Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 13 gennaio 1997
Seul: alle sei del mattino del 26 dicembre quattro autobus presi in affitto portano in Parlamento i 155 rappresentanti del partito di governo (’Nuova Corea”)
• Seul: alle sei del mattino del 26 dicembre quattro autobus presi in affitto portano in Parlamento i 155 rappresentanti del partito di governo (’Nuova Corea”). L’opposizione non c’è. In sei minuti vengono approvate undici leggi: la più esplosiva, quella sul lavoro, cancella i divieti di licenziamento, rinvia al 2002 la liberalizzazione dei sindacati, prevista a partire dall’anno prossimo (in Corea ci sono molti sindacati, ma una sola organizzazione è legale, la Fktu), autorizza l’uso di manodopera temporanea, concede agli imprenditori di assumere crumiri durante gli scioperi, prevede la possibilità di intervento del governo nelle vertenze. L’ appuntamento all’alba serviva al partito di governo ad evitare i picchetti dei colleghi dell’opposizione che, da giorni, hanno abbandonato l’assemblea bloccandone anche l’ingresso. La rottura e il conseguente Aventino si sono determinati soprattutto per il programma di liberalizzazione del mercato del lavoro promosso dal governo di Kim Young-Sam. In Corea, come in Italia, la legislazione del lavoro ammetteva il licenziamento solo per giusta causa e la giurisprudenza in materia è sempre stata severa. Le nuove norme sottraggono al giudice il controllo esclusivo dei contenziosi. Secondo il capo del Governo le misure erano necessarie per rispondere ai principi di flessibilità richiesti dall’ Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che un mese fa ha ammesso al suo interno la Corea del Sud. Secondo i sindacati quelle misure sono un modo per introdurre una forma velata di schiavitù.
• Dopo l’approvazione della legge sul lavoro, due organizzazioni sindacali forti di un milione e 700 mila iscritti complessivi (su una forza lavoro di dieci milioni) - la Confederazione coreana dei sindacati (Kctu) e la Federazione dei sindacati coreani (Fktu) - proclamano lo sciopero ad oltranza. la prima volta che in Corea del Sud c’è uno sciopero ”illegale” di tali proporzioni. Fra Natale e Capodanno scendono in piazza circa quattrocentomila lavoratori, di cui centomila occupati nell’auto (lo Hyunday è il gruppo più grosso e più colpito dagli scioperi) e nei cantieri navali (lo Hyunday Heavy Industries è il cantiere più grande del mondo). Si fermano anche i ferrotranvieri delle metropolitane di Seul e di Peusan (ma solo due giorni a fine anno), gli ospedali e la radio-televisione. Il segretario della Confederazione degli imprenditori dice che gli scioperi fra il 26 dicembre e il 3 gennaio sono costati alle aziende 403 milioni di dollari in mancata produzione. La polizia carica i manifestanti con i lacrimogeni, il procuratore generale dello Stato convoca un centinaio di leader sindacali per interrogarli sugli scioperi. Loro si rifiutano di andare, partono venti mandati di arresto (sette già eseguiti). Venerdì a Ulsan, cittadina del Sud-Est, sede della Hyundai, un operaio si dà fuoco durante gli scontri con la polizia. Per reazione la casa automobilistica proclama la serrata a tempo indeterminato. Intervengono - a vuoto - per ristabilire il dialogo fra le parti la Chiesa cattolica e i sindacati degli altri Stati (anche Cgil, Cisl e Uil).
• Unico segno di distensione: la visita del presidente del partito di governo, Lee Hong Koo, alla sede della federazione dei sindacati coreani, l’organizzazione più moderata e l’unica riconosciuta. Media giornaliera di manifestanti: secondo il sindacato duecentomila al giorno con blocco di 150 fabbriche; secondo il primo ministro Lee Hong Koo 65 mila, concentrati in una sessantina di imprese.Il quartier generale dei manifestanti è una tenda nel giardino intorno alla cattedrale Myongdong, in pieno centro di Seul. Lì si sono rifugiati anche i leader sindacali decisi a non farsi arrestare. Il momento clou della giornata è l’arrivo dei dispacci ministeriali sulle cifre degli scioperi. I leader escono dalla tenda e li leggono alla piazza. Fra le iniziative prese dai sindacati per ampliare il consenso la ”Giornata della solidarietà con il popolo”: meccanici, medici e infermieri offrono prestazioni gratuite, gli operai spazzano le strade per ripulire la città. L’ultimatum dei sindacati al governo: entro il 13 gennaio revoca della legge sul lavoro oppure sciopero generale nei due giorni successivi. Secondo i sondaggi l’87% dei coreani chiede modifiche alla legge, il 65% critica il metodo con cui è stata imposta, il 54,5% approva gli scioperi.
