Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 24 marzo 1997
Certo la tentazione è grande
• Certo la tentazione è grande. Quale tentazione? Naturalmente, quella di recensire la Divina Commedia. Lo so: una frase così fatta non può non generare una fastidita ilarità. Prima di proseguire, cioè di fare libero corso alla tentazione, mi piacerebbe esaminare da vicino questa ilarità, guardare negli occhi i lettori che mi stanno, e fondatamente, dando del buffone. Ricordo un disegno di Feiffer, qualche anno fa, metteva in scena un signore correttamente vestito, che si produceva in una recensione orale della Bibbia. Una sapiente miscela di lodi, riserve, obiezioni: per un giudizio definitivo si aspetava l’autore alla prossima prova.
Si capisce che non è ragionevole recensire la Bibbia, e nemmeno la Divina Commedia. Perchè? Recensire implica un lavoro in qualche modo angusto, svelto, una presentazione per sommi capi...con qualche citazione e una impressione di massima conseguita alla fine di una lettura qualche volta attenta, qualche volta impaziente, in ogni caso una lettura rapida, perchè in genere, è bene che un libro venga recensito quando ancora odora d’inchiostro. Nel compito del recensore si incontrano due esigenze impossibili: deve capire, e capire alla svelta. Inevitabilmente, si pensa che il recensore debba scegliere ciò che è facile capire, qualcosa che non si rifiuta ad una rapida e indulgente lettura. Per il recensore intossicato, il libro breve e stampato largo ha un fascino torbido e morboso.
• Il supplizio. C’è un eccezione, apparentemente. Il recensore, prima di dissipare una promettente giovinezza nella sua oscura professione, è stato certamente un lettore libero e giocondo. Ha letto lunghi e difficili classici. Li ha meditati e riletti. I romanzi russi di milleduecento pagine erano il suo pane: romanzi tedeschi di seicento pagine colmi di pigri drammi interiori gli davano un bel colorito roseo. A quel tempo, il recensore era un uomo libero e fervido. Aveva l’impressione di avere delle idee. E se ora gli torna fra le mani uno di quei grandi libri, i libri con cui i professori mettono assieme le nostre storie letterarie, si offre per recensirlo.
Ma ora il supplizio cambia: forse il recensore ha qualcosa da dire; ricorda i suoi fremiti non banali e leggendo rintraccia schegge di quelle che tuttora gli sembrano idee. L’occhio gli brilla, si sente un uomo nuovo; ma nel momento di accingersi al suo compito congeniale egli si rammenta che gli spettano centocinquanta righe. Se in quel giorno non ci saranno morti illustri, ingegnosi attentati e minuscole quanto capricciose guerre locali, potrà spingersi fino a centosessanta. In centosessanta righe si possono fare e dire molte cose: sfidare a duello, dichiarare una profonda e legalitaria passione, insultare qualcuno a sangue e proclamare lo stato di guerra. Ma non si possono enunciare molte complicate idde. Bisogna avere idee piccole, tascabili, biodegradabili. Niente grandi sintesi. Niente illuminazioni: Recensire.
• Forse dovrei ricordarmi che ho cominciato avventatamente proponendomi di recensire la Divina Commedia. Che cosa avrò mai in mente? Naturalmente una idea tascabile: il resoconto frettoloso e irresponsabile di una mia recente esperienza in proposito. Negli ultimi due mesi mi è capitato di fare qualcosa che da tempo avevo in animo, che certo molti hanno fatto. Ho letto la Divina Commedia. So che mi state dando dello sciocco. Niente da eccepire. Ma per la prima, irrepetibile volta mi sono provato a leggere tutta la Divina Commedia dal primo verso dell"Inferno" all’ultimo del "Paradiso", senza soluzione di continuità. Non l’avevo mai fatto. Come tutti gli scolari delle scuole italiane, avevo imparato da Dante leggendo e studiando una cantica alla volta.
Dunque avevo in testa tre libri, che potevo certamente giustapporre, ma non potevo pensare come un libro solo. La lettura continuata della Divina Commedia, senza soluzioni, badando anzi di far cadere nello stesso giorno dell’ultimo canto di una cantica e il primo della successiva, mi ha dato una sensazione inedita: possono paragonarla soltanto all’ascolto integrale di una lunga sinfonia, alla Mahler, o di una sterminata sonata. I tempi di una sinfonia sono insieme autonomi e collegati. Se vi va il lavoro metodico, potete ascoltare sui vostri dischi un tempo alla volta, ma se volete sapere che cosa è la sinfonia, vi tocca trovare due ore libere, e ascoltare tutto: l’allegro, l’adagio, il largo, la fuga.
