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 1997  settembre 22 Lunedì calendario

Si chiamava Calabri e comperava i tenori

• Si chiamava Calabri e comperava i tenori. Non di prima scelta, con il «do» altolocato e scintillante: lui acquistava quelli di seconda mano, con l’acuto da Serie C1 e la pancetta in rilievo, del tipo «pago uno e prendo tre». Ne aveva pronti sei o sette, li vestiva quasi sempre con dei rigatini esausti e cappottoni anziani, dal collo di coniglio affumicato. Li sfruttava sino all’ultimo gemito, dopo aver tentato di scambiarli con due baritoni affranti dall’uso o con un contralto dalla voce temporalesca. Così come si faceva una volta con il concorso delle figurine Perugina.
• Teneva banco davanti all’Arena del Sole di Bologna (era appena finita la guerra) e un giorno che passavo da quelle parti lo sentii urlare a un gruppetto di fedeli: «Basta con i tenori, ne ho il magazzino pieno, ma hanno la voce nelle scarpe, bevono troppo lambrusco e invece delle note escono soltanto ruttini. Ho scoperto all’Arena di Verona un soprano che è il finimondo. Canta Gioconda. Pesa più di un quintale e ha una voce sconsacrata, non deve renderne conto nemmeno ai santi. Non bellissima, ma emozionante, gonfia di odio e di amore. Forse non costa cifre da capogiro. Io ho il conto in banca rasoterra, ma per avere lei svuoterei tutte le tabaccherie di Bologna delle cambiali in giacenza. un fenomeno che deve perdere soltanto venti chili. La chiuderei in soffitta e la terrei a pane e acqua per due mesi. Che voce cupa, ricca di ombre e di mistero. Maria Callas, si chiama. Una greca. Se c’è qualcuno che vuole mettersi con me in quest’affare, io accetto anche assegni post-datati». Mi avvicinai a Calabri e gli dissi: «Questa volta hai ragione. Ma la signora non è certo in vendita. C’è già chi pensa a lei. Io l’ho conosciuta».
• La gente si strinse attorno a me. E Calabri fu preso dall’invidia. «Ma cosa, parli mica greco? Cosa le hai detto, parole d’amore nel latino che hai studiato a scuola?» « stato un incontro breve e singolare. Fu a Roma, proprio dopo quella Gioconda, a Verona». Era venuta nella capitale per studiare con il maestro Tullio Serafini la parte di Isotta. Allora io cercavo di passare gli esami per entrare all’Accademia d’arte drammatica. Abitavo nella pensione Impero, tenuta da un colonnello in borghese che tutti chiamavano Ghibli perché, durante una battaglia in Africa dove morirono centinaia di soldati, lui fu abbattuto da una folata di quel vento e venne anche decorato. La sua pensione era un rifugio a buon mercato (mi pare si pagasse mille lire al giorno) per vecchi artisti di varietà, commessi viaggiatori, studenti.
• Un giorno fece il suo ingresso una ragazzona florida, con i capelli a onda familiare e il polpaccio allegro. Una volta che la saletta era piena di troppi avventori, chiesi il permesso di sedermi al suo tavolo. Mangiava un’insalata poco condita e un uovo sodo. Alla frutta (il convento passava solo una mela renetta) mi disse che cantava, che si chiamava Maria Callas, che aveva vissuto sino a tredici anni a New York, che suo papà era un farmacista povero. Di quel periodo ricordava la puzza del carbone bagnato, della birra amara... «Scusa – le dissi ”, tu hai avuto un bel successo a Verona, ne hanno parlato tutti i giornali. Non dovevi scendere in questa squallida locanda, ma in un albergo con la passatoia rossa e le vetrate dipinte...». Lei mi guardò male. «La carriera è dura, bisogna mettere i soldi sotto il mattone. Qui spendo poco, mangio male e perdo qualche chilo. Adesso ho sonno. La saluto».
