Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 20 gennaio 1997
Dunque Pietro Pacciani vittima dell’amore? In passato lo è stato di sicuro
• Dunque Pietro Pacciani vittima dell’amore? In passato lo è stato di sicuro. Da giovane bullo di campagna stecchì l’amante della fidanzata per gelosia. Gliela aveva insidiata un compaesano, lei non si era difesa strenuamente, l’aitante Pietro li aveva beccati su un prato (non coglievano margherite) e si sa, l’omo è omo, mise mano al coltello. Prima condanna, non lieve.
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?o esce di prigione, sposa l’Angiolina che, pure assomigliandole, non ha l’intelligenza della Montalcini, ma qualcosa di molto importante gli dà: due figlie alle quali il Vampa si affeziona troppo, al punto da rientrare in galera per violenza carnale sulle creature. Non ci fa una bella figura, però in certi bar la sua reputazione di maschio ne esce esaltata nei discorsi al terzo litro. Tanto è vero che al mostro i rapporti non mancavano: dopo le merende con gli amici e le copiose bevute all’osteria, c’erano sempre per lui emozioni nuove. Non pensate a Kim Basinger da Nove settimane e mezzo, roba più semplice, casereccia, genuina: mignottone agresti, di caviglia forte ma espansive, generose, a buon mercato. Intanto, a casa, c’era pur sempre la vecchia Angiolina, pronta a scodellare la ribollita, affettare la finocchiona e idonea a concludere in gloria la serata.
• Così Pacciani tira a campare avviandosi alla pensione, ma non alla pace dei sensi. Per rompere la noia dei lunghi e sempre uguali pomeriggi nel casolare trova un diversivo eccitante: acquattarsi dietro le siepi e spiare le coppiette in sosta con i sedili reclinati. Il paese è piccolo e la gente mormora. In breve si viene a sapere del passatempo preferito dal Pietro e qualcun altro lo vuol provare. I campi dietro a quelle siepi si affollano come un cinema: si dà il caso, però, che il film si tinga di giallo perché su quelle stesse colline si consumano decine di delitti. Tutti a sfondo sessuale. Dell’assassino si conosce quasi niente, se non che è il mostro di Firenze davanti alle cui imprese il mondo sbalordisce.
• Quelli che se ne intendono, criminologi, psicologi, antropologi, sociologi, astrologi, indovini e perfino cronisti, si sbizzariscono nei più arditi profili del maniaco, che dipingono all’unisono come un individuo gelido nelle sue perversioni, dall’intelligenza superiore, calcolatore, colto e rafffinato manovratore di bisturi, atletico, rapido nel colpire e nel fuggire e disperdere le tracce. Un Karpov impegnato su una scacchiera con la morte, la polizia, i carabinieri, la magistratura, l’intera comunità. Cribbio, un superuomo. Lo cercano per un quarto di secolo invano, finché Piero Luigi Vigna, famoso per una serie di inchieste finite in archivio, tra un rullare di tamburi, squilli di tromba e ronzare di telecamere, annuncia all’ltalia e al mondo: «Ecco il mostro». E appare Pacciani.
• Anche se come superuomo è un po’ deludente lo mettono in cella. Investono miliardi per raccogliere prove, confessioni, indizi, delazioni e pettegolezzi. Nonostante questi sforzi, il contadino di Mercatale quando entra in aula resta un grullo. Più facile condannarlo all’ergastolo. Il verdetto soddisfa il desiderio nazionale di chiudere la pratica del mostro. Ma non soddisfa affatto quelli abituati a ragionare. Come può un botolo cardiopatico e quiescente aver rincorso un formidabile atleta, averlo raggiunto, soverchiato e ucciso? Il quesito, insieme con tanti altri, non ha risposta, ma il Vampa non ha scampo: rimane dentro in attesa di appello. In secondo grado, sorpresa generale, lo assolvono. Merito della difesa, di una corte serena e della logica. Un giudice scrive sulla vicenda addirittura un libro in cui cerca di dimostrare che l’imputato era stato schiacciato da una persecuzione pagata in contanti.
• Piero Luigi Vigna coglie i frutti del flop: promosso capo dell’Antimafia. In Italia succede spesso: chi perde intasca il premio maggiore. Ciò non impedisce al brillante procuratore fiorentino di fare un’affermazione destinata a una delle più esilaranti edizioni di Blob: «Le tesi sostenute dalla difesa di Pacciani sono atomistiche». Il popolo ascolta ammirato: «Beh, se sono atomistiche c’è poco da fare». La spalla di Vigna, Francesco Fleury, nel frattempo informa: «Stiamo cercando elementi di prova a carico di Pacciani, ma non vogliamo parlare perché non si pensi che ce l’abbiamo con lui». Che frase illuminante.
• Qualche giorno dopo si apprende che Giancarlo Lotti, uno delle merende, muratore detto Katanga, riconosciuto pubblicamente come lo scemo del villaggio, va in galera. E che fa? Elementare, Watson-Vigna: si pente. Da qui in poi la strada per i signori inquirenti è in discesa. Lo scemo del villaggio si autoaccusa di un paio di omicidi. Ogni giorno aggiunge una puntata alla telenovela hard. Nessuno crede che quel poveraccio, insieme a quel bischero di un Pacciani, abbia commesso le stragi da superkiller; difficile immaginare due disgrazia ti, un po’ mentecatti, trasformarsi con qualche bicchiere di Chianti in geni del male. Ma l’ultimo atto è addirittura spiazzante: anche Katanga, come Pacciani, ha confessato di essere vittima dell’amore. L’oggetto del desiderato era lui, Pacciani, che con la sua passione, il vibratore e chissà cos’altro, lo teneva in ginocchio imponendogli la sua volontà amatoria e il silenzio sui passatempi dietro le siepi. Se tutto questo è vero, io mi faccio frate. E lei Vigna, per favore, non mi venga dietro.