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 1997  marzo 10 Lunedì calendario

Sono stati i soldi la causa scatenante del conflitto in Albania

• Sono stati i soldi la causa scatenante del conflitto in Albania. Quattro anni fa nove finanziarie presero a farsi dare denaro da tutti quelli che ne avevano, piccoli risparmiatori o boss della malavita. Promettevano interessi dell’8 per cento al mese, cioè del cento per cento all’anno. Fino a un certo momento capitale e interessi sono stati regolarmente restituiti o pagati. Da qualche mese, più niente. Il meccanismo adottato dalle nove finanziarie è il solito delle catene di Sant’Antonio, detto anche ”a piramide”: le quote dei nuovi soci servono a pagare gli interessi ai vecchi. Tutto funziona finché ci sono ”nuovi” che entrano. Quando i ”nuovi” finiscono (o non si fanno più persuadere) crolla tutto. Le nove finanziarie avevano tentato di moltiplicare i capitali investendo anche in traffici ad altissimo profitto, quindi clandestini: droga e denaro sporco (rapporti con la malavita italiana), armi e carburante (verso Serbia e Montenegro, ai tempi dell’embargo internazionale per la guerra jugoslava). La crisi è cominciata davvero nel ’96, quando è finita la guerra in Bosnia. Colpo definitivo: la legge di Berisha (il premier), che vincola le attività delle finanziarie ad una base produttiva. «Ma prima di quel tempo nessuno si preoccupava né alcuno svelò il segreto nazionale, come se un patto d’omertà, in quel caso ben oliato, legasse destra, sinistra, stampa, polizia, finanziarie. La gente era contenta per la cuccagna e non si scaldava troppo se la destra di Berisha truccava le elezioni. Arrivavano fiumi di capitali sporchi, per cui la valuta nazionale era fortissima, l’inflazione minima, la crescita del Pil su livelli asiatici (cioè altissimi - ndr.). Così l’Albania, pur non avendo un’industria che giustificasse tutto questo, centrava molti parametri macro-economici dettati dal Fondo monetario. E all’estero nessuno eccepiva» (Guido Rampoldi).
• Le finanziarie avevano regolari licenze per la raccolta del risparmio privato. Licenze concesse dalla magistratura, sentito il parere della Banca centrale. Vennero raccolti due miliardi di dollari, più del Pil dell’intero Paese (1,5 miliardi con un reddito procapite di 75 dollari). Albanesi che alla fine risultarono truffati: ottocentomila, un quarto dell’intera popolazione (circa tre milioni di abitanti). La città di Fier, al Sud, viveva per esempio quasi tutta di interessi sui depositi e adesso è rovinata. Il dramma di Valona: tutti i suoi abitanti avevano versato i loro risparmi nella finanziaria Gjallica e adesso non hanno più una lira (gli abitanti sono 60 mila, i truffati da Gjallica addirittura 90.000, il buco è di 250 miliardi di lire). I soldi delle finanziarie non sono finiti solo nelle tasche della malavita. Li hanno presi anche i politici: per le elezioni del 26 maggio ’96 il presidente Sali Berisha ha ricevuto dalle finanziarie due milioni di dollari; i socialisti all’opposizione sono stati aiutati con cinquemila dollari in pubblicità. Nei manifesti elettorali di molti candidati del Partito democratico c’era il logo delle organizzazioni piramidali. Anche per questo la gente protesta col governo per riavere i suoi soldi e chiede le dimissioni del ”ladro” Berisha.
• Secondo il presidente Sali Berisha, del partito democratico, i manifestanti sono «bande di terroristi comunisti appoggiati da servizi segreti stranieri» oppure uomini della Sigurimi, la polizia segreta del vecchio regime comunista che vorrebbe rovesciare la democrazia. Secondo la gente di Valona, organizzata nel neomovimento ”Libera Repubblica di Valona”, dietro gli omicidi ci sono gli uomini dei servizi segreti dello ”Shik”, mandati da Berisha. Secondo le opposizioni i capi della rivolta sarebbero i capi dei clan che hanno rotto il patto con i politici. Secondo il quotidiano inglese ”The Independent” dietro le finanziarie truffa e il contrabbando di petrolio e di armi verso la ex Jugoslavia ci sono Tritan Shehu, vicepremier, ministro degli Esteri, e il Partito democratico di cui Shehu è presidente. Shehu ha querelato l’’Independent”, tra poco ci sarà il processo a Londra. Il giornale albanese dell’opposizione, ”Kona Jone” (’Il nostro tempo”), il più diffuso nel Paese (60 mila copie al giorno), ha dimostrato i collegamenti fra le finanziarie e il partito democratico in un servizio dal titolo ”Berisha ha le mani sporche di sangue”. Qualche giorno dopo una banda di persone ha assaltato, messo a fuoco il quotidiano, e rapito un giornalista. Secondo tutti ci sono dietro la mafia e, comunque, forze organizzate: gli assalti alle armerie, alle caserme, la dimestichezza dei dimostranti con le armi sanno poco di spontaneismo. Risultato: sei città del Sud dell’Albania sono in mano ai ribelli, i morti in un mese sono più di trenta.
