Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 2 dicembre 1996
La differenza è questa: Cavour usò l’Europa per unificare l’Italia; Prodi usa l’Europa per bastonarci con aggravi fiscali
• La differenza è questa: Cavour usò l’Europa per unificare l’Italia; Prodi usa l’Europa per bastonarci con aggravi fiscali. Quintino Sella risanò la finanza pubblica, che le guerre di indipendenza avevano ferito; gli attuali ministri non risanano una finanza pubblica che essi stessi, o i loro alleati hanno contribuito a rovinare col malgoverno in tempo di pace. L’Italietta dell’Ottocento nacque come compimento di un ideale perseguito con dignitosa speranza. L’Italietta della prima Repubblica democratica va a pietire col cappello in mano, affinché tedeschi e francesi riaccettino la lira in un sistema monetario europeo che fummo costretti ad abbandonare con ignominia.
• Aumentare tasse e imposte non è un ideale. Contrattare, in posizione di debolezza, un nuovo cambio della lira non è un ideale. Ma esiste un ideale per entrare in Europa? Se esiste, non è per noi. Esso riguarda la Germania e la Francia, le cui mire ignoriamo. Le ignoriamo noi e, sembra, le ignora 1a diplomazia italiana, ammesso che ne esista ancora una. Saremo, probabilmente, nulla più che comparse in un teatro europeo dove i grandi attori saranno appunto la Germania e la Francia. E allora perché ci imponiamo tanti sacrifici per recitare a Bruxelles qualche battuta insignificante? Perché? Per un’illusione.
• Un’illusione ricorrente prima del Risorgimento: se non sappiamo autogovernarci, facciamoci governare dagli stranieri. Ci viene in mente Ludovico il Moro, che invita Carlo VIII a invadere l’Italia. Ci vengono in mente i milanesi che si rallegrano di ricevere le ”riforme” da Vienna e i fiorentini dai Lorena. E tutti ad applaudire il ”liberatore” Napoleone. L’illusione dei ”liberatori” è sempre durata poco, ma rinasce.
• Ora l’Italia, forse inconsciamente, cerca un padrone in Europa; qualcuno che ci obblighi a mettere ordine nei nostri conti pubblici, tanto per cominciare. Vorremmo importare un po’ di disciplina tedesca, un po’ di razionalismo burocratico francese. Vorremmo ancorarci all’Europa per non andare alla deriva verso la fine dello sviluppo civile ed economico. Vorremmo diluire le nostre anomalie mescolandoci ai popoli vicini. E ci accorgiamo di quanto sia difficile anche trovare un padrone. Germania e Francia sono in bilico tra il desiderio di sfruttarci e il timore di essere contagiati da noi, da quello strano Paese che è l’Italia. Paese inaffidabile e imprevedibile, dove l’arbitro della politica è nientemeno che un partito il quale vuole rifondare il comunismo!
• Ma sì, presto o tardi ci permetteranno di entrare in Europa, che per ora è un continente senza destinazione dichiarata; un continente in apparenza monomaniaco, ipnotizzato dalla questione della moneta unica, l’euro, il cui scopo principale sembra essere quello di sostituire il marco. Come se, cambiando il nome, cessasse per incanto lo strapotere monetario della Germania. Mentre noi dovremmo porci ben altri traguardi, discutere ben altri temi. Per esempio, rendere democratico il processo di formazione dell’Unione europea. Oggi non lo è. Si sta costruendo l’Europa dei ministri del Tesoro, dei governatori delle banche centrali, dei capi di Stato, non l’Europa dei Parlamenti e dei popoli.
• Si sta costruendo un’Europa presa nella rete di infiniti dettagli tecnici, che le sottraggono tempo per concertare (ammesso che lo voglia) una strategia mondiale. Ci rendiamo conto che è in gioco il destino della civiltà occidentale? Che intende fare, che può fare l’Europa senza gli Stati Uniti? La caduta nel caos dell’ex Unione Sovietica non ha cancellato i doveri militari di difesa. Ed esistono inoltre doveri di difesa economica dall’assalto delle ”tigri capitalistiche” del Pacifico; questione che i nostri imprenditori affrontano cominciando dal lato sbagliato, cercando di ridurre il nostro costo del lavoro riducendo il potere d’acquisto dei nostri lavoratori.
• Sappiamo di essere scandalosi, tuttavia non ci tratteniamo dal dire che un altro lato sbagliato di attacco è il tasso di cambio della lira, o se è per questo, di qualunque altra moneta. Se per esportare bastasse, nel medio e lungo periodo, godere di un cambio favorevole... Non è così, sarebbe troppo semplice. Se l’Italia intende rimanere ben salda in Europa e in Occidente, curi il progresso scientifico e tecnico, la capacità innovativa dei suoi imprenditori, lo snellimento della pubblica amministrazione, l’alleggerimento dei pesi fiscali. Non creda la classe politica italiana di farsi perdonare portandoci a Maastricht; non creda il popolo italiano che a Maastricht troverà un porto amico. Maastricht non è un porto d’arrivo, è un porto di partenza verso l’ignoto.