Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2004  febbraio 16 Lunedì calendario

la Repubblica, domenica 8 febbraio Verso Natale e l’Epifania (in quanto feste religiose e turistiche) le cattedrali d’una volta, come Canterbury e Chartres, già mete di enormi pellegrinaggi a piedi, appaiono singolarmente vuote di visitatori, benché a poco più di un’ora da Victoria Station o dalla Gare Montparnasse

• la Repubblica, domenica 8 febbraio Verso Natale e l’Epifania (in quanto feste religiose e turistiche) le cattedrali d’una volta, come Canterbury e Chartres, già mete di enormi pellegrinaggi a piedi, appaiono singolarmente vuote di visitatori, benché a poco più di un’ora da Victoria Station o dalla Gare Montparnasse. Mentre le immense file dei turisti devoti stanno in piedi anche per ore e ore davanti a qualunque mostra anche specializzata e settoriale, come Gauguin a Tahiti, Turner a Venezia, gli scritti di Jean Cocteau. E magari hanno già fatto il pellegrinaggio a Bilbao per adorare il Guggenheim. Altro che Racconti di Chaucer, film di Pasolini, poesie di Péguy, marce di potenti e umili credenti, turismo culturale fra navate e vetrate già ”cult”. Forse soltanto un’esibizione di Madonna potrebbe attrarre qui le masse di fedeli e feticisti desiderosi di penitenze, reliquie, ricordini, ex-voto, folle sul sagrato, e miracoli? O corti dei miracoli?
• Così, adesso, fanno forse un po’ ridere, al Beaubourg, le interminabili code di famigliuole e coppie osservanti e praticanti con neonati e passeggini e infermi che si indrappellano per illustrare ai pupi non Sacre Spine o Sindoni taumaturgiche ma biglietti e vignette fra le più mondane viscontesse e gli attori più avvenenti nell’età del Charleston o dell’Occupazione. Icone di Cocteau e immagini di Céline, Colette, Genet, Radiguet, Maurice Chevalier, circo, guerre, balli, aviazioni dannunziane, dediche, Proust, Laval, Cortot, cabaret, varietà. E oggi si nota soprattutto che Cocteau andava sempre da pessimi parrucchieri, anche quando era accademico; e la sua declamazione poetica era un birignao da «mostro sacro» privo di ironia. Nelle foto si osserva che gli «enfants terribles» erano ancora più magri e smunti dei «ragazzi di vita», mentre le sopracciglia depilate o finte di Orfei e Sfingi sono molto ridicole. Nei film, Jean Marais risulta smorfioso.
• Piuttosto faticosa risulta anche la lunghissima mostra di douard Vuillard al Grand Palais, soprattutto perché dopo le prime sale, dove appare più geniale addirittura di Degas o Cézanne, poi diventa un parigino sempre più ”routinier”. Dalla creatività all’arredamento. Le deliziose opere giovanili (poi disperse in tante sedi private o minori) non sfruttano mai un’invenzione o un’idea più di una volta: piccole masse o macchie basiche, sintetiche e simboliche e anche sceniche, magari con figure annebbiate in primo piano e nitide sullo sfondo. Poi avanza la decorazione: interni che rappresentano interni, con vesti puntilliste a fiori su divani puntillisti e tappezzerie a fiori, e sieste, pennichelle, riposi, relax. E quadri nei quadri, fra paraventi e pannelli e mézzeri: non più fra Matisse e Kirchner, ma fra ornamento e boudoir.
• Piccola appare invece la mostrina di Frédéric Bazille al Marmottan, rispetto a quella che viaggiava anni fa tra Montpellier e Brooklyn. Con opere giovanili già mature come le coetanee di Manet, Monet, Courbet; signore estive all’aperto già macchiaiole, bagnanti del Midi anche più nudi e vivi che in Cézanne. E stupendi interni d’atelier, con molti quadri in lavorazione: dunque, interrogativi aperti sull’opera futura, se non fosse morto trentenne alla guerra del 1870. Diversi modelli di organizzazione espositiva. In un padiglione del Luxembourg appaltato dal Senato a un’impresa di eventi, il gran nome di Botticelli attira le folle a una piccola raccolta di opere anche minori. Il Louvre, dopo il successo dei Marmi Colorati a Roma, riunisce tutti i suoi spettacolosi vasi e busti in porfido, già sparsi nelle varie sezioni, in un solo salone. Senza biglietti supplementari, e con un brillante catalogo. Una settantina di capolavori, quasi tutti romani, visitabili con calma perché non è ancora scattata la moda delle pietre. A Londra pare forse più interessante osservare le tecniche attuali del mercato dell’arte contemporanea: molto più sviluppato nei suoi intrecci (fra mercanti, curatori, direttori, critici, pubblicitari e pubblicisti) che ai tempi di Vollard o Kahnweiler. Oggi, infatti, sembra economicamente più facile ”inventare” un artista o un gruppo dal niente, e lanciarne le opere vendendo ad alti prezzi un prodotto di costo zero.
