Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 21 luglio 1997
Tutti i ricordi mi portano lì, nella casa di Reggio Calabria», dice Gianni Versace, e guarda rapido attorno per cogliere in un colpo solo i divani di camoscio blu nello studio, la scrivania e il caminetto del Settecento, i quadri di Pistoletto e Cucchi, i bozzetti teatrali di Bob Wilson e il disegno di Karl Lagerfeld, le migliaia di volumi d’arte
• Tutti i ricordi mi portano lì, nella casa di Reggio Calabria», dice Gianni Versace, e guarda rapido attorno per cogliere in un colpo solo i divani di camoscio blu nello studio, la scrivania e il caminetto del Settecento, i quadri di Pistoletto e Cucchi, i bozzetti teatrali di Bob Wilson e il disegno di Karl Lagerfeld, le migliaia di volumi d’arte. In quel breve sguardo sembra comprendere l’intero suo regno di via Gesu’ e persino la villa sul lago di Como e la villa a Miami, tutto quel che ha raccolto da quando è venuto a Milano nel ’72, a 26 anni. Era ben diversa la sua casa di Reggio Calabria, una bella casa del Sud: dalle finestre si vedeva il mare, che in quel punto sullo Stretto sembra un lago, e davanti aveva le palme e di fianco la cattedrale; e poco sotto, al sole, splendevano i mosaici delle terme romane con i delfini e la Medusa color blu e rosso pompeiano. «Tutti i ricordi mi portano in questa citta’ di mare»: come se la sua vita, da quando ha lasciato Reggio, fosse un unico affanno senza memoria. Versace parla a spirale, a giri sempre piu’ stretti verso un punto, e alla fine estrae un episodio, un incontro fra lui e suo padre, un momento che è come una pausa, un silenzio autentico nella sua vita affollata e trafelata. «Era un’estate terribile di afa e cenere, la cenere che il vento porta a volte dalla Sicilia».
• il 1978: Versace ha appena fatto la sua prima sfilata, aperto la sua prima boutique e la sua prima sede in via della Spiga. L’anno della svolta, del grande lancio. Ma anche l’anno del lutto, perché in giugno era morta la madre all’improvviso, di cirrosi. Ai primi d’agosto, fra un aereo e l’altro in giro per il mondo, Versace scende dunque a Reggio per rivedere il padre: «Volevo stare un giorno con lui. Lo trovai un po’ assente, faceva fatica persino a parlare. Aveva quasi voglia di non vivere. Era solo. Si era attaccato a mia madre da quando si era ammalata: mia madre era un carattere straordinario, vitale e allegro». Dentro un cestone accanto al tavolo su cui la madre stendeva la stoffa e con forbici immense tagliava il modello, Versace da piccolo passava ore: «Lei si faceva il segno della croce e si buttava. l’unica sarta che ho incontrato nella mia vita che tagliava senza patron, senza cartone». Quando più avanti lo portava alle sfilate di Parigi o lo raggiungeva a Milano, la sera telefonava agli amici: «Mio figlio è stanco e rincoglionito, portatemi al Divina». Era figlia di una calabrese e di un ciabattino olandese amico del socialista Giacomo Matteotti: «Se veniva a Reggio un gerarca fascista - racconta lo stilista - mettevano per due giorni mio nonno in galera. Per precauzione. Era un ciabattino intellettuale». Era bionda, la madre: «Nella mia famiglia sono tutti biondi tranne me, che prendo da mio padre».
• Il padre che Versace rivide quel giorno d’agosto era il poeta della famiglia. Amava l’arte e l’opera, portò il figlio la prima volta a sette anni a vedere un ballo in maschera al teatro Cilea: «Canticchiava sottovoce». Lo portava al cinema: «Mi fece vedere la Mangano di Riso amaro, la Loren e la Lollo, e io disegnavo donnine con tette grossissime e vita sottile sui quaderni di scuola. Il maestro mi sgridava, diceva che ero un maniaco sessuale. Esageravo i particolari del corpo perché quando disegni devi sempre guardare gli estremi. Erano i miei primi figurini». E lo portava al Lido: «Suonavano Parlami d’amore Mariù e qualche mambo. Io mangiavo un gelato al tavolino e mio padre ballava con mia madre: li guardavo, ed ero orgoglioso». Ai figli diceva: «Fate quello che volete». Era distante: «Non ha mischiato la sua vita con la nostra. Non mi toccava. Mai una carezza». Avrebbe voluto che lo aiutasse nel commercio degli elettrodomestici: «Ma a me non interessava e lui si sentiva tradito. Quando sono partito per Milano non si e’ nemmeno degnato di salutarmiª
• Santo, il fratello piu’ grande di due anni, era il figlio prediletto: «Aveva accettato di lavorare con lui e frequentava l’Università. Io invece ero la pecora nera della famiglia, perche’ non studiavo. Non gli davo le soddisfazioni che voleva. Non ero geloso di mio fratello perché era la mia vittima: lo rigiravo come volevo. Mi facevo dare i suoi soldi: ”Tanto tu vai da papà”, gli dicevo». Strano, papà: «Non buttava mai via un vestito. Li appendeva tutti in fila e nelle tasche delle giacche metteva degli appunti, come foglietti di diario. Una scultura surreale». Era uno sportivo: «Aveva corso piu’ volte il Giro d’Italia e giocava a calcio nella Reggina in serie B». Era alto e bello, «più bello di Gassman».
• Quella mattina d’agosto Versace aspetta il padre nella casa vuota. Di là, nell’altro appartamento, le solite voci femminili dell’atelier creato dalla madre. Viene l’ora di pranzo, ma il padre non c’è ancora: assenza insolita, allarmante. Versace telefona ai cugini, agli altri parenti: nulla, papà non si trova. Vengono le tre, le quattro. A un certo punto Gianni intuisce. Dice al fratello Santo: «Sai dove lo troviamo? Al cimitero». Corrono su, nella parte alta della collina di Reggio: « un bellissimo posto, il nostro cimitero. C’è sempre un po’ di vento, c’e’ quasi un bosco e ci arriva il profumo di zagara». Quella laggiù di pietra grigia è la cappella di famiglia, finalmente la raggiungono, guardano dentro, ecco il padre: seduto su uno sgabello fra due tombe vuote, di fronte alla tomba della moglie nel muro. «Perso, abbandonato, invecchiato di cent’anni, immobile. Nei suoi occhi ho visto il dolore. Ci siamo abbracciati. Avevo ritrovato mio padre. Era come se lo ritrovassi per davvero, lo sentivo stretto a me per la prima volta. Non l’avevo mai perso, in realtà. L’ho perso forse adesso, che e’ morto di più. Adesso ne sento la mancanza: quand’era in vita, quel poco che mi dava in fondo mi bastava. Oggi manca di più perché anche quel poco non c’è più. Ci siamo abbracciati senza parlare. Abbiamo pianto tutti. È tornata tutta la nostra vita, è tornata mia madre, è tornato tutto il Sud con la sua solarità e il suo dolore. Poi abbiamo parlato. Si è alzato, siamo tornati a casa. È stato un pomeriggio tenerissimo. Sono riuