripercorrendo con la memoria una lunga serie di orrori. Poi, forse travolto dal riemergere di un ricordo troppo ingombrante, ha parlato. Ecco la sua verità, purtroppo molto più cruda di quella ufficiale, su come morirono i 13 aviatori italiani in missione umanitaria, nel novembre del 1961, a Kindu, nell’ex Congo belga, un anno dopo la proclamazione dell’indipendenza. Una storia che non trova aggettivi e che solo facendo ricorso al senso cristiano della pietà è possibile rievocare.
• La storia inizia a bordo di un aereo: «Era un Dc 8, in carlinga eravamo venti uomini, con armamento trasportabile. Due caccia ci hanno scortati fino all’atterraggio a Kindu». Antoine ha 57 anni, corporatura media, massiccio, stretta di mano ferrea. Nasconde la stempiatura con un cappellaccio stile baseball. Sopra gli occhiali a pera, da pilota di elicottero, spuntano sopracciglia lunghe e ricurve che accentuano, muovendosi, i punti salienti del racconto: «Era il ’64. Da quelle parti c’era una tradizione antica di cannibalismo, che però recentemente aveva ripreso a dare fastidio. Gente del luogo spariva misteriosamente e anche i bianchi cominciavano a sentirsi poco sicuri. Mobutu aveva incaricato Denard di occuparsi del problema e io, che avevo sentito voci terribili sul massacro di Kindu, chiesi subito di far parte della spedizione. Anche se ero la sua guardia del corpo e dovevo stare al suo fianco, Denard mi accontentò volentieri». Una pausa e poi continua: «Appena arrivato mi misi a cercare i testimoni dell’eccidio. Mi dissero che c’era un prete, che aveva visto tutto. Lo trovai, dimostrava quasi 60 anni, stava male. Prima non voleva parlare, ma quando cominciò, non riuscì a fermarsi».
• Il mercenario sembra rivivere quei momenti: «Ecco il suo racconto: i 13 italiani furono prelevati dalle truppe congolesi al posto di ristoro dei piloti in transito. Erano insieme a un gruppo di neozelandesi, ma quelli erano troppo biondi e vennero lasciati in pace. I soldati cercavano qualcosa che assomigliasse a un suddito di Baldovino. I loro comandanti, fino a pochi mesi prima, erano stati sergenti nell’esercito belga. Partiti i colonizzatori, si erano autonominati colonnelli (o generali, come Mobutu) poi avevano dato sfogo al rancore covato per anni. I soldati uccisero subito due italiani e li gettarono nel pozzo, per scoraggiare ogni tipo di resistenza. Erano eccitati, incontrollabili». Antoine l’Hongrois, che nelle precedenti rievocazioni di battaglie sanguinose e biblici massacri aveva ostentato la freddezza del chirurgo, tradisce l’emozione: un leggero, impercettibile tremito alla bocca. «Gli undici superstiti vennero portati sulla piazza del mercato. Da una parte c’era la prigione, dall’altra la missione cattolica. Loro in mezzo, in fila, legati con il fil di ferro. Si era sparsa la notizia che c’era carne di bianco e anche da lontano erano venuti a vedere. A ucciderli non era un boia, ma un macellaio, con la mannaia. Il primo venne fatto a pezzi e la carne venduta, dieci franchi al chilo, il corrispondente di cento lire. Poi il secondo, che aveva visto cosa avevano fatto al primo, poi il terzo, che aveva assistito allo scempio dei primi due. La gente comprava. E gridava. Per gli ultimi due aviatori non si trovarono clienti. Così vennero affumicati». L’orrore non è terminato. Gli occhi del mercenario, sotto i Ray-Ban, si velano: «Il capo della polizia di Kindu, che aveva orchestrato il massacro, prese un braccio e si diresse, impugnando la mannaia, verso la missione. C’erano 15 preti, di cui due italiani. Posò il braccio sul tavolo massiccio della mensa all’aperto. Lo fece a fette con colpi secchi e ordinò a tutti i preti di ingoiare la carne. Attorno, la folla era in preda a frenesia. Le canne dei mitra urtavano la testa dei preti. I soldati urlavano a squarciagola».
• Secondo Antoine l’Hongrois, il povero prete che gli raccontò questa versione dei fatti disse di aver mangiato quella carne: «Era un uomo distrutto. Mentre raccontava, piangeva in modo strano, come fanno i bambini di pochi anni. Parlava di un pezzo di carne rotondo». Antoine riemerge dal racconto e lo conclude a modo suo, secondo l’etica del mercenario, che è diversa da quella corrente: «Eravamo in venti e bene armati. Siamo andati a cercare i responsabili. Il capo della polizia era un fregnetto basso che viaggiava su una decappottabile americana. Era così piccolo che spuntava solo la testa. Abbiamo fatto pulizia». Altri corpi mutilati affiorano qua e là nei racconti di Antoine l’Hongrois. Difficile capire se si tratta di una sua ossessione personale o della semplice cronaca di un medioevo contemporaneo. Adesso è un uomo tranquillo, sposato con figli. Dopo aver fatto il mercenario in Congo, ha lavorato all’estero per altri 15 anni, di cui 8 in Centro America, sempre nei servizi di sicurezza. Un lavoro che sta svolgendo anche adesso, a Roma. Del suo passato di mercenario fornisce due spiegazioni: «La voglia di avventura e la causa anticomunista. La stessa che spingeva il mio comandante, Bob Denard». Una causa in cui Antoine continua a credere, anche quando racconta di un incredibile commercio che, in quei primi anni Sessanta, nello Zaire di Mobutu che doveva difendersi dagli attacchi dei Simba, addestrati dai soldati di Castro, avrebbero fatto alcuni uomini dell’ambasciata americana. «Offrivano ricchi premi a chi portava la testa di un istruttore castrista. In quel periodo io fumavo sempre ottimi sigari cubani».
