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 1997  gennaio 27 Lunedì calendario

Se vi dicessi che, tra vent’anni, manderete un figlio a studiare inglese a Kuala Lampur, non credeteci

• Se vi dicessi che, tra vent’anni, manderete un figlio a studiare inglese a Kuala Lampur, non credeteci.Ma se vi dico che in Malesia (in Cina, in India, in Corea) il ragazzo potrà imparare la lingua del mondo - un idioma che somiglia all’inglese, ma farebbe inorridire un professore di Oxford - dovete fidarvi. Due elementi, in questo fine secolo, stanno accelerando la diffusione - e, quindi, la corruzione - della lingua di Shakespeare (e, in qualche misura, di Bill Clinton): i commerci e le telecomunicazioni. In un campo e nell’altro, l’Asia guida la carica.
• Cominciamo dai commerci. A Shenzen o a Shanghai non rispettano la grammatica più di quanto rispettino i diritti umani: ma si fanno capire. Le tigri asiatiche (Singapore, Taiwan, Corea del Sud) ruggiscono in una lingua curiosa, fatta di pressappochismi, espressioni insolite, strafalcioni. Provate a leggere le istruzioni dei giocattoli (quasi certamente cinesi) dei vostri bambini: sono scritte in un idioma surreale (this is one concepted game for child age 3 up, of great practicity), che è la vera, nuova lingua franca. Un inglese rudimentale, molto più basic del Basic English, eppure ancora comprensibile.
• Ricordiamolo sempre. L’inglese in questo secolo si è imposto non solo perché - come intuì Otto Von Bismarck nel 1898 - la Gran Bretagna e gli Stati Uniti parlano la stessa lingua; né perché è un idioma ricco (500 mila parole, contro le 185 mila del tedesco, le 150 mila dell’italiano e le 100 mila del francese), con una grammatica e una sintassi di base elementari. Si è imposto soprattutto perché accetta di essere manomesso, storpiato, piegato a qualsiasi esigenza. E gli asiatici, in questo, sono imbattibili.
• Delle istruzioni per l’uso, abbiamo detto. Ma anche i marchi e i nomi dei prodotti mostrano, spesso, l’incoscienza dei conquistatori. Qualche anno fa la Repubblica Popolare Cinese esportò negli Usa una grande partita di dentifrici marcati ”Darkie”; gli americani fecero notare che si trattava di un termine denigratorio (’negrillo”, più o meno) e la rispedirono al mittente. Cosa direbbero, oggi, dei ”Ladies’ portable panties” di cui ho visto la pubblicità (gli slip da donna - panties - non sono tutti portabili?). Problemi, in America, ebbe anche una fornitura di biciclette cinesi ”Golden cock” (che non vuol dire solo ”gallo d’oro”, ma ha un significato più piccante). Perplessità susciterà, di certo, una società di Hong Kong segnalata dalla ”Far Eastern Economic Review”: ”Puking Company” (società che vomita?).
• Il fenomeno - al di là degli aspetti comici - è affascinante perché rappresenta la vendetta dell’Oriente verso la lingua imperiale. Prendiamo l’India (dove l’inglese ha svolto la funzione di lingua neutra tra centinaia di dialetti diversi). A Bombay chiedono How is your good self? per dire ”Come stai?”. Utilizzano espressioni ormai cadute in disuso: a Nuova Dehli usano ancora thrice per dire ”tre volte”. Usano bizzarre espressioni idiomatiche (To eat each other’s ears - letteralmente: mangiarsi le orecchie - significa ”parlare confidenzialmente”). giusto, è sbagliato? Non ha importanza: accade.
• E accadrà sempre di più. Questo inglese di levante è destinato ad aumentare di peso, man mano che le economie dell’Asia guadagnano posizioni. Le telecomunicazioni faranno il resto. L’85 per cento dei 100 milioni di siti della World Wide Web sono scritti in inglese (ovviando così all’unica, sua vera debolezza: la pronuncia). Si tratta, a nche qui, di un inglese mondiale, più vicino alla lingua brutale dei commerci che all’idioma di Oxford. Una lingua in cui saltano gli accenti, le vocali insolite, gli spelling complessi (niente colour, solo color). Una lingua che l’America ha lanciato, l’Asia ha sposato e l’Europa teme.
• Un linguista britannico - Jerry Knowles, autore di A Cultural History of the English Language - sostiene che «siamo come gli antichi soldati romani che difendevano le frontiere settentrionali dell’impero: mai avrebbero creduto che un giorno i loro discendenti finissero per parlare la lingua dei barbari. Invece è accaduto». una profezia un po’ emotiva - gli inglesi non si sono mai rassegnati che qualcuno prenda la loro lingua e ne faccia polpette - ma contiene un’intuizione. Le economie orientali hanno capito che le loro lingue, a differenza dei loro prodotti, non erano esportabili; e hanno scelto di infiltrare l’ingese, la lingua degli importatori. Tra qualche decennio potrebbero renderlo irriconoscibile (è già accaduto, in Africa e nei Caraibi, con i pidgin e i creole). Ogni giocattolo cinese nel mondo, ogni messaggio di posta elettronica da Singapore, ogni fax dalla Corea è un passo lungo questa strada. Rassegniamoci: lottare contro l’inevitabile sarebbe un errore. Anzi: un Himalayan blunder (in India: un errore madornale).