• Basta infatti patrocinare e promuovere con un cospicuo investimento una coda di rospo immersa nella benzina verde, una zampa di gallina nella benzina rossa, un orecchio d’elefante nel gin rosa. E una maglietta strappata di un mutilatino di Baghdad, una scarpetta sfondata di un’orfanella di Kabul, un patchwork di jeans etnici di Sarajevo. E un portfolio di fotine di latrine ”fetish-fusion” ai Tropici; o di gattini ciechi affamati fra le rovine di un eccidio stragista; o di graffiti ”trash-rock” eseguiti dalle nuove donne del Post-Naaf. E i vari video di angoli-cottura e divani-letto del Movimento Senza Titolo, del Centro Strega Libre, del Collettivo Murales Vigilantes, dei Peluche Controcorrente, dei Contaminazioni Clandestine, dei Global Melting Punk Pot... Quindi - a mercati aperti - assegnare solennemente il Furetto di Terracotta, la Marmotta di Maiolica, il Criceto di Ceramica, il Geco di Gres, la Tinca di Titanio... Riconoscimenti prestigiosi, come l’Aggiotaggio d’Argento, che si trasferiscono in tempo reale ai Mercanti in Fiera; e di lì scaricati (come non accadeva ai tempi di Vincent e Theo Van Gogh) sui buyers per le collezioni pubbliche, sui magnati improvvisi dell’informatica, sugli imprenditori delle nuove «cattedrali della cultura», sulle giovani coppie ricche alla moda che non comprano più diamanti e cincillà.
• In giro per le esposizioni più popolari e lucrative, si nota soprattutto la quantità di persone brutte o bruttissime che si autoesibiscono come ”opere”, diventando automaticamente Arte Contemporanea anche nelle quotidianità corporali e domestiche da home video. E la frequenza di Madonne e Crocifissi sbeffeggiati in vari modi, senza però che nessun trasgressivo si permetta di mancar di rispetto a simboli ebraici o islamici. Molti massacri e stragi, con tormenti e vittime: sia passati, sia presenti, sia futuri. Bellici, politici, ideologici, gangsteristici, polizieschi, di regime, di serial killer, science-fiction, video-fantasy, teatro della crudeltà e della malignità. Parecchi sviluppi nell’effettistica da «palazzo delle meraviglie». Alla Tate Modern, un ingigantimento dei vecchi specchi deformanti nelle fiere di paese: ora, nello spazio immenso, i giovani si sdraiano per terra e si divertono a veder riflessi i loro gesti sul soffitto altissimo. Mentre alla Saatchi Gallery, nel vecchio ex-municipio tristissimo, si dà spago abbondante alla deformità dei corpi: mostri e freaks che una volta si definivano «da baraccone» o «da Cottolengo». Ma anche enormi presepi con tante stragi in migliaia di figurine piccolissime e accuratissime: come quelle già eseguite dai detenuti negli ergastoli senza grazie.
• Vige in queste istituzioni una vasta voga del degrado, del disagio, del disgusto tipicamente ”british”, cioè lurido e lugubre, sordido a pagamento. Il gusto dei letti sfatti e delle cucine sporche, con piatti sozzi e tampax in disordine, che impongono devozioni in fila come pale d’altare, rotoli della Torah, muezzin da minareto. Così paiono far parte dell’allestimento anche gli zombi che contemplano con compunzione gli stronzi, nei ”water” demoetnoantropologici dove non è stata tirata l’acqua. E tutt’al più i cloni e le clone esclamano «cazzo!», con impar condicio per gli organi femminili. Mentre l’immancabile paraculetto di successo: «Ma la f*** si fa i c*** suoi!». Nella messa a norma degli animali e feti in formalina, dei lavandini intasati e dei collages con Gesù fra Hitler e Satana, mancano adesso le sorprese ”modaiole” di ieri: le mele rosse nella vetrina dei calzolai, le piume di pollo nella gioielleria, le foglie fresche sulle pellicce sintetiche, le gatte morte nella boutique dei cosmetici. Ritorna piuttosto la perversità dei carnefici coreografi che facevano correre gli amputati e ballare i paralitici, cantare i non udenti e dipingere i non vedenti. Parecchie provocazioni grottesche sull’arte del passato; mai la minima irriverenza su questa del presente. Vasi e olle tipo Deruta o Faenza, con su le barzellette, sms delle bambinacce che si dividono in troie e pure; e le troie son troie; e le pure, pure. Ma qui fuori, niente ”writers” né ”stilisti” né graffiti né spray: pare un altro mondo.
• Però gli slogan commerciali di ieri, poi sfruttati dalla contestazione di successo, sempre con la stessa formula grafica vengono adesso riutilizzati nella pubblicità consumistica per le liquidazioni ai grandi magazzini. Le frasi facili e portentose, fra i motti biblici e i Baci Perugina e i «Compro dunque sono», non più solo in neon verdini e violetti negli auditori ed aeroporti, ma scandite in primo piano da megere impietose e scomode su dvd nei musei, e ribadite sugli striscioni dei «Sales» in Oxford Street. Così, vedendo le file di accappatoi in fila con le maniche in tasca, i clienti possono osservare: ma queste sono opere d’arte, installazioni, allestimenti, premi a Venezia, alti prezzi a Basilea. «E qui ci vorrebbe un po’ di cacca, qui un tocco di ”social commentary”, qui un impegno all’ultimo eccidio corretto, qui uno spruzzo di Kennedy e due schizzi su Bush». Ormai anche al Duomo di Siena, uscendo dalla mostra di Duccio, sulla parete stupenda dei caschi multicolori dei motociclisti ex-voto: ma questo è il più bello di tutti gli allestimenti mai visti! Altro che gli affreschi! Come si farebbe, poi, a evitare i soliti conflitti d’interesse, se si viene nominati in una ristretta giuria di esperti multiculturali che dovrebbe esaminare in tre giorni tremila opere per assegnare una Leonessa d’Oro o una Lupa di Platinetto, un Oscar Luigi Excelsior o un Orsacchiotto Sessantotto, gli Agnelli di Cristallo, la Papaya Papaboys, il Palmarés Prolongé Pro-à-Porter, con immediate ripercussioni sui valori e sui prezzi? Alberto Arbasino