Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 18 agosto 1997
Dante Isella dal ”Corriere”scaglia la prima pietra contro l’autenticità del diario postumo di Montale, volendo dimostrare che è tutto un pastiche di Annalisa Cima (20 luglio)
• Dante Isella dal ”Corriere”scaglia la prima pietra contro l’autenticità del diario postumo di Montale, volendo dimostrare che è tutto un pastiche di Annalisa Cima (20 luglio). In suo soccorso la penna più attiva della pagina culturale, Paolo Di Stefano, avvisa che il caso, non più letterario, sta slittando in ambito giuridico, volendo dire giudiziario, e convince tutti che del doman non c’è certezza, e neanche della lingua italiana (’Corriere” 26 luglio). I paleografi, detti anche grafologi (’Corriere” 27 luglio) e anche paleontologi (’Il Messaggero”, 1 agosto), che sono insicuri della mano del Boccaccio, dilatabile fino a quella di Coluccio Salutati, e che da settant’anni percorrono devotamente il cammino privilegiato Roma-Firenze-Parigi, sono invece sicurissimi della mano di Montale in base a due fotocopie di fotocopie (’Corriere”, 27 luglio).
Il principale accusatore, parlando di Rosanna Bettarini, pur sapendo che non è neanche lontanamente un maschietto, scrive: «non gli riuscì di trovare» e accorda a senso «i facsimili delle Lettere-legato entrate» (’Corriere”, 27 luglio), con soluzioni grammaticali non attribuibili a un letterato di professione: che sia ”falso” anche Isella?
La scrittrice Lalla Romano, aspirante al Nobel, senza argomenti né per il vero, né per il falso, interviene versando due diversi calamai di insulti (’Corriere” 26 luglio e 6 agosto) da cui una querela per «diffamazione a mezzo stampa e per via telematica, con concessione di ampia facoltà di prova» (Ansa, 1 agosto): ci sarà un ghost writer doppio o scempio anche per lei? Consiglio agli attribuzionisti: andare in pellegrinaggio a Lugano, dove si trovano i manoscritti.
• Il brusio montaliano di fine luglio sul Diario postumo, che disillude quanti credevano che «il mondo rovesciato» fosse un medievale tòpos lettario, accompagna la scena d’una cattiva gestione di tutta l’opera di Montale. Se la Poesia piange nell’attuale tentativo di sottrarre all’autore, senza uno straccio di prova, un suo laborioso e ingegnosissimo «apocrifo», la Prosa non ride. Basta guardare il trattamento riservato alle prose critiche di Montale (Il secondo mestiere. Prose - 1920-1979, Mondadori 1996), gettate in una notte nera dove tutti i gatti sono bigi, con incredibili assenze, come gli scritti su Loria, e con insensante attribuzioni, come lo scritto Due ombre del giornale di Genova, «Il Lavoro» (1931), che è di Giovanni Ansaldo e non di Montale, così come mostra in calce all’articolo la distintiva stelletta scura, corrispettivo iconico della firma di Ansaldo, e così come dimostra Giuseppe Mercenaro, che ha raccolto le due ingannevoli ombre nell’antologia Vecchie zie e altri mostri (1990). Il tutto senza che nel frattempo si sappia dove siano andate a finire le vere raccolte d’autore, Auto da fé (1966) e Sulla poesia (1976), nonché l’inedito Sulla prosa, già col placet di Montale, che scuotendo la testa ha aspettato invano.
• Ora, in questo quadro trasandato e opaco dove si discute sui pianerottoli cosa sia il vero Montale, si vede per soprammercato che la renitenza di alcune vestali del bello a controllare e a contestualizzare i documenti è direttamente proporzionale al feticismo dell’autografo a tutti i costi, come se la mano dell’autore fosse da sola garanzia d’autenticità. Se questo fosse vero, cadrebbe quella buona metà del Canzoniere di Petrarca trascritta da Giovanni Malpaghini, e cadrebbe con gran botto almeno tutta la Commedia, della quale di pugno di Dante non rimane neanche un rigo. Cadrebbe quasi per intero la toccante invenzione senile degli Altri versi (1980), con tutti i dattiloscritti mandati a me, non firmati e spesso in lettere mute, e cadrebbero anche quelli regalati a Maria Corti (ora nel Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia, uno scrigno per gli appassionati), perché nessuno può giurare che i testi non siano stati dettati all’amorevole Gina, dattilografa dilettante quasi quanto lui, che batteva con un dito solo della mano destra. Se copiati da Gina, i testi di Montale apparterrebbero meno a Montale?
