Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 11 agosto 1997
Si, me la ricordo, la mia tenda da campo
• Si, me la ricordo, la mia tenda da campo. Enorme, misteriosa e difficile da montare. Ma comoda. E dentro Corrado e Sabina piccoli. Ho fatto riversare certi vecchi filmini 8 millimetri su videocassetta ed è venuta fuori una struggente porcheria: i colori sono verdastri, i miei figli pallidi e trasparenti come fantasmi; Troppi anni in un cesto di vimini in soffitta, le pellicole si sono avariate. Il filminaro si è preso un sacco di soldi per rendermi questi graffiti e farmi versare qualche lacrima da vecchio coccodrillo, e già che c’era li ha mescolati con spezzoni di documentari che forse sono appartenuti a me e che io proiettavo ai miei figli nei primi anni Settanta, assieme alle avventure di Paperino e il gambero e di Pluto e l’aragosta. Molto simmetriche, bianco e nero, sfarfallanti.
• Così ridevamo. Poi è saltato fuori un vecchio registratore Grundig, pesante come un baule, bobine da quattro ore, canzoni della guerra di Spagna e di Brassens, più alcuni spettacolini che allestivamo in casa, anticipando le scene. Altro struggimento, altro amarcord.
Ma le parti più struggenti, catastrofiche ed esaltanti sono quelle dei campeggi di questi anni poverissimi, quando partivamo tutti per la Sardegna, il Gargano e la Grecia, con il carrello agganciato a una macchina esausta, e che conteneva un intero gommone sgonfio e piegato come una federa, un motore da nove cavalli, una tenda grande con padiglione e due camere separate dallo zip, tutta l’attrezzeria per una vacanza miserabile di lusso.
• Eravamo tutti molto di sinistra, si portavano capelli lunghissimi, femminismo scatenato, dibattiti a non finire e liti ideologiche da coltello per questioni operaistiche di tipo religioso. La vacanza del 1975 con il celebre episodio del carrello segnò la fine di un’epoca per noi, e cioè la fine dei campeggi.
Il carrello a rimorchio con gancio fece tutto da solo. Affrontammo con lui e la vecchia Lancia Fulvia, cui era legato da un manicotto omologato dall’Ispettorato della motorizzazione, il ritorno al Pireo dopo essere stati azzannati dalle vespe assassine in Cappadocia e dopo aver peregrinato fra Itaca e le Cicladi, qualche volta con bagagli volanti. Era stata una vacanza urticante e disgraziata, ma emozionante. L’ultima cena, nel ristorante alla periferia di Atene in cui ci aveva portato precedentemente Alexis Panagulis, l’eroe della Resistenza greca che di là a poco sarebbe andato a morire in un oscuro incidente d’auto.
Ero stato per anni molto amico del fratello Statis, che viveva esule a Roma e che frequentava la redazione dei giornali per diffondere comunicati e raccogliere solidarietà.
• In Grecia, Alexis ci aveva accolto, noi e il nostro gruppo (una allegra brigata con innesto di alcuni torinesi di Lotta Continua ruvidi e genuini) come principi: ci portò in un meraviglioso ristorante da cui si vedeva l’Acropoli e fummo trattati come amici dell’eroe, dunque come semieroi.
Mangiammo e bevemmo, e ci ubriacammo e ci addormentammo in un clima di sogno, di canzoni popolari e democratiche, anzi rivoluzionarie, sia greche sia italiane e spagnole.
Fu una bella gara sotto le stelle. E i figli, che avevano allora una decina d’anni, giocavano, cantavano, si addormentavano e si lamentavano per le zanzare. Atene splendeva, le nostre anime anche.
Panagulis si congedò con occhi dolci e tristi, ci abbracciò e lo abbracciammo. Commossi e grati. Qualche settimana dopo ci ripresentammo, sulla via del ritorno, nello stesso ristorante, dicemmo ai camerieri e al padrone che eravamo gli amici di Panagulis tornati per ritrovare l’incanto e i cibi e vini resinati della prima volta.
