Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 24 febbraio 1997
«Vedo due pericoli nelle ristrutturazioni e nei tagli al personale in banca
• «Vedo due pericoli nelle ristrutturazioni e nei tagli al personale in banca. Primo: che si ”licenzino” delle competenze preziose. Secondo: che nelle banche del Nord, più efficienti, qualcuno ”paghi” colpe non sue». A parlare non è un tecnico, né un economista. Ma uno scrittore, Giuseppe Pontiggia, che giovanissimo è stato assunto al Credito Italiano, dove è rimasto per circa dieci anni. Proprio in quel periodo ha scritto il suo primo romanzo, dal titolo significativo: La morte in banca.
• Solidarietà con i suoi ex colleghi?
«Di economia ho studiato all’Università e non ne sono estraneo come interesse. Capisco bene sia che molti istituti di credito hanno bisogno di ristrutturazione sia che il privilegio del posto sicuro favorisce indolenza e parassitismo ed è incompatibile con i tempi. Non difendo dunque uno dei privilegi che contribuivano un tempo al ”mito” del posto in banca. Ciò premesso, però, bisogna evitare l’eccesso opposto: tagli drastici, e compiuti adottando esclusivamente criteri anagrafici, rischiano di privare le banche di competenze consolidate, di trasformarle in luoghi precari nei quali non viene più riconosciuta l’accumulazione dell’esperienza e del merito» (Giuseppe Pontiggia a Sergio Bocconi).
• Il riferimento alle banche del Nord svela per caso simpatie leghiste?
«Proprio no. Però è vero che le banche più efficienti sono localizzate al Nord e che queste rischiano di dover ristrutturare perché caricate di oneri e responsabilità non proprie».
E di chi, dunque?
«Di altre banche i cui conti sono stati portati in passivo da complicità e connivenze politiche o da pressioni della criminalità organizzata».
(Giuseppe Pontiggia a Sergio Bocconi).
• Si aspettava il tramonto di un mito come quello del posto in banca?
«No, mi ha colto di sopresa. E mi ha colpito. Sa, negli anni Cinquanta, durante i quali ho lavorato al Credit, il posto in banca era davvero un mito. Era a vita, sicuro, con molti privilegi, uno stipendio più alto e molte mensilità. Era difficile essere assunti e ci volevano referenze sicure. Sono entrato al Credito grazie alla presentazione del mio professore di religione del liceo».
(Giuseppe Pontiggia a Sergio Bocconi).
• Il mito però non l’ha trattenuta in banca.
«Vi sono entrato nel ’51 perché, morto mio padre, sono stato costretto a prendere in anticipo la maturità classica e a lavorare. Ma in banca sono sempre stato un po’ un ”turista”. Volevo insegnare e scrivere. Ho scritto La morte in banca proprio nei primi due anni. L’ho fatto leggere a Vittorini, il quale mi ha incoraggiato a laurearmi, lasciare la banca e fare lo scrittore. Suggerimenti che assecondavano le mie aspirazioni e che ho seguito. Ho fatto l’università studiando di sera, in sei anni. Poi, nel ’61, ho dato le dimissioni. Ma al Credito lo sapevano da tempo che me ne sarei andato».
(Giuseppe Pontiggia a Sergio Bocconi).
• Nel romanzo lei descrive una condizione di alienazione, di morte interiore di alcuni impiegati. Qual è stata la reazione in banca alla sua pubblicazione?
«Il romanzo è stato pubblicato nel ’59 sui quaderni de Il Verri. Un direttore mi ha chiamato e mi ha detto: ”Ma lei è pazzo? Queste cose non si raccontano”. Lo ha detto però simpaticamente».
(Giuseppe Pontiggia a Sergio Bocconi).
• Anche uno scrittore che per lei è stato un punto di riferimento, Sergio Solmi, lavorava in banca: dirigeva l’ufficio legale della Comit. Cosa le ha detto?
«Anche lui mi ha incoraggiato a continuare a scrivere. Poi ha portato il romanzo a Raffaele Mattioli (il mitico presidente umanista della Comit, ndr) dicendogli: ”Ha visto cosa scrive Pontiggia?”. Sa qual è stata la risposta di Mattioli? ”Ma Pontiggia lavora alla concorrenza”»(Giuseppe Pontiggia a Sergio Bocconi).