• La Corea del Sud ha 46 milioni di abitanti distribuiti su un territorio poco più grande dell’Austria (che di abitanti ne ha 8 milioni). Ha avuto 20 anni di crescita economica ininterrotta, con una frenata nell’ultimo anno: nel 1996 l’economia è cresciuta del 6,8%, tre punti in meno rispetto all’anno precedente (crescita del 9,5%). Settori trainanti: elettronica (la Corea del Sud è leader nella produzione di chip di memoria per computer, anche se nel segmento di bassa tecnologia del mercato dei semiconduttori), petrolchimica, siderurgia, cantieristica, automobile (nell’87 circolavano un milione di auto, oggi sono 9 milioni; l’export era di 50 miliardi di dollari saliti a 123 nel ’95). La produzione è sempre stata selvaggiamente orientata all’export, che è però crollato dal 34 al 6 per cento, mentre le importazioni sono cresciute del 10 per cento. Risultato: un dDeficit commerciale nel ’96 di 20 miliardi di dollari (30.000 miliardi di lire), il doppio rispetto all’anno precedente. Dal 1987 (anno delle prime elezioni presidenziali libere) a oggi i salari sono aumentati in media del 19% all’anno, il tasso di disoccupazione s’è mantenuto stabile sul 2%. Un’ora di un operaio specializzato a Seul costa 18 mila lire, in Malaysia 3.000 lire, in Cina 1.500 lire.
• I recenti fatti di Seul sono stati letti come crisi definitiva del ”modello di sviluppo coreano”. L’esperienza sudcoreana infatti è diventata esemplare di un’industrializzazione a tappe forzate fondata su un’economia omogenea ad un sistema politico illiberale. Il boom economico c’è stato negli anni ’60, ”pilotato” però da una serie di piani quinquennali che industrializzarono il paese dall’alto. Questo modello economico iperprotetto, avallato dall’alleanza fra i generali pianificatori con i grandi gruppi industriali e dai sindacati compiacenti, è stato messo in discussione dall’attuale presidente Kim Young Sam, uno dei leader della rivoluzione democratica che, dal 1992, finito il regime militare, predica la globalizzazione, la privatizzazione delle industrie pubbliche, il ridimensionamento delle chabeol, i conglomerati industriali cresciuti sotto la protezione dei regimi militari. Kim Young Sam non aveva però ancora messo mano alle riforme, fino all’ingresso nell’Ocse che l’ha costretto a recuperare con le misure che gli hanno scatenato contro le manifestazioni di questi giorni.
• «La Corea sta maturando una ”sindrome europea” o sono l’Italia e l’Europa che covano ”una sindrome coreana”? [...] Mentre, arricchendosi, la tigre coreana entra in uno sciopero all’europea, l’elefante europeo, dovendo snellirsi, pensa a soluzioni coreane» (Danilo Taino). Dopo i fatti coreani: in Germania il ministro tedesco dell’Economia, Guenter Rexrodt, dice che «è troppo difficile licenziare» suscitando la reazione dei sindacati; in Italia Pietro Ichino, ordinario di Diritto del Lavoro che ha redatto un progetto di legge per riformare la disciplina del licenziamento (ci stanno lavorando alcuni deputati dell’Ulivo, la faccenda sta provocando forti tensioni nel Pds) dice :«Non sono tempi in cui la stabilità del lavoro possa rimanere un valore assoluto». In America un gruppo di studio di tredici esperti propone per la prima volta che una parte dei fondi elargiti dal sistema previdenzaile pubblico sia investito in azioni.
• «A Seul immagini d’eroismo di classe come solo nel vecchio Continente d’un tempo: operai e impiegati in sciopero, fabbriche d’auto e cantieri navali bloccati, manifestazioni, sit-in, e magistrati che minacciano di arrestare i sindacalisti. A Roma come a Bonn, desidéri di un po’ di Sud-Est asiatico, di licenziamenti più facili, di tutele del lavoro più pallideª