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 1997  gennaio 06 Lunedì calendario

Durante la conferenza stampa dell’ 11 dicembre scorso, quella della ”cappa di piombo”, il presidente della Confindustria Giorgio Fossa buttò lì la minaccia, ma era tanta la buriana sollevata dall’attacco al governo che pochi ci fecero caso

• Durante la conferenza stampa dell’ 11 dicembre scorso, quella della ”cappa di piombo”, il presidente della Confindustria Giorgio Fossa buttò lì la minaccia, ma era tanta la buriana sollevata dall’attacco al governo che pochi ci fecero caso. «C’è veramente il rischio che le imprese se ne vadano all’estero o si rifugino nel sommerso», disse il leader degli industriali. Invece la fuga è già cominciata e neppure tanto in sordina. Nei giorni scorsi Riccardo Illy, sindaco di Trieste nonché uno dei maggiori industriali italiani del caffè ha preso carta e penna e ha scritto al premier Romano Prodi: «Attenzione Presidente, perché le imprese del Nord Est stanno fuggendo dall’Italia e alcune di esse sono attratte dall’Austria». Prodi ha risposto, ha fornito assicurazioni, ha promesso che comincerà con l’emanare il decreto per la zona-franca di Trieste, ha cercato di sgonfiare il caso. Ma per ora l’emorragia continua.
• Emblematico il caso della Lucky Goldstar, fondata dai coreani in provincia di Caserta per produrre frigoriferi, nel giro di poco tempo i manager della società hanno deciso che in Italia non c’erano le condizioni più favorevoli, hanno restituito allo stato i 40 miliardi di finanziamento e se ne sono andati nel Galles. Sì, proprio nelle brume della regione meridionale della Gran Bretagna, una zona dove fino a qualche anno fa c’erano solo miniere e impianti siderurgici e che ha dovuto subire una terribile riconversione industriale.
• Oggi quelli della Welsh Development Agency, la struttura statale incaricata di rilanciare l’economia della zona, girano l’Italia per lungo e per largo sicuri di tornare in patria con più di una preda nel carniere. Basta scorrere i nomi delle imprese che hanno trovato nel Galles la loro nuova patria per rendersene conto: la Fiamm di Vicenza che produce batterie per auto; la Pirelli; la Candy; la Sogefi che fa filtri per aria; la Mvo Group di Torino che fabbrica componenti di precisione. Hanno creato 2.500 posti di lavoro, hanno dato uno stipendio a 2.500 famiglie di sudditi di Sua Maestà.
•  vero che in tempi di mercato unico non ci si possono stracciare le vesti per vicende come queste, ma un po’ di amaro in bocca resta. «Vuole che glielo dica in una battuta? Con lo stipendio di un operaio qui ne pago due», confessa Pietro Biscardi che nel Galles imbottiglia e spedisce in tutto il mondo l’acqua minerale dei vip ”Ty Nant”. Aggiunge Luciano Castagna mandato a Cardiff dalla Fiamm per costruire nel giro di pochi mesi un nuovo stabilimento: «Avevamo un mare di commesse e non riuscivamo a soddisfarle, c’era il problema di ampliare le linee di produzione. Vicenza era esclusa: lì non si trovano più operai. Nel Sud abbiamo già avuto esperienze e non è il caso. Nel Galles ci hanno fatto ponti d’oro, finanziamenti a fondo perduto, manodopera a basso costo e soprattutto la burocrazia è a zero». Sembra proprio che il sistema funzioni e lo conferma Paul Wrigth, capo dei cacciatori di aziende in Italia: «In questo momento abbiamo altre tredici imprese interessate ad investire nel Galles e credo che buona parte di queste pratiche andranno a buon fine».
• Del resto le cifre contenute nell’opuscoletto diffuso nel nostro paese dalla Wda parlano chiaro: il personale costa circa il 25-30 per cento in meno che in Italia, la tredicesima non esiste, flessibilità e deregulation sono a livelli che da noi farebbero, forse giustamente, inorridire: nessun limite agli straordinari e all’orario settimanale, licenziamento libero. Gli oneri contributivi sulla busta-paga sono bassissimi: intorno al 16-17 per cento, contro il 50 per cento previsto nel nostro paese.
• Così la fuga continua. Nomi grossi come la Nestlè, ad esempio, hanno già deciso la riduzione di circa 1.500 addetti e di trasferire in Francia parte delle produzioni di Abbiategrasso e Cornaredo. Fa i bagagli anche la Unilever: lo stabilimento milanese della Elisabeth Arden andrà nel Regno Unito. Come si vede anche la Francia non sta con le mani in mano: la loro agenzia si chiama Datar, anch’essi cacciano imprese e calcolano che a fine anno i posti di lavoro creati da imprese italiane in territorio transalpino arriveranno a 1.800.
• E non è finita. Tra i pascoli del Galles c’è chi si aspetta di vedere tra poco le insegne di Benetton. L’italianissima Zuegg che produce marmellate in Alto Adige, ha scelto di aprire un nuovo stabilimento a Berlino invece di ampliare le proprie manifatture in patria. E l’Italia che fa? Da noi non esiste un’agenzia di cacciatori di aziende straniere. Ma non tutto è perduto: la task-force sull’occupazione di Gianfranco Borghini sta lavorando all’idea. Speriamo che non sia troppo tardi.