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 1997  dicembre 01 Lunedì calendario

Il barista texano dice: «Lei non può venire qui a discutere il nostro sistema giudiziario, la pena di morte, se non conosce il caso Jeff Landrigan»

• Il barista texano dice: «Lei non può venire qui a discutere il nostro sistema giudiziario, la pena di morte, se non conosce il caso Jeff Landrigan».  così importante? «Dimostra che gli assassini nati non sono solo un film di Oliver Stone. Esistono e non c’è modo di redimerli. Le colpe della società, della famiglia, della televisione e tutto il resto sono balle. La rieducazione è un’utopia. L’unica cosa da fare è friggerli, perché solo da morti non uccideranno. Si informi sul caso Jeff Landrigan e poi ne riparliamo». Vado nell’archivio del «Dallas Morning News» e chiedo i ritagli. Li stendo sul tavolo e scopro «il caso Jeff Landrigan», presunta dimostrazione scientifica che «assassini si nasce».
• Quando nacque, Jeff non si chiamava Jeff. Billy Hill, invece. Suo padre era Darrel Wayne Hill, nato nel 1940 a Tulsa, da una famiglia povera. Il vecchio William Leonard, nonno di Billy, si arrangiava vendendo dischi e commettendo piccoli furti. Quando sua moglie mise al mondo Darrel, festeggiò con un giro dei bar durato cinque giorni e cinque notti. In casa, non lo vedevano spesso. Per lo più, lo incontravano in prigione. Darrel era un ragazzino con il destino segnato e s’incamminò sulla rotaia. A sette anni entrò in una banda chiamata «Hellcats», i gatti dell’inferno, e cominciò ad aggirarsi per il quartiere rubando frutta dai banchi e monetine dalla cassa delle elemosine. A undici anni, dopo essere stato ferito durante un tentativo di furto, finì in riformatorio. Scappò a ripetizione. A quindici anni, dopo aver rubato un’auto, fu spedito al penitenziario di Oklahoma, dove era uno dei detenuti più giovani. Questo attirò l’attenzione di uno degli anziani del carcere, che decise di farne «la sua favorita». «Non rientrava nei miei programmi», scrisse Darrel Hill nella sua autobiografia mia pubblicata («Destinazione: braccio della morte»). E lo uccise.
• Due anni più tardi fu liberato. Ad attenderlo, all’uscita della prigione, c’era suo padre Leonard. Lo portò con lui, nel suo mondo popolato di ladri, trafficanti di droga prostitute. Vissero insieme e insieme rubarono, spararono, si drogarono. Nel 1961, durante un conflitto a fuoco, si trovarono uno accanto all’altro per l’ultima volta. Il vecchio Leonard cadde ammazzato. Darrel scappò senza neppure chinarsi sul cadavere del padre. Scrisse poi: «Quando ti sparano addosso, pensi solo a restituire la cortesia e poi dartela a gambe». Lo arrestarono al funerale del padre. Tornò al penitenziario di Oklahoma, in cella con il fratello Bill, altro gioiello di famiglia. Mentre loro erano dentro, la mamma si risposò. Quando Bill uscì, la prima femmina che vide fu la figlia del patrigno: Linda, 15 anni. La sposò. Nel 1962, dal loro strano matrimonio nacque un bambino che fu chiamato Bill. Bill Wayne Hill. Al battesimo il padre Darrel, secondo la tradizione di famiglia, era assente: perso in una cinque giornate di allucinogeni che lo portarono prima in ospedale poi in carcere per furto. Darrel e Bill Hill si videro solo una volta nella vita. Fu nell’ora di visita. Linda si presentò oltre il vetro con un fagotto in braccio e annunciò «Si chiama Bill. Ancora per poco. Lo dò via. Lo faccio adottare a qualcuno che non venga da una famiglia di delinquenti, perché abbia un destino migliore». Derril, che aveva solo ventidue anni, ma era già vecchio dentro e stanco della sua sorte, chinò il capo, assentì e guardò andare via suo figlio.
• Quando uscì di galera lo cercò per qualche tempo, ma gli dissero che era morto nell’incendio che aveva bruciato la casa della sua famiglia adottiva e lasciò perdere. Tornò alla sua rotaia, più violento e allucinato di prima. Adesso era un rapinatore vero e deciso: entrava nelle drogherie armato e si faceva dare l’incasso, altrimenti sparava. Sentiva le voci dei demoni e l’unico modo per farle tacere era obbedire ai loro comandi. Gli inflissero condanne sempre più elevate; fino a diciotto anni. Ma in cella dava di matto. Lo mandarono all’ospedale di Tulsa, per esaminare la sua mente malata. Scappò. Rubò una Thunderbird e guidò fino all’Arkansas. Il 7 febbraio 1980, all’età di quarant’anni, rapinò una stazione di servizio e prese due ostaggi. Sparò alla loro testa in un campo di grano. Uno morì lasciando una vedova e una bambina di sette anni. L’altro, con quattro pallottole in corpo, sopravvisse abbastanza per poter arrivare al processo, riconoscerlo, dire: « lui l’assassino» e ascoltare la condanna a morte di Darrel Wayne Hill.