• I massacri che oggi Antoine vede in televisione, nei reportage da Zaire e Ruanda, non lo impressionano. «La pulizia etnica non è una novità. Ricordo che nel ’62 gli hutu presero migliaia di tutsi e li portarono in cima a una collina che dava su una gola stretta e ripida. Gli tagliarono le mani e li gettarono nel dirupo. Senza mani, quelli non potevano risalire. Così sono morti, ma i loro figli, oggi, si stanno vendicando con gli stessi metodi. La collina delle mani - così la chiamano - non è stata dimenticata». Neanche Antoine dimentica. I suoi ricordi sono tenuti vivi dall’odio per Mobutu, al cui servizio è stato per quattro anni: «Ha affamato il suo Paese. Aveva la percentuale sulle estrazioni dell’Union Miniére, gestita dagli occidentali. Ogni mese ci faceva caricare un aereo con oro e diamanti, che partivano per l’Europa. Qualcuno di questi aerei è caduto nella giungla. Purtroppo è difficile trovarli». Nel ’67, Mobutu si sente al sicuro e decide di fare a meno dei mercenari: «Incaricò Denard di farli partire tutti. Non ci fu problema con sudafricani e tedeschi. Ma Joseph Schramme, un belga che comandava un migliaio di katanghesi, non accettò di farsi liquidare». Anche Denard alla fine viene tradito da Mobutu. Inizia così una guerra tremenda fra le truppe mercenarie e i soldati dell’esercito regolare zairese. «E stato Mobutu a cominciare», racconta Antoine. «Sulla radio nazionale ha dato ordine di far prigionieri tutti i bianchi. I militari zairesi, che avevano sempre all’orecchio queste radioline a transistor, hanno interpretato a modo loro. Tu stavi tranquillo a parlare con un amico e, all’improvviso, i tuoi stessi soldati armavano il mitra e ti falciavano. Insomma l’esercito che noi avevamo duramente addestrato, era impazzito dalla gioia di farci la pelle».
• La lunga marcia. Inizia così la ritirata epica dei mercenari come Antoine, delle truppe katanghesi e delle loro famiglie: più di 1.500 persone. Lungo la strada, la colonna si ingrossa: suore, missionari, ex coloni, nativi che, per ragioni etniche, temono le truppe di Mobutu. «Alla fine eravamo più di 3 mila. Volevamo raggiungere Bukavu, sul lago Kivu, per arrivare in Katanga, dove la popolazione ci era amica». Malgrado l’incalzare dei nemici, a rischio della vita, Antoine corre ad avvisare 30 operai italiani, che lavorano in un cantiere: «Erano di Amaro, un paese dalle parti di Udine. Ho detto che dovevano lasciare tutto e venire via con me. Gli ho dato quattro minuti. Il capo cantiere non voleva, diceva di sentirsi responsabile. rimasto. Giorni dopo hanno trovato i suoi pezzi legati con il filo spinato a un albero».
• Bloccati nella sacca di Bukavu, i mercenari affrontano l’ultima battaglia: «Durò dalle cinque di mattina alle cinque del pomeriggio. Fu terribile, perché Mobutu aveva fatto prigionieri tutti i familiari dei suoi ufficiali. Avrebbe fatto una strage di figli, mogli, genitori, se quelli si fossero arresi. Così gli ufficiali combattevano fino alla morte». Siamo nel ’68. Denard e Schramme, con le truppe di mercenari e più di un migliaio di regolari zairesi passati dalla loro parte, riescono a farsi aprire la frontiera col Ruanda, dove per sei mesi vengono tenuti in un campo di prigionia. «Mobutu allora decide di fare il buono», racconta Antoine. «Non potendo prendere i bianchi, vuole almeno rientrare in possesso dei suoi ex soldati. Chiama i giornalisti occidentali e, di fronte a loro, concede l’amnistia. I soldati zairesi decidono di tornare. Partono in colonna cantando a bassa voce: ”Sappiamo che andiamo a morire, ma siamo contenti di quello che abbiamo fatto”. Erano 1.200. Ho ancora nelle orecchie la loro nenia. Quelli che non ha ammazzato subito, Mobutu li ha fatti portare su un isolotto nel fiume Congo,che in certi punti è largo un chilometro. E li ha lasciati morire di fame». Continua a raccontare, Antoine l’Hongrois, la saga di un inferno africano, i cui capitoli a volte risultano difficili da verificare. Sicuramente vero e tangibile è l’odio per Mobutu, che ancora oggi, in Zaire (Repubblica Democratica del Congo), sta contendendo brandelli di territorio e di potere ai ribelli guidati da Laurent Kabila. Antoine si sporge in avanti, col naso aguzzo di falco: «Se tornassi in Congo, oggi, mi metterei con i ribelli. Mobutu, dopo quello che ha fatto, non ha il diritto di vivere».