• Ma l’accoglienza fu deludente: ci guardarono freddamente, ci nutrirono malissimo, ci fecero ogni sorta di sgarbo, ci portarono un conto che equivaleva al doppio di quel che ci era rimasto in tasca. Che fare? Io ero per la linea morbida; pagare magari con un assegno, assumere un’aria indignata e andarsene senza lasciare la mancia. Quelli di Lotta Continua erano per la linea dura e l’attuarono. Per me fu una scena di un imbarazzo terribile. Furono aggressivi, dissero che i ristoratori erano un branco di ladri e gettarono con disprezzo sul tavolo una somma pari a un decimo di quella richiesta. Il padrone, gelido e in smoking bianco, ci implorò di non tornare mai più e ce ne andammo con un bolo indigesto lasciando la Grecia di un’estate scoscesa e rovente, piena di polvere, tedeschi, viste meravigliose e liti terribili sotto le tende. Nel campeggio si sentivano le ansie sospirose di rapporti sessuali consumati frettolosamente alle prime luci dell’alba, in clandestinità, profittando dell’ultimo sonno dell’infanzia, la quale infanzia il giorno dopo commentava apertamente questi eventi, usando le parole chiave del turpiloqui.
• Il turpiloquio era entrato per la prima volta di prepotenza nel modo di parlare dei bambini. Ricordo una bambina bella come un angelo dai lunghi serici capelli biondi, gli occhi azzurri e il costumino giallo che cercava sconsolata un fermaglino che le era caduto nella polvere e brontolava una litania che diceva: «Ma dove cazzo sta, ma dove cazzo è finito...».
Anche le femministe del nostro gruppo macinavano allora un turpiloquio che doveva avere in quel momento una valenza ideologica importante e parificatrice.
• Per noi quell’epoca si chiuse con il celebre (a casa nostra, s’intende) episodio del carrello a rimorchio; Il carrello e il suo gigantesco contenuto avevano superato ogni prova, varcato ogni porto, ballonzolato su ogni strada sterrata, affrontando stress che avrebbero distrutto un carro armato. E infatti non essendo un carro armato, il carrello si ruppe da qualche parte. Non si è mai capito bene come e perché, ma si ruppe a nostra insaputa.
Eravamo soltanto a pochi chilometri da Roma, dopo essere sbarcati a Bari regolarmente ed aver compiuto un tratto di autostrada notevole, quando mio figlio Corrado mi disse con tono casuale e non allarmante: «papà, guarda che il carrello sta volando». Io guardai nel retrovisore e vidi che il carrello non era più effettivamente al nostro seguito ma tendeva a precederci come un Dc9.
Sabina, con calma altrettanto serafica, aggiunse: «Adesso sta sulle nostre teste e cala come una bomba». Guardai fuori e lo vidi: un cubo metallico di un metro e mezzo per lato che si stava comportando come un satellite russo dopo un tamponamento spaziale: si era già aperto il coperchio e alcune frattaglie stavano sbrodolando di fuori, fra cui il serbatoio della miscela e il motore da nove cavalli. Convenimmo che saremmo probabilmente morti causando anche una strage autostradale.
• Ma i miei due figli ebbero molto sangue freddo e mi pilotavano come navigatori: colpetto di freno, destra, accelera, così, adesso blocca e accosta. Bloccai e l’oggetto spaziale si schiantò sull’asfalto, rimbalzò per la violenza a come se fosse stato di gomma e ricadde su un rialzo terroso che bordeggiava l’autostrada lasciando un’impronta geometrica da astronave aliena che resistette per alcuni anni, coprendosi di verdure prima di sparire. Il botto aveva sparso sull’autostrada tutti i nostri averi, picchetti e paletti rotolavano ovunque, i teli azzurri della tenda lacerati come vele nel tifone ricadevano a brandelli tra mestoli, borracce, lettini smontati e ogni sorta di aggeggio da campo.
Ma avemmo fortuna: ne uscimmo vivi, non ammazzammo nessuno e l ’era del campeggio fu dichiarata chiusa per sempre, salvo una ripresina a Punta Ala fra le morti dei due papi, Montini e Luciani (Renato Zero cantava nei paraggi) ma fu una cosa di pochi giorni.