• Passarono quasi dieci anni. A Milano, in Galleria, dove si danno convegno gli artisti lirici disoccupati, incontrai Calabri. Arringava il solito gruppetto di diseredati. Mi vide e mi chiamò: «Ehi tu, ricordi quando ti parlavo della Callas? Hai visto che strada ha fatto il fenomeno? Quando andai a farle la proposta per l’acquisto, mi rise in faccia, dicendomi che non era una cavalla... Però Calabri aveva visto giusto, come sempre. E adesso avrei un’altra idea matta, visto che di tenori non vedo traccia, i «do» vendicativi e fosforescenti appartengono soltanto a pochi eletti... Ma l’avete sentita questa ragazza dalla voce infuriata che si chiama Mina? Urla la sua smania di vivere. un’anima lunga di Cremona che si faceva chiamare Baby Gate. Una grande bestia. Come la Callas. Due grandi bestie che con la voce fanno quello che vogliono. Due acrobate, due trapeziste...».
• Lo interruppe un vecchio baritono chiamato «Catarro» per via dei bronchi ormai traforati, stordito dalle troppe stecche: «Calabri, da quando non compri più tenori sei diventato matto. Come ti permetti di paragonare la Maria con quella ragazzotta... La Maria è lassù, tra le stelle. E questa qui, al massimo passeggia in purgatorio...» La faccia di Calabri s’indurì. «Sei un povero cretino. Stiamo parlando di due fenomeni ad altissima temperatura, due signore che entreranno nella storia vocale di questo secolo. Mina dovrà lavorare ancora, ma io, tra qualche anno, la userei come Eleonora nel Trovatore. Mina è come un uccello esotico, di quelli che volano nei libri di Emilio Salgari. Ve lo ripeto, uomini di poca fede: qui siamo di fronte a due Bestie, ci metto anche la maiuscola, che hanno voci infinite. Magari non bellissime: ma infinite...».
• Un pomeriggio di qualche tempo dopo andai alla Scala ospite del maestro Victor De Sabata. La platea era vuota, sul palco la scena del primo atto di Traviata, appena sporcata dalle luci di servizio. Avevo giusto assistito nel foyer a una lezione di «claque» impartita ai discepoli dal commendator Ettore Parmeggiani, che fu un veemente tenore dall’acuto a lunga gittata e adesso era il capo dei plaudenti. La lezione riguardava la Callas. «Maria è una regina e dovrà essere accolta da un applauso maestoso, in marsina. Battuta lunga, a mano convessa, con eco solenne. Dopo l’aria converrà praticare una battuta tipo flamenco, come un suono di nacchere, secco, crescente, rossiniano». Anche De Sabata aveva ascoltato e rise piano. «Oggi la Callas riposa. Mi dispiace che lei non possa assistere a una prova con Visconti. Maria, adesso, è come divorata da una smania di magrezza. Il volto pare si sia ritirato per lasciare tutto lo spazio agli occhi. Ha una voce prodigiosa: non bella come quella della Tebaldi ma prodigiosa, per empito e modulazioni. Sembra che inventi lì per lì l’aria che canta. Io l’ho avuta in Macbeth: è stata una lady quasi soffocata dal sangue che le bolliva dentro... Diverrà sempre più grande, ma con una fatica che le mangerà il cuore...».
• Uscimmo in piazza della scala. Era già sera. Da una finestra una radio ci mandava la voce di Mina ne Il cielo in una stanza, mi pare. Quello che ricordo bene furono le parole del Maestro. «Sente? Questa ragazza, mi pare si chiami Mina, è unica nel suo genere. Ha i suoni alti, di grande forza emotiva. Ecco un’altra che conta, nel suo genere. E come se conta...». Mi ricordai, chissà perché di un incontro con la Callas di molti anni prima, dopo la pensione Impero. Ci vedemmo a Rovigo («Sembra Bologna che si è ristretta per le troppe piogge», mi disse). Avevamo scoperto un caffeuccio dove preparavano enormi tazze di cioccolata con la panna. Lei ne mangiò tre, per poi pentirsene subito. Pensavamo all’idea di una certa Norma. Io parlavo, parlavo e lei mi ascoltava con gli occhi semichiusi. «Tieni presente che io sono quasi cieca, ho bisogno di un tracciato, di punti d’appoggio, sennò finisco nel golfo mistico...». Quella Norma non si fece mai. Un saluto, un applauso, qualche telefonata. L’ultima volta che la intravidi fu vent’anni fa a Parigi, prima della sua morte. Era d’estate, una sera di vento e di pioggia. Lei camminava lungo la Senna , protetta da un ombrellino e da un lungo impermeabile. Le gridai: «Maria!». Ma non rispose: forse finse di non avermi visto. Accelerò il passo, faticosamente: e si annerì, contro il cielo.