• Fra la Puglia e l’Albania ci sono appena 60 chilometri. «Controlliamo il 50 per cento del commercio, il 60 per cento degli investimenti stranieri ed abbiamo trasferito lì buona parte dell’economia sommersa. La nostra televisione ha rilanciato l’italiano e in Italia sbarcano dall’Albania criminali e gente disperata» (Giorgio Torchia). I rapporti economici fra i due paesi cominciarono nel ’91, dopo il crollo del regime comunista, quando partì l’operazione ”Pellicano”: per due anni e per 20 milioni di dollari al mese (33 miliardi di lire) furono mandati a tappeto cibo e combustibile (sulle forniture di frumento, è stato documentato che furono pagate tangenti). In tutto l’Italia ha speso circa 250 miliardi in aiuti. L’interscambio commerciale ha dato questo saldo: 126 miliardi di importazioni dall’Albania, 309 di esportazioni. Gli albanesi ”regolari” in Italia nel ’95 erano 34.706, a cui vanno aggiunti quelli regolarizzati con il decreto Dini e i non regolari (in tutto ne sono stimati circa centomila). La tariffa per un passaggio clandestino verso la Puglia oscilla tra il milione e il milione e mezzo di lire. Le aziende italiane in Albania sono 80 e hanno investito 200 milioni di dollari (330 miliardi di lire), occupano 30 mila persone direttamente e 25 mila nell’indotto. Gli operai albanesi costano 200 dollari al mese (contro i 2500 di un operaio italiano). Producono calzature, abbigliamento, biancheria intima per conto delle aziende italiane. «Ci piaccia o no, l’Albania non è la Somalia, è un pezzo d’Italia. E i legami culturali con noi sono intensi. Se esistono una lingua scritta e una grammatica albanesi, lo si deve alle comunità albanesi dell’Italia meridionale. Esse hanno conservato l’essenza dell’identità di un popolo, il dizionario, la grammatica e la letteratura. L’albanese scritto è un albanese scritto in Italia» (Gianni Baget Bozzo).
• L’Albania è terra di traffici illegali coperti o manovrati dai governi fin dagli anni del regime comunista (il dittatore Enver Hoxha ha governato dall’11 gennaio 1946 fino alla morte, nel 1985). Negli anni ’60, per fare entrare denaro pregiato nelle casse dello Stato, si aprì il Paese al traffico di armi provenienti da Cina, Romania e Bulgaria. A quel tempo cominciò anche il contrabbando di sigarette ”americane” fabbricate in Turchia e in Grecia e smistate sul mercato occidentale dalla mafia italiana. Durante la guerra nella ex Jugoslavia Valona fu il centro di smistamento quasi esclusivo di tutto il contrabbando diretto ai belligeranti. La malavita pugliese, con il boss di Ostuni Francesco Prudentino (ora è rifugiato in Macedonia), ha gestito una parte dei rifornimenti di armi. A Cosa Nostra, già da anni impiantata nella città, si aggiungono la mafia turca, bulgara e belga. L’Albania (’la Colombia d’Europa”) ha assunto un ruolo cardine nel commercio degli stupefacenti, superando tutti gli altri paesi dell’est: la coltivazione della marijuana coinvolgerebbe almeno cinquantamila famiglie di contadini.
• Albania. Tre milioni di abitanti in 28.748 chilometri quadrati. Il tasso di urbanizzazione è del 35,5 per cento. Età media: 27 anni. Attuale tasso di inflazione: 17,8 per cento, la crescita dei salari reali è solo del 7,2 per cento. Forze armate: 73.000 uomini di cui 23.000 soldati di leva. Ci sono due militari ogni 100 abitanti. L’equipaggiamento bellico è quasi tutto di fabbricazione sovietica o cinese: 900 carri armati, 110 blindati e 2.000 pezzi di artiglieria. Le unità di polizia contano quasi 15.00 uomini (5000 inquadrati nelle Forze di sicurezza interne, 3.500 nella Milizia e 5.000 nelle Guardie di frontiera). L’unico sistema di regole è il ”Kanun”, un codice molto antico che risale all’epoca in cui l’Albania era abitata da tribù di montanari. La proposta di una Costituzione alla maniera delle democrazie occidentali è stata bocciata da un referendum che si è tenuto dopo la fine del regime comunista.
• «Prima di dire la sua vera opinione un albanese preferisce sparare. Teme che i muri abbiano orecchie. Vede in ognuno una spia ma ha ragione solo a metà; perché solo una persona su due è una spia. Non esiste un’organizzazione capillare perché ogni cittadino albanese, con passione e senza che gli venga ordinato, osserva i vicini, cosa fanno e dove vanno, prova un piacere infantile a svelare ”segreti” e vede pericolosi segreti in avvenimenti innocui e perfettamente chiari [...] Il gusto di spiare, in questi uomini, è grande quanto la paura di esprimere un’opinione. Ed esprimono così raramente un’opinione che col tempo smettono di averne di proprie per ascoltare unicamente quelle degli altri. Infatti a che serve un’opinione che viene taciuta? Così, al posto di una convinzione politica subentra l’accodamento al partito politico, al posto di una battaglia la cospirazione, al posto della parola l’allusione, al posto dell’attenzione la paura. In questo paese non è sicuro né chi governa né chi è governato. Non vi sarebbe un’opinione pubblica neppure se fosse permesso. [...] Le loro virtù sono: gentilezza, silenzio, mitezza, modestia. La loro caratteristica più pericolosa: l’amore per il denaro. Ci sono luoghi in cui i contadini hanno sepolto mucchi d’oro e continuano ad accumulare oro con zelo. Forse la loro frugalità è per metà avarizia. Perciò, più che pigri sul lavoro, sono semplicemente deboli. Producono molto meno di un europeo perché sono peggio nutriti. La loro sobrietà rasenta l’assurdo. La loro modestia è triste e opprimente - opprimente quanto la vita priva di donne nelle città, in cui per giorni non si vede una donna, non si sente una voce argentina. La vita è diserotizzata, l’amore è degradato a virtù domestica e una passeggiata è noiosa quanto un weekend. Che terra attuale!». (Joseph Roth, reportage sull’Albania per la ”Frankfurter Zeitung” alla fine degli anni Venti, pubblicato anche nel 1930 in Museo delle Cere).