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 1997  febbraio 24 Lunedì calendario

Qualcuno in Italia ricorda ancora cosa sia il talento? Non solo quello di Michelangelo o Roberto Baggio, a seconda dei gusti, ma anche quello di un normale impiegato abile nel proprio mestiere? Dopo anni di assunzioni delegate all’infallibile tecnica della raccomandazione, e dopo decenni di pseudo competizione economica fra le aziende, drogato e addomesticato da tangenti e favori di Stato, c’è il serio rischio che l’Italia non sappia più cosa vuol dire lavorare bene per realizzare prodotti in grado di farsi largo con la sola forza della loro qualità

• Qualcuno in Italia ricorda ancora cosa sia il talento? Non solo quello di Michelangelo o Roberto Baggio, a seconda dei gusti, ma anche quello di un normale impiegato abile nel proprio mestiere? Dopo anni di assunzioni delegate all’infallibile tecnica della raccomandazione, e dopo decenni di pseudo competizione economica fra le aziende, drogato e addomesticato da tangenti e favori di Stato, c’è il serio rischio che l’Italia non sappia più cosa vuol dire lavorare bene per realizzare prodotti in grado di farsi largo con la sola forza della loro qualità. E questo può essere un disastro, nella globalizzazione dalla quale non troveranno scampo neanche i minimalisti, decisi a chiudere porte orecchie e occhi pur di conservare i privilegi.
• La soluzione, almeno a giudicare da quanto succede in America, potrebbe stare nell’onesta riscoperta del talento, inteso non come un dono divino per pochi eletti, ma come una dote distribuita forse in proporzioni diverse, che comunque si misura con la capacità di tutti di svolgere il proprio compito, tanto al vertice di una multinazionale, quanto in sala macchine. Non stiamo parlando, insomma, della corsa a volte frenetica provocata dalla meritocrazia, ma piuttosto del riconoscimento dell’abilità personale da parte dei datori di lavoro, tramite benefici che vanno oltre la busta paga, e hanno lo scopo di gratificare i lavoratori con il semplice obiettivo di non perderli.
• Secondo la rivista ”Forbes”, superata l’era del downsizing, questa è l’ultima tendenza delle aziende americane, piccole e grandi: offrire agli impiegati benefici sempre più personalizzati, in modo da non farseli soffiare dalla concorrenza. La gamma degli interventi è varia e originale. Ad esempio la PepsiCo e la Wilton Connor Packaging Inc. di Charlotte, in North Carolina, hanno messo a disposizione degli assunti una lavanderia, in modo da poter fare il bucato a spese dell’azienda durante le ore di lavoro, mentre a Chicago la Andersen Consulting ha creato una portineria speciale, alla quale gli impiegati possono chiedere di occuparsi di far riparare il bagno di casa o prendere i biglietti del cinema eliminando quindi le piccole preoccupazioni quotidiane. Riconoscendo che i ”valori familiari” stanno tornando di moda, la stessa Andersen ha deciso di garantire il tempo libero degli assunti, stabilendo che il lunedì nessuno deve lasciare l’abitazione prima delle sette del mattino, e il venerdì nessuno deve essere a casa più tardi delle sette di sera.
• La californiana Gandalf Technologies, come molte altre aziende del settore, ha invece inserito il flextime per consentire agli impiegati di lavorare da casa via computer, usando il tempo lasciato libero dai figli quando sono a scuola o a fare sport. La Motorola, la American Bankers e la Hewlett Packard, sono arrivate a finanziare scuole pubbliche e private vicino alle aziende aperte agli assunti e ai loro figli. Così i primi possono seguire corsi di perfezionamento in campi anche diversi dal proprio, tipo la scultura, e i secondi possono frequentare le classi regolari a un passo dai genitori, incoraggiati a visitarli durante le pause.
• Questi benefit stanno prendendo il posto degli aumenti di stipendio perché le tasse annullano i rialzi in busta paga, ma soprattutto perché, come spiega la professoressa della Sloan school of management del Mit, Lotte Bailyn, «non possiamo presumere che la gente dia tutte le sue priorità al lavoro. Le aziende devono legittimizzare e valorizzare il loro impegno anche nel settore umano». Questa nuova generosità è importante soprattutto per capire la filosofia di rivalutazione del talento da cui nasce, provocata dalla necessità di restare competitivi nell’economia globale. Infatti la fase del downsizing sembra ormai avviata a conclusione, e la stessa At&t, che aveva promesso 40 mila licenziamenti, non ne ha ancora fatto quasi nessuno.
• La riscoperta del talento, e della necessità di conservarlo, ha in realtà motivazioni economiche e demografiche. Infatti rimpiazzare i lavoratori già istruiti e sperimentati costa, e soprattutto diventerà sempre più difficile. Secondo ”Forbes”, nell’arco di tre decenni il 25 per cento della popolazione americana sarà sopra i 60 anni, e quindi ci saranno meno persone in età lavorativa a disposizione. Sono problemi che dovrebbero interessare anche l’Italia, a giudicare dall’edizione 1996 del rapporto Onu sulla popolazione mondiale, secondo il quale il nostro Paese è sceso all’ultimo posto nella classifica internazionale della fertilità, con una media di 1,17 figli per donna. Quanto al problema della competitività sollecitata dalla globalizzazione, si potrebbe evitarlo solo rinunciando non solo all’Europa di Maastricht, ma anche a una serie di opportunità che probabilmente renderebbero troppo costoso l’isolamento. Ammesso che le aziende straniere non trovassero comunque il modo di penetrare il nostro mercato.
• Naturalmente questa riscoperta del talento ha un rovescio della medaglia, del quale si dovrebbe occupare prima di tutto la politica. Sembra averlo capito il presidente americano Clinton, il quale ha deciso di dedicare i primi mesi del secondo mandato alla ricerca di risposte per la sfida centrale che secondo lui fronteggia l’America, cioè la transizione da società industriale a informatica. Il primo obiettivo che si pone il capo della Casa Bianca è infatti il miglioramento dell’istruzione, in modo da garantire a tutti pari opportunità nello sviluppo del proprio talento. E il secondo è il pareggio del bilancio nell’ambito di una riforma del welfare che non distrugga lo Stato sociale, per dare protezione a chi, senza responsabilità personali, non riesce comunque a trovare posto nella nuova logica del mercato globale e del riconoscimento delle capacità. Fra i due estremi, tuttavia, un’istruzione d’élite che apre tutte le porte, e il welfare che salva dalla fame, c’è tutta una gamma di espressioni intermedie del talento alle quali possono dare soddisfazione tanto il settore privato quanto quello pubblico, o anche le singole comunità. Come ben hanno capito gli americani.