Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 16 dicembre 1996
I Britannici non perdono occasione per manifestare la loro profonda, insulare insofferenza verso il resto del continente
• I Britannici non perdono occasione per manifestare la loro profonda, insulare insofferenza verso il resto del continente. Si tratti delle direttive europee, della ”mucca pazza”, dell’ora legale estiva, del sistema metrico-decimale ogni pretesto è buono per affliggere gli uomini del continente, specie se si tratta degli italiani. L’ultima occasione è stata la serie di improperi del critico musicale dell’autorevole ”Times”, Rodney Milnes. Oggetto: la prima di Armide che ha inaugurato la stagione della Scala. Milnes ha parlato di «eccentrico spreco di risorse», ha precisato che «tanto sfarzo confina con l’osceno».
• Esprimo un’impressione personale che dunque ha il valore che ha: a mio giudizio Milnes ha visto l’opera di Gluck dall’interno di una molto britannica concezione miserabilistica dell’esistenza. Attraverso le sue parole si è espressa l’Inghilterra delle case mal riscaldate, delle lampadine fioche, degli abiti logori, della pessima cucina.
• Milnes ha anche cercato d’inserire la lama di un possibile contrasto tra teatri italiani sostenendo che verso la Scala ci sarebbe il «duro risentimento degli altri teatri della penisola, molti dei quali in crisi come i nostri». Un terreno dove è stato subito smentito dalla sovrintendente del Regio di Torino Elda Tessore, che nei confronti della Scala non ha mai mostrato eccessiva tenerezza, la quale ha giudicato «infantile» il tentativo di seminare zizzania dello sgarbato critico di sua maestà.
• In un intervento come questo, che vuole solo segnalare una tendenza, le cifre interessano fino a un certo punto. Volendo si può comunque riferire che il costo dell’allestimento, indubbiamente lussuoso, di Pier Luigi Pizzi, è stato di 650 milioni a fronte di un incasso della prima pari a 1 miliardo e 400 milioni. Come tutti sanno, non è il costo degli allestimenti e nemmeno quello dei cachet artistici (peraltro tutti piuttosto alti) che manda in rosso i bilanci degli enti lirici. Sono le spese fisse del personale e delle masse artistiche quelle che pesano di più. Milnes si è irritato (e forse ha provato invidia) di fronte al lusso di scena e costumi ma ha sbagliato obiettivo perdendo di vista il punto centrale della questione.
• A questo punto bisogna infatti sottolineare l’altro aspetto del problema che lo stizzoso critico britannico avrebbe potuto cogliere e non ha colto. Il nostro torto non è di preparare un allestimento eccezionale per aprire la stagione del più rinomato teatro lirico del mondo, il nostro torto è di non saper concepire un andamento normale dello spettacolo musicale, in particolare di quello lirico. Mancano in Italia quelle forti, dense, un po’ noiose stagioni liriche e sinfoniche tipiche della provincia tedesca fatte di buone orchestre normali, di buoni direttori normali e di un buon pubblico che giudica normale andare all’opera o al concerto com’è normale portare i bambini al parco la domenica e fare una corsetta o una partita a tennis con gli amici.
• La vita dei teatri d’opera italiani è drammatica, spesso melodrammatica (il melodramma del resto l’abbiamo inventato noi), anche perché ogni allestimento deve per forza essere un ”evento”, una notizia di cui i giornali si occupino con titoli vistosi o scandalistici: il soprano canterà nudo o a testa in giù, l’epoca della vicenda è stata spostata di cinque secoli, i costumi saranno trasparenti, dal palcoscenico si sprigioneranno vere fiamme e via dicendo.
• Non è con gli eventi che si costruisce un pubblico. L’abitudine all’opera, come l’abitudine alla lettura di libri e giornali, si costruisce con l’educazione, la cultura diffusa, la buona educazione civile. Ecco dove il cipiglioso critico del ”Times” avrebbe potuto colpire se non fosse stato accecato dal risentimento. Gli dedico volentieri questi appunti per il suo articolo del prossimo anno.