• La valutazione di ogni documento, dunque, storico letterario figurativo, non può prescindere dalle circostanze e dall’avvolgente contorno. Ecco un singolarissimo sintomatico caso d’un documento tutto vero che dà indicazioni tutte false. Emerge tra mie vecchie bozze di stampa dell’Opera in versi di Montale, curata da Gianfranco Contini e da me (Einaudi 1980), e si presenta come uno scolorito foglietto piegato in quattro, scritto a più mani e a più tasti, come si vede nel facsimile riprodotto in questa pagina. la prima mano (a macchina) trascrive i primi versi della poesia che petrarchescamente comincia con Poiché la vita fugge; la seconda mano (sempre a macchina) si firma in soluzione mista «Suo Montale»; la terza mano, oppure la terza e la quarta, tanto i segni possono sembrare disomogenei (a lapis), verga sul margine due appunti e introduce altri simboli, sempre a lapis.
• Dal libro della memoria e dal microfilm del passato affiora che: i curatori dell’Opera in versi pensavano che l’attacco della poesia Poiché la vita fugge non stesse sintatticamente tanto bene in piedi, con un traballante contraccolpo in re dell’emozione prodotta da una Musa sempre troppo inquietante come Clizia; i curatori sottoposero il dubbio al Poeta, il quale rispose dilatandosi e raddoppiandosi, passando da un componimento «onostrofico» ad una lirica bivalve e lasciando i segmenti del testo primitivo tutti come prima. A questo punto Contini scrive (mi fingo) il biglietto (perduto) che accompagnava la trascrizione qui riprodotta, dove è inserita una filza di puntini di sospensione per indicare il luogo dove gli pareva mancasse qualcosa al supposto snodo sintattico assente.
• Il Poeta, notoriamente parsimonioso, civetto e birbone, rimette in macchina lo stesso fogliolino di Contini, e si appella alla caritas femminile: «Carissima, i versi che precedono furono scritti con vari errori da Gianfranco. Egli pensa che manchi una parola ma non dice dove. Forse si potrebbe saltare dal primo distico a «dove potremo occultare»? Se c’è un’altra soluzione La prego di farmelo sapere d’urgenza; Io non ho copia fedele dell’originale. Saluti affettuosi [sic] da Gina».
In mancanza dell’originale che non sa riprodurre fedelmente se stesso, il circolo si chiude in casa Contini, il quale, forse in piedi e con un lapis spuntato, scrive in due temi, nello spazio d’un mattino, due appunti in successione. Il primo (topograficamente il secondo) dice: «lascerei così come lui suggerisce»; il secondo (topograficamente il primo) dice: «del resto sono due versi brutti».
• Alla superiore Scuola Normale di Pavia, dove la mano di Contini era stranota, molti stenteranno a riconoscere il suo inconfondibile segno sottile: eppure questa è la sua mano in un momento, o in due momenti, di strizza. Se ne dedurrebbe: Montale disistimava Contini (Gianfranco fa un sacco d’errore), Contini disistimava Montale (tanto sono due versi brutti), i biografi scriverebbero, ipnotizzati dalla facies inoppugnabile del documento, che i due avevano rotto tra loro, contro la testimonianza indiscussa d’una lunga, e non importa se quieta, reciproca fedeltà, i più birichini forse penserebbero che Contini scriveva versi montaliani (i versi furono scritti da Gianfranco). E in più: la Filologia, di per sé neutrale, è intervenuta direttamente sulla Poesia, arbitrando su due versi «veri», aggiungendo una virgola (dopo primigenio) e consegnando alla storia delle patrie lettere la realtà d’una congettura debole e comunque foriera della perdita sincronica di quelle marcatissime «paralogie che a turno si divorano» dell’ultimo Montale (ora non più a testo), che meritavano forse altro medicamento, altra ipotesi, o forse niente. I filologisti di turno farebbero il solito can-can per l’oltranzismo del comportamento, ignorando che la filologia sincrona dell’autore vivo (tale allora Montale, che firmava un libro d’autore assistito, dentro un capitolo sensibilissimo della filologia fondato da Contini e da me, e sia pure non scritto) è anche una «psicolfilologia» e un equilibrio di forze tra loro in tensione, perché il filologo per natura e cultura vuole conservare mentre l’autore vivo vuole innovare e dirompere. Fuori del suo contesto non si sente che quel «del resto sono due versi brutti» è anche una voce d’impotenza e di rammarico davanti a un’invenzione fuggente, perché l’Ira è breve furore e il furor lungo porta alla rovina.
• Ora i lettori di poesia, specie rara e avveduta, guarderanno al fragile e conteso «libricino» del Diario postumo, infilato furtivamente a brani dentro la classica bottiglia affidata alla corrente del tempo, con una tenerezza supplementare, pensando al suo avventuroso tragitto tra la perdizione e l’esistere nel difficile rapporto vero-falso che appassionava Montale quanto Sant’Agostino, e all’inverso pensando a quell’Erostato infatuato che, solo per tramandarsi, solo per esserci e per sembrarci, incendiò il tempo di Efeso