• Tutto questo era ignoto a Bill Wayne Hill, che all’epoca aveva diciotto anni e viveva a Bartlesvill, a una sessantina di chilometri da Tulsa. Non sapeva neppure di chiamarsi Bill Wayne Hill, in verità. Per tutti, e anche per lui, era Jeffrey Timothy Landrigan, figlio di Nick, geologo e Dot, casalinga. Abitava in una bella casa, in un quartiere residenziale. Era cresciuto nella bambagia: aveva avuto i giocattoli più belli, le scuole migliori. Bastava chiedesse e gli era dato. Eppure , Jeff non era un ragazzo tranquillo. Aveva un temperamento violento, facile alle risse. Portava un coltello e lo tirava fuori ogni volta che qualcuno lo prendeva in giro dicendo: «I tuoi ti hanno dato via». Aveva cominciato a bere a dieci anni. A fumare marijuana a quattordici. A diciotto anni, mentre il suo padre naturale entrava nel braccio della morte, lui entrò in una clinica, per essere disintossicato dall’alcol, a spese dei Landrigan. Ne uscì che sembrava guarito. Si sposò, perfino. Un anno dopo era in prigione per spaccio di droga. Il suo compagno di cella, che veniva da Tulsa, lo guardò e disse: «Sei il ritratto sputato di uno che ho conosciuto tempo fa, un tipo chiamato Darrel Wayne Hill. Un duro. Credo che adesso sia in galera nell’Arkansas».
• Jeff Landrigan lo guardò senza replicare, ma quel nome gli rimase come un marchio nel cervello: Hill, Darrel Wayne Hill. Quando fu rilasciato andò a vivere in un appartamento nuovo comprato per lui e la moglie dai Landrigan. Lei rimase incita e si preparò a partorire nell’estate del 1982. Progettarono una festa. Jeff chiamò il suo vecchio amico Greg Brown, a fare da padrino al battesimo. Durante i preparativi, i due si ubriacarono e Greg, alterato, fece delle avances. Questo «non rientrava nei programmi di Jeff», come già accadde al suo padre naturale anni prima e, come lui, uccise il suo molestatore. Fu condannato all’ergastolo. Vide sua figlia solo oltre il vetro di un parlatorio: un fagottino nelle braccia di una madre-bambina, ancora una volta. L’ergastolo fu mutato in condanna a quarant’anni, ma Jeff Landrigan, non seppe attendere. Scappò nel 1989. Aveva un appuntamento al binario, del destino: la rotaia degli Hill correva anche per lui. Destinazione: braccio della morte. Mentre attraversava l’Arizona incontrò un barista di nome Chester Dyer, passò con lui una notte di dicembre e se lo lasciò alle spalle morto strangolato, con una carta da gioco pornografica delicatamente appoggiata sul cuore.
• Al processo, accanto alla moglie di Jeff Landrigan, sedette una donna di nome Linda, che ventisette anni prima gli aveva dato la vita chiamandolo Bill. Bill Wayne Hill. In una interminabile ora di visita prima della sentenza gli raccontò tutta la verità, gli chiese perdono, ma gli spiegò anche che la «rotaia» non le apparteneva, lei si era risposata con un uomo della fedina penale pulita, la cui famiglia non comprendeva delinquenti e viveva bene così. «E mio padre?» chiese Bill Hill. « nel braccio della morte», rispose la madre prima di andarsene per sempre. Quando Bill Hill tornò in aula ascoltò la sua sentenza di condanna alla pena capitale, anche se era a nome di Jeff Landrigan. Dieci anni più tardi rispetto al padre, entrò in un braccio della morte. Darrel Wayne Hill in Arkansas. Bill Wayne Hill, che non è mai stato Jeff Landrigan, in Arizona.
• Un giorno Darrel ha ricevuto una lettera. Cominciava così: «Non so se vorrai rispondermi, comunque io sono tuo figlio Bill». Ha risposto. Giocano a scacchi per posta. Aspettano. Propongono appelli. Il vecchio Darrel ha ottenuto la revisione del processo. Il giovane Bill, no. Potrebbe essere «fritto» prima lui del padre. Era fritto dalla nascita, pensa il barista texano. Non è il solo. Il «caso Jeff Landrigan» viene usato da molti criminologi per sostenere l’esistenza di un gene della criminalità. Citato nei dibattiti sulla pena di morte come quello che si è aperto nel Massachusetts. Se esiste un «assassino nato» non c’è altro da fare che arrendersi e preparare le sedie o le siringhe, dicono.  davvero così? Kevin Clark, che conobbe il giovane Jeff essendo vissuto nel suo stesso quartiere a Batlesville ha scritto una lettera al Dallas Morning News per dire: «Non è colpa di un gene. Certo, Jeff era un tipo violento, ma se i Landrigan fossero stati genitori più severi lo avrebbero raddrizzato, come hanno fatto i miei con me». E cosa sarebbe successo se Jeff si fosse sempre creduto Jeff e non gli avessero mai detto «sei stato dato via»? Tornando, ho provato a fare queste obiezioni al barista. Ha scrollato le spalle: «Ancora queste storie: colpa della famiglia, della società... scuse». Un altro avventore, che vive orgogliosamente in questo allegro Stato con tremila detenuti nel braccio della morte, è intervenuto chiudendo la discussione: «colpa della società o colpa di un gene, chi se ne frega? Friggiamoli».