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 1996  agosto 05 Lunedì calendario

Sembra così facile

• Sembra così facile. Tre sol e un mi bemolle, nient’altro che due notine messe in fila. Tatata-taaa... Che scherzo da ragazzi, l’inizio della Quinta di Beethoven. Uno scherzo un po’ pesante, rivela John Eliot Gardiner, il direttore inglese, un tempo dedito al repertorio barocco, adesso curioso senza confini. In occasione del lancio della sua incisione integrale delle nove sinfonie, il maestro ha raccontato alla Bbc che «Beethoven ha copiato questo tema dall’autore della Marsigliese, Claude Rouget de Lisle, esattamente dal suo Dithyrambique». Riprese già dalla ”Stampa” di sabato e da ”Le Monde” le frasi di Gardiner hanno fatto scalpore: Beethoven astuto ladro di musica altrui è un’idea ostica da accettare. E infatti va respinta.
• Compositore attivo al servizio della Rivoluzione, de Lisle sfornava a raffica inni e marce; il ventenne Beethoven, studente a Bonn, ascoltava, avido di libertà, e memorizzava: anni dopo, quelle note rubate gli sarebbero tornate utili. E non soltanto per la Quinta: se il Finale della Sesta Sinfonia, la Pastorale, vien giù dritto dall’Inno all’Agricoltura di Lefevre, quello della Settima, prosegue Gardiner, è desunto da una danza del belga Gossec.
• Nelle sue lezioni proprio sulla Quinta, Leonard Bernstein ricordava che del secondo movimento «Beethoven scrisse in otto anni 14 versioni prima di scegliere quella definitiva» e si divertiva a far ascoltare lo sfolgorante avvio del ”tema del destino” con tutte le variazioni annotate dal compositore nel suo quaderno degli appunti. Alcune fortunatamente cassate, altre restate in ballottaggio fino all’ultimo e non poco avvincenti.
• L’alfabeto musicale è povero: 12 segni, 7 note e 5 alterazioni, circa la metà di quello linguistico. Da questo ridotto materiale di partenza sono nate migliaia di creature. Copiare è fatale, ma non basta copiare per farsi notare. Perché poi, comunque, bisogna decidere: che ritmo dò alla melodia, con quale armonia l’accompagno, quale intensità del suono scelgo e per quali strumenti, come proseguo dopo lo spunto iniziale? Le 12 note diventano un labirinto di possibilità, dove in molti si perdono andando a ingrossare le file dei ”musicisti di genere”, bravi artigiani, ma impossibili da distinguere l’uno dall’altro.
• Rouget de Lisle non potrebbe protestare per violazione del diritto d’autore. La prassi del plagio, frequente nel rock, non trova riscontro in ambito ”colto”: una canzone dura pochi minuti e magari tutta l’idea è racchiusa in otto battute, piuttosto facili da clonare, facendo loro indossare un altro abitino, tessuto di altri strumenti e di un testo diverso. Una sinfonia si avvicina alla mezz’ora, gli strumentisti sono molte decine, le possibilità combinatorie si moltiplicano all’infinito. Il jazz, invece, rivendicando la propria origine folk, non solo ammette la citazione, ma la esibisce e fa della variazione e dell’improvvisazione su uno standard dato una prova di abilità e di specificità per l’artista.
• Nelle sue recenti lezioni alla Harvard University, Luciano Berio ha dato grande rilievo all’idea del copiare: «Lo considero un momento decisivo nella formazione di ogni musicista: ricopiare una partitura ci dà conto delle scelte di un compositore come la più accurata delle analisi». Le sue musiche sono colme di citazioni, dai Beatles ai canti di lavoro siciliani, in un gioco incrociato tra omaggi alla storia del comporre e stacchi netti della propria invenzione.
• «Ci sono copiature coscienti e echi incoscienti che salgono dal profondo: sembrano copiature e invece non lo sono», racconta Goffredo Petrassi. Era un ragazzino, quando ascoltò a Roma la Sagra della Primavera di Stravinskij, abbagliante come una rivelazione che non si dimentica più. «Da allora, richiami a Stravinskij sono sempre vissuti dentro la mia musica. Sono disposto a compilare un cataloghino, preciso e minuzioso», si diverte a precisare il maestro. Può permetterselo: lui è diventato Petrassi, tanti altri sono rimasti nipotini di Stravinskij, capaci solo di far rimpiangere il nonno.