• Credo che tutti i lettori di Dante siano in qualche modo viziati dalla giovanile lettura parcellare imposta dalla scuola. Quando s’è imparato Malebolge e il conteUgolino, non li si dimentica più. Le tre gigantesche costruzioni continueranno a stargli attorno, irreparabilmente distinte. Leggendo la Divina Commedia d’un fiato mi rendevo conto di contrastare una antica malsana usanza: ma di meglio non potevo fare. La mia sensazione è stata questa: tutto di fila, e capire quel che si può capire. Il resto verrà più tardi.
Leggendo tutto insieme non solo non si può capire tutto, ma non è opportuno: Dante è un enigmatico, e almeno per una volta accettiamolo per quello che è. Ha i suoi motivi per non farsi capire subito, e qualche volta per essere assolutamente impenetrabile. E’ uan corsa stremante tra luci e tenebre, stelle, lune, soli, misteriosi frammenti di edifici regali e sacri, con mutile, occulte scritte. Il percorso è talora nitido; geometrico; talora è paludoso, è uno strisciar tra cunicoli e antri. Non capire è importante. Importante è - che cosa? Forse leggere, forse essere letti, essere insieme interlocutori e destinatari di messaggi criptici e fatali. Ascoltare lo sgomento dei rombi, gli squisiti ritmi. «Come la neve al sol si disigilla»: chiarissimo ed inutile capirlo.
• Sinfonia. Ho detto prima: è come ascoltare una sinfonia, una sonata intera, in tutte le parti. Mi si consenta di svolgere un poco questa immagine, non senza indulgenza per la mia stoltezza musicale. L’ "inferno" si apre con un Adagio - il che è assolutamente classico - cui tiene dietro subito un poderoso Allegro con fuoco, naturalmente. Nell’ "Inferno" Dante usa un’orchestra alla Mahler; c’è anche molto Verdi, e tutto ciò che in inglese si chiama operatic, melodramma, tragedia alla grande. Grande uso di percussioni. Belle arie: qualche raro adagio, lirismi. «Che da Vercelli a Marzabò dichina». Ho ascoltato attentamente, ma non mi pare ci siano tracce di Wagner. In certe pause, un sospetto di Brahms.
• La soglia. Il "Purgatorio" è, inconfodibilmente, un Adagio. L’orchestra è nettamente ridotta. Direi non più di una dozzina di strumenti, con una splendida presenza di fiati: clarinetto, fagotto, oboe, corno inglese e almeno due corni di bassetto, quella delizia mozartiana. L’ho già detto: qui si riconosce Mozart; occorre appena nominare la sinfonia in sol minore, i quartetti dedicati ad Haydn, il quintetto col clarinetto. No, non c’è flauto. Impossibile non riconoscere Weber, l’incantevole Weber del Trio op. 63, e così non ho dubbi che nell’iperuranio senza tempo il "Purgatorio" coesiste con le ultime sonate di Schubert e con i lancinanti quartetti che inseguivano una giovane morte. Beethoven? Non tanto quanto ci si aspetterebbe: diciamo, l’Allegretto dell’Ottava.
• A confronto del primo tempo, il secondo, il "Purgatorio", ha semplificato l’orchestra e raffinato gli effetti: li ha stremati e assottigliati. Passando al "Paradiso", il processo è portato più avanti. Ora siamo ad un perfetto Fugato, e la macchina strumentale è d’una nudità vertiginosa; al più, un quartetto. Pochissimi strumenti per disegnare una serie di inafferrabili modelli astratti. Qui si c’è Beethoven: la Grande Fuga può bastare; o quel Bach dell’Arte della Fuga che disegnò una musica senza strumenti. V’è dell’altro: Dante ha potuto scrivere i due tempi in modi fondamentalmente tonali, ma ora è allo stremo, e continuamente cerca suoni improbabili e impossibili, il lessico gli si frantuma e "immilla", infine si misura con angosciosi stridori intonati, di una solitudine intollerabile. E come lavora tra le parole e sillabe la vitrea trasparenza del silenzio. Dal primo verso dell’ "Inferno" all’ultimo del "Paradiso" ascoltiamo un processo ininterrotto: si semplificano gli strumenti, si complicano infinitamente i disegni. Alla fine, nel Fugato paradisiaco, la vertigine geometrica ci abbacina; trema la soglia sonora, ormai fragile. E ci insidia l’Allegro non dimenticato dell’ "Inferno". Così congeniale: come sospettavamo.