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 1997  gennaio 13 Lunedì calendario

Siamo riusciti a trasformare anche una scadenza così importante e significativa, come l’adesione all’Unione monetaria europea, che dovrebbe sancire il culmine di quarant’anni di serio, coerente e, in qualche passaggio, coraggioso impegno per l’integrazione europea ed essere un grande momento di pensiero e riflessione collettiva, in una sorta di rissa da strapaese, se non addirittura in materia da scommesse

• Siamo riusciti a trasformare anche una scadenza così importante e significativa, come l’adesione all’Unione monetaria europea, che dovrebbe sancire il culmine di quarant’anni di serio, coerente e, in qualche passaggio, coraggioso impegno per l’integrazione europea ed essere un grande momento di pensiero e riflessione collettiva, in una sorta di rissa da strapaese, se non addirittura in materia da scommesse. Come sempre ci muoviamo tra il tragico (o Maastricht o morte!) e il faceto (scommettiamo che il prelievo per l’Europa non solo è sufficiente ma verrà restituito?), cioè nella sfera tipica nostrana della non serietà”, nel grottesco e nel melodramma, il nostro, sembra, un immutabile destino. Ma i passaggi che ci stanno di fronte sono terribilmente seri e tali da determinare il nostro futuro per un ciclo lunghissimo. Incerto resta il punto di partenza, cioè il nostro eventuale ingresso in Europa. Dopo la manovra sono arrivati i dati tutt’altro che confortanti sul deficit di cassa, che potrebbe preludere a un’altra manovrina». E poi è giunto il duro commento olandese che in pratica ritiene l’Italia impresentabile all’appuntamento con l’Unione monetaria. Insomma, incertezze presenti e passaggi che vengono da molto lontano che portano a scenari di lunghissimo termine.
• Quando con la Costituzione federale americana si iniziò il processo per una moneta unica che sostituì i precedenti ”continental dollars” degli Stati confederati, si diede vita a un processo lungo e tormentato che si concluse realmente e in modo compiuto, solo nel 1934, dopo 147 anni. E l’inizio fu rappresentato dall’articolo VI della Costituzione che stabiliva «tutti i debiti e gli impegni esistenti a carico degli Stati confederati prima dell’entrata in vigore della Costituzione saranno validi nei confronti degli Stati Uniti, nell’ambito della nuova Costituzione, come lo erano nell’ambito della precedente Confederazione». Il segretario del Tesoro, Alexander Hamilton, accettò il cambio alla pari, anche se le monete e i titoli assorbiti avevano, sul mercato valori molto inferiori (essendo le finanze pubbliche di molti degli Stati in pessime condizioni). Ma l’autonomia dei singoli Stati, per misure di protezionismo valutario, rimase tanto ampia che il Maryland introdusse all’inizio dell’Ottocento una tassa del 2% sui dollari emessi negli altri Stati immessi in circolazione nel Maryland. Fu la Corte suprema, nel 1819, con il famoso giudice Marshall a statuire che ciò era in contrasto con i principi di un’unione monetaria, così consolidando tale istituzione. Fu in quella occasione che la Corte affermò il principio che «il potere di tassare porta con sé anche il potere di distruggere». La Banca centrale federale, Federal Reserve, fu creata solo nel 1913, ma, come dicevo, il processo fu completato solamente nel 1934.
•  probabile che il processo di integrazione monetaria europea possa essere più rapido, perché nei nostri tempi tutto è più rapido. Ma certamente siamo di fronte a processi assai complessi, che non si esauriscono né in un giorno né in un anno, né in pochi anni, come a una sempre più sconcertata opinione pubblica si tende a far credere. L’Unione monetaria, che si articoli in una o in più fasi di aggregazione (come è assolutamente ovvio e indispensabile), è una costruzione che richiede molto tempo, molta buona politica, molta volontà di coesione una serie di sviluppi istituzionali conseguenti e paralleli, la preparazione culturale, psicologica, tecnica a fronteggiare gli inevitabili scossoni (che, ne sono quasi certo, arriveranno molto più presto di quanto si creda, attraverso il franco che, da tempo segue una politica della quale i mercati faranno giustizia).
• Le variazioni fra il valore delle monete sono un meccanismo di aggiustamento per differenze fra l’andamento e la struttura delle diverse economie regionali. Poiché diversi andamenti e diverse strutture delle economie reali sono un fatto fisiologico e inevitabile, l’eliminazione di questo meccanismo di aggiustamento presuppone l’esistenza di altri meccanismi di aggiustamento sostitutivi.
• I meccanismi sostitutivi tipici sono la mobilità del lavoro e l’effetto di compensazione proprio di una fiscalità e di un bilancio federale unitario. Anche qui l’esempio americano può aiutarci a capire queste peraltro, evidenti verità. Nel periodo del grande sviluppo della California (1980-1992) la popolazione di quello Stato aumentò del 2,2% all’anno. Nella crisi del 1993 ’94 1,2 milioni di persone lasciarono la California verso altri Stati in sviluppo. Più in generale, negli Usa, circa il 3% dell’intera popolazione, e cioè 7,7 milioni di persone, cambiano Stato, in un anno, per ragioni di lavoro. Queste percentuali salgono a circa il 30% se riferite ai soli giovani dai 20 ai 30 anni. Questi movimenti bilanciano gli effetti di recessione e di crisi, e sono indispensabili con una moneta unica. Se ci fosse un dollaro californiano questo si sarebbe svalutato e il lavoro, e il costo della produzione, sarebbero, in termini di dollaro federale, diminuiti, cambiando le convenienze a investire e a produrre in California e mitigando e controbilanciando, per questa via, gli effetti della recessione. Mancando i movimenti del lavoro e la variazione dei cambi, restano, come meccanismo di aggiustamento, solo la recessione e la svalutazione dei valori in termini di moneta unica.
• L’altro grande meccanismo di aggiustamento automatico è il bilancio federale e l’effetto fiscale. Con un’imposta progressiva federale gli Stati in sviluppo contribuiscono automaticamente, in misura più che proporzionale, alle necessità comuni. Per converso, quando il ciclo economico nel singolo Stato è depresso, questi è alleviato, automaticamente, più che proporzionalmente, dal peso fiscale. Così, ritornando all’esempio della California, nel periodo ’87-’91 (periodo di forte sviluppo) il suo contributo al maggior gettito fiscale federale fu del 16,6%; nel 1991-’94 (periodo di recessione), dell’8,1 per cento.
• Nessuno dei due grandi meccanismi alternativi automatici di aggiustamento e di stabilizzazione esiste in Europa. Il che non esclude che, con il tempo si possano creare, anzi, si dovranno creare. Ma, per crearli è per lo meno necessario incominciare a discuterne e a volerli. Non si tratta di creare fondi di compensazione regionale di natura più o meno assistenziale, che hanno sempre effetti limitati, ma di avviare quelle reali politiche generali e istituzionali comuni che la storia l’esperienza e la logica, sia economica che istituzionale, indicano come indispensabili, affinché una moneta unica non nasca costruita sulla sabbia o come semplice strumento di dominio delle regioni più forti. E dunque, non solo una vera banca federale ma anche un bilancio federale, senza il quale Maastricht e le sue convergenze contabili rimarranno un tragico imbroglio, un modo per dividere anziché per unire, per affossare anziché esaltare i processo di integrazione economica europea. Ma tutto ciò non avverrà sino a che i popoli europei non sapranno esprimere una volontà e una cultura comune capace di vivificare, controllare, bilanciare l’Europa dei banchieri, con tutto il rispetto per questi ultimi. Finché non capiranno e lo chiederanno ai ”reggitori”.