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 1997  febbraio 10 Lunedì calendario

Per capire quello che sta succedendo bisogna ricordare che qualche anno fa gli italiani votavano con un sistema cosiddetto ”proporzionale”

• Per capire quello che sta succedendo bisogna ricordare che qualche anno fa gli italiani votavano con un sistema cosiddetto ”proporzionale”. La parola ”proporzionale”, in questo caso, significa questo: ciascun partito mandava in Parlamento un numero di deputati e senatori proporzionale al numero di voti ricevuto. Cioè: se il partito A prendeva il 10 per cento dei voti, aveva il 10 per cento dei deputati. chiaro che questo sistema era il più democratico perché garantiva a tutti, grandi e piccoli, la rappresentanza e la visibilità politica. Che cosa accadeva però all’atto pratico? Accadeva che il partito più votato prendesse al massimo il 30-35 per cento dei voti (si trattava della Democrazia cristiana) e che andasse a cercarsi l’altro 15-20 per cento necessario per governare tra le formazioni minori, le quali per concedere i loro favori indispensabili mettevano in atto ogni sorta di ricatto, acquisendo potere ben al di là della loro forza elettorale. Per smussare questo potere, il partito di maggioranza relativa perciò intratteneva un ”dialogo” anche con l’opposizione, in modo da poter opporre pressione a pressione («se tirate troppo la corda, faccio il grande accordo con quegli altri»). Ne venivano una mediazione estenuante, una discussione permanente e una capacità pressoché nulla di prendere decisioni. Una debolezza complessiva forse ottima per tutto un periodo, ma poi sempre più controproducente man mano che i modi di produrre cambiavano e i rapporti di forza internazionali entravano in crisi (caduta del Muro di Berlino).
• Come mai però era necessario ottenere più del 50 per cento dei voti parlamentari per governare? Perché il nostro è appunto un sistema parlamentare: nessun governo può stare in piedi se non ha la fiducia della Camera e del Senato, cioè se non riceve un appoggio esplicito al programma da parte della maggioranza dei deputati e dei senatori. Quando la fiducia viene a mancare, il governo cade e può essere sostituito. Se nessun altro governo riesce a raccogliere i voti favorevoli del Parlamento si deve andare a votare.
• Il sistema elettorale basato sulla logica proporzionale venne messo in crisi da un referendum promosso da Mario Segni. La logica che sembrò uscir vincente da quel referendum era grosso modo questa: invece di votare con un sistema proporzionale, che ha come unico effetto quello di paralizzare tutto, votiamo con un sistema maggioritario. Che cos’è un sistema maggioritario? Nella sua forma più semplice è questo: chi vince governa e, attraverso un meccanismo da studiare, gli viene garantita la maggioranza in Parlamento. Chi perde sta all’opposizione e le tecnicalità elettorali sono studiate in modo tale che il suo potere interdittivo o ricattatorio sia minimo o nullo. Ci sono molti modi per realizzare un sistema maggioritario, ma la cosa che sembra fondamentale per farlo funzionare è che i partiti siano pochi. Anzi: che siano possibilmente solo due. E che questi due si alternino, come accade negli Stati Uniti e in Inghilterra. C’è un punto ulteriore: perché i partiti siano solo due e perché si alternino occorre anche che abbiano molti punti in comune, cioè che si assomiglino. Quale deve essere il punto di somiglianza principale? Tutti e due devono accettare pienamente il sistema nel quale si trovano, così come accade ai repubblicani e ai democratici Usa oppure ai laburisti e ai conservatori inglesi. Si dànno battaglia nelle piazze e in Parlamento ma sono d’accordo sul sistema. Ora, come il lattaio dell’Oklahoma e gli altri lettori ricorderanno, per un lunghissimo periodo noi abbiamo avuto dei partiti (il Msi a destra, il Pci a sinistra) che il sistema non lo accettavano affatto e che dunque non potevano essere ammessi alla gestione del paese se non in via di compromesso o, che è la stessa cosa, proporzionalmente.
• Senonché: cadde il Muro di Berlino, il referendum Segni fece venire alla luce la stanchezza italiana per il vecchio modo di fare, arrivò Tangentopoli, la Dc e il Psi sparirono, il Pci diventò Pds, il Msi si trasformò in Alleanza Nazionale. Si creò quindi la precondizione di qualunque maggioritario, cioè l’accettazione delle regole del gioco, il riconoscimento non solo della legittimità, ma persino della necessità che l’avversario (quell’avversario) esistesse. La questione adesso era che le regole andavano riscritte secondo la nuova situazione e questo risultò subito molto, molto più complicato del previsto.
