Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 29 giugno 1998
Ezio Forzatti, 49 anni, ingegnere nucleare insegnante in un Istituto Ipsia di Gorgonzola, aveva conosciuto la moglie Elena Moroni (46 anni, maestra elementare a Monza, nel quartiere San Donato) al liceo
• Ezio Forzatti, 49 anni, ingegnere nucleare insegnante in un Istituto Ipsia di Gorgonzola, aveva conosciuto la moglie Elena Moroni (46 anni, maestra elementare a Monza, nel quartiere San Donato) al liceo. Erano sposati da quasi venticinque anni (per le nozze d’argento avevano progettato un viaggio negli Stati Uniti). Non avevano figli, lui non aveva più neanche i genitori, lei aveva il padre ed un fratello, ma non li frequentava quasi mai. Innamoratissimi e solitari, rifiutavano qualsiasi invito, anche per una cena. Nella primavera scorsa erano venuti a sapere della malattia di lei, una piastrinopenia che, curabile nel 90 per cento dei casi se presa in tempo, li aveva allarmati molto. Lei si era indebolita, a metà giugno era stata ricoverata in ospedale. Venerdì 19 ebbe tutto il giorno mal di testa poi, sabato 20, cadde in coma per un’emorragia cerebrale. Non si sa fino a che punto la situazione fosse grave, fatto sta che il marito si convinse che c’era elettroencefalogramma piatto (non si sa bene se qualcuno glielo disse o se fu un’idea sua, tutti i giornali di lunedì scorso davano per scontato questo particolare, che si è poi rivelato falso) che la moglie era senza speranza e preso dalla disperazione non riuscì a dormire tutta la notte. Domenica mattina si alzò prestissimo, alle 6.30 era già davanti all’ospedale San Gerardo, settore B, reparto rianimazione: impugnando una pistola 7,65 (che poi si è saputo essere scarica) si fece condurre nella stanza dov’era ricoverata la moglie, si chiuse dentro mentre infermieri e medico di guardia (e dopo un po’ anche poliziotti) assistevano alla scena da una porta a vetri, staccò tutte le spine dei macchinari che tenevano in vita la moglie e quando arrivò un cardiologo suo vecchio amico lo fece entrare. Ricevuta l’assicurazione che la moglie era morta, si fece arrestare dopo essersi spiegato col padre della donna: «L’ho fatto per lei, volevo che non soffrisse più».
• Uxorcidio. «A Monza un uomo è finito in carcere per uxoricidio, reato giustamente tra i più odiosi [...] Per uxoricidio sarà giudicato, e con ogni probabilità condannato [...] L’uxoricida è colui che ha sposato una donna promettendo di ”amarla, rispettarla e servirla nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, finché la morte non li separi [...]
«Qui si trattava della suprema malattia, incurabile o, come dicono i medici, terminale. Cosa voleva dire, qui, ”assisterla nella cattiva sorte”? Per la legge, voleva dire lasciarla così com’era all’infinito, cioè abbandonarla. Ma questo non è neanche un abbandono, è un abbandono al quadrato. Perché la moribonda, già entrata in coma, vien bloccata in quello stadio con le macchine, a volte con brevi intervalli di ritorno alla coscienza. Il cuore della vicenda, la spiegazione di tutto, è qui: la morte scientifica è sostanzialmente una morte fermata un attimo prima che sia morte, e mantenuta così per ore, per giorni, per anni [...] Questa donna era ormai ”di là” [...] Il marito non le ha dato la morte, le ha impedito di morire dieci-venti volte, o di morire una morte lunga come dieci-venti morti. E questo è reato [...] Non l’ha fatta ”smettere di vivere”, l’ha fatta ”smettere di morire”. Un diritto che non sappia fare questa distinzione è inadeguato [...] Fosse mia sorella, la donna così morta, abbraccerei l’uomo che l’ha fatta smettere di soffrire, e non direi una parola. Ciò che gli è capitato è al di là dell’umano dovere di sopportare. Ciò che ha fatto è al di là dell’umano diritto di condannare» (Ferdinando Camon).
• «Penso che ogni malato, adeguatamente informato del suo stato di salute, abbia diritto a chiedere di essere aiutato a morire se non esistono possibilità di uscire dalla malattia. Se questo principio fosse adottato dal nostro ordinamento, resterebbe comunque un evento molto raro. La verità è che, nel nostro Paese, non si viene informati e quindi non si è messi nelle condizioni di scegliere per se stessi» (Carlo Alberto De Fanti, ex presidente della Consulta di bioetica, l’associazione favorevole all’eutanasia).
• Contro l’eutanasia. «Niente ci fa credere che la signora ammalata avesse espresso volontà di morte. stato il marito a interpretare arbitrariamente i suoi desideri [...] Siamo contrari all’eutanasia [...] Se ammessa per legge aprirebbe la porta ad ambiguità così gravi da cui è meglio tenersi alla larga specie in una società che invecchia. Faccio un esempio: potrebbe succedere che un parente decida di staccare la spina per non dover più sostenere le spese per le gravose terapie di un familiare anziano [...] Sarebbe assurdo mettersi a discutere di eutanasia quando non riusciamo neanche ad avere una legge sulla fecondazione artificiale» (Francesco D’Agostino, presidente del Comitato nazionale di bioetica).
• In Italia l’eutanasia attiva è un reato (di fatto viene equiparata al’omicidio del malato consenziente) e dunque è punibile con svariati anni di carcere. «L’eutanasia passiva è invece tollerata. Almeno nella sua accezione più sfumata che equivale a rinunciare alle cure inutili. Nel caso vi sia una evidente sproporzione tra le terapie e i risultati, la stessa Chiesa cattolica ammette la possibilità di ”staccare la spina”. Anche l’ordine dei medici, nel suo nuovo Codice deontologico, condanna ogni forma di accanimento terapeutico. [...]. Per quanto riguarda l’eutanasia vera e propria: nell’Enciclica Evangelum Vitae del 1995, il pontefice l’ha equiparata all’omicidio, mentre il Comitato nazionale per la bioetica ha dichiarato che ”nessuna legislazione eutanasica può avere valore bioetico”. [...] Affrettare la fine nel caso di una malattia senza speranza è una decisione che riguarda solo il paziente. Sono più diffusi di quanto si pensi i casi di malati che per i più svariati motivi esercitano il loro diritto a non sottoporsi a un intervento che li lascerebbe in condizioni che essi giudicano non accettabili e lesivi della loro idea della vita. [...] La letteratura scientifica internazionale è ricca di casi di persone che, davanti alla prospettiva di terapie invalidanti rifiutano le cure e scelgono la strada del digiuno a oltranza, cioè della ”morte per inedia”. Interrompendo l’alimentazione e l’idratazione la fine arriva di solito dopo due-tre settimane. Di fronte a una decisione di questo tipo il medico non ha alcun potere di costringerlo a seguire cure che rifiuta ostinatamente» (Luca Carra).
• L’eutanasia, questa libertà estrema non è che la logica conseguenza del principio della libertà dell’individuo, come mostrò nell’ottocento John Stuart Mill. «Il singolo è l’unico custode della propria salute fisica, morale e spirituale». «Così resta aperta l’ultima via d’uscita rispetto alla tutela di vescovi o capi di partito o magari degli stessi medici, tutti troppi solleciti del bene altrui. Insomma, il diritto all’eutanasia o al suicidio assistito rientra pienamente nella costellazione della ”libertà dei moderni”. Ciò rende particolarmente deboli certe opposizioni, stile Movimento per la vita, basate su generici argomenti umanitari, mentre risulta, per contrasto coerente quella tradizione cattolica che ritrova nell’ostilità per tali forme di libertà le proprie origini”» (Giulio Giorello).
• Una qualche legge che approverà la possibiltà di uccidere chi sta vivendo un’esistenza di dolore irrimediabilmente votata alla morte (salvo un miracolo), potrebbe non essere lontana. «Chi elaborerà in futuro una legge a proposito della cosidetta ”morte dignitosa” deve rendersi conto che una eccezione prevista aprirà un varco attraverso il quale passeranno pressoché tutti gli arbitrii detestabili e umanissimamente disumani: disumani.[...] Quando si toccano questi problemi della ”morte dolce” quasi insensibilmente si può scivolare in una sorta di eliminazione delle persone debilitate per disfunzioni o anche per età: persone che diventano imbarazzanti e costose. Un qualche olocausto può essere non troppo lontano» (Alessandro Maggiolini, vescovo di Como).
• Lettera. «Se tutta la vita è di Dio allora perché ci ostiniamo a pensare che sia la nostra e ci opponiamo disperatamente alla morte come se si potesse sconfiggere? Il caso dell’insegnante di Monza è molto significativo perché quelle macchine che protraggono la vita, fanno credere che la felicità sia la vita, invece a mio avviso la felicità è la felicità. questo forse il più grave e diffuso equivoco che mette in evidenza come nell’uomo moderno si apra un vuoto di fronte al pensiero della morte; mette in evidenza le carenze della cultura religiosa. La cultura laica mette al primo posto la vita fisica sotto una luce edonistica e profana, la fede, che tanto si oppone all’eutanasia, non riconosce nella morte la sua profonda realizzazione. Perché se Dio ci dà la vita è Dio che ce la toglie e dovremmo umilmente accettare il nostro destino, senza per questo accelerarlo; ma nemmeno preservare la vita quando ha perso il suo valore fondamentale, che è la possibilità di poterne disporre in un senso non esclusivamente fisico ma in un senso totale. Un uomo che non può amare perché è attaccato a una macchina è un uomo che non è né nell’aldiqua né nell’aldilà ma in una zona intermedia terribilmente inutile e dolorosa. Forse l’uomo religioso mi può opporre che il dolore in cui passa l’individuo è la fonte della sua salvezza, io invece credo che la salvezza sia la mèta di un cammino ben preparato precedentemente e che non si può studiare tutto il giorno stesso dell’esame. triste però è così, la fede non nasce nel dolore ma nella felicità e nella pace conquistate con l’amore. Una società che rifiuta la morte è una società intrinsecamente egoista che vive sulla falsariga delle possibiltà date dal corpo di godere della ”normalità”, che sono anche, e forse soprattutto, le possibilità all’uso delle droghe, all’alcool, al fumo e così via. Da una parte ti dicon quello che è giusto, dall’altra ti impongono ciò che è sbagliato chiamandolo con un altro nome. I disagi di fronte all’eutanasia sono la prova che gli uomini non hanno risposte di fronte ai problemi fondamentali dell’esistenza e che non ci sono più bugie abbastanza credibili in grado di soddisfare questa fame profonda» (lettera di Carlo Ormea a ”La Stampa”).