• Il mezzo secolo di sistema proporzionale, infatti, aveva dato a ognuno un certo potere, una certa forza. Non solo ai partiti, ma a interi pezzi di società civile, a lobby di ogni genere, a consorterie culturali, persino a singoli individui. Il fine meraviglioso di quei tempi sembrava essere: accontentare, per quanto possibile, tutti. All’opposto il maggioritario, mandando certuni francamente al potere e certi altri inequivocabilmente all’opposizione, deve per definizione far prevalere una certa logica sull’altra e trova la sua salvezza dalla guerra civile solo nel fatto che, appunto, i due partiti in gara si assomigliano molto, concordano sui princìpi di fondo e dunque l’uno in definitiva non disferà troppo quello che ha fatto l’altro. E però questo significa anche che tutti coloro i quali grazie al sistema proporzionale hanno acquisito un certo potere, una certa forza, perderanno il potere e la forza quando si passerà al maggioritario e il vincitore delle elezioni potrà prendere decisioni a prescindere dal loro gusto. Dunque costoro - i nostalgici del proporzionale - resisteranno per non perdere il potere che hanno e resisteranno ben al di là dell’interesse comune e anzi proclamando di continuo l’interesse della loro parte, in nome della quale grideranno ad ogni istante di essere conculcati e vilipesi. Quando, dopo il referendum vittorioso di Segni, bisognò cambiare in senso maggioritario la legge elettorale, i proporzionalisti riuscirono a vanificarla inserendo una quota del 25 per cento di eletti che sarebbe entrata in Parlamento - invece - alla vecchia maniera, cioè con il sistema proporzionale.
• Ora, i movimenti degli ultimi mesi di D’Alema verso Berlusconi e di Berlusconi verso D’Alema vogliono significare proprio questo. Innanzi tutto: riconoscimento della reciproca legittimità. In secondo luogo: volontà di formare i nuclei dei due partiti che, a sistema maggioritario approvato, si affronteranno in campagna elettorale. Deve essere chiaro che l’interesse di due partiti grandi per il sistema maggioritario è a questo punto persino ovvio: solo un maggioritario puro taglierebbe le unghie alle formazioni minori, non solo Rifondazione ma anche - per esempio - la Lega. Al contrario è ovvio che i partiti più piccoli tentino il più possibile di far vivere il sistema proporzionale, che è l’unico a garantirgli la sopravvivenza e la forza. La Commissione Bicamerale non deve affrontare il sistema elettorale (quella elettorale non è una legge costituzionale), ma deve consentire a Berlusconi e D’Alema di continuare a parlarsi e, possibilmente, a parlarsi il più possibile. Non ci vorranno riforme dello Stato sensazionali per cementare l’accordo. Anzi: è più probabile che l’intesa si solidifichi attraverso piccoli aggiustamenti significativi e capaci di spianare la strada al grande contratto finale, quello che dovrà per forza riguardare la legge elettorale. Che Prodi resti a governare in presenza di questa intesa è irrilevante. Bertinotti e Fini metteranno i bastoni tra le ruote perché la Bicamerale faccia il meno possibile, ma neanche questo è importante: alla Bicamerale, per raggiungere il suo scopo, basterà fare pochissimo. D’Alema intanto si prepara a vincere il congresso del Pds in modo trionfale. E nessuno può più mettere in dubbio la leadership di Berlusconi sull’altra ala dello schieramento politico (che si chiami Polo oppure no).
• Infine, e per soddisfare completamente (speriamo) il lattaio dell’Oklahoma. Pannella aveva proposto un referendum per l’abolizione della quota proporzionale (il famoso 25 per cento) della legge elettorale. Se la Corte Costituzionale avesse ammesso al voto anche questo referendum, la Bicamerale sarebbe stata praticamente inutile: il Paese avrebbe votato sì all’abolizione della quota proporzionale e saremmo entrati nella nuova era maggioritaria. Perché la Corte ha bocciato quel referendum? Perché esso avrebbe determinato un vuoto legislativo, cioè per un certo periodo di tempo - in caso di vittoria del sì - l’Italia si sarebbe addirittura trovata senza legge elettorale. Allora l’onorevole Rebuffa, di Forza Italia, ha presentato una legge in cui si dice che un testo abrogato per referendum resta tuttavia in vigore fino a che non si approva la nuova legge. Perciò l’anno prossimo la Corte non avrà più argomenti per respingere un’eventuale, nuova richiesta di referendum ed è per questo che il Pds vota adesso a favore della Rebuffa: perché se la legge Rebuffa passa, Bertinotti potrà essere tenuto costantemente sotto pressione durante i lavori della Bicamerale («è inutile che fai tanto ostruzionismo, caro Fausto, tanto l’anno prossimo andiamo al referendum»). Sono le tattiche e le strategie della politica, che tentiamo - per quanto possibile - di spiegare e raccontare. Lattaio dell’Oklahoma, facci sapere se stavolta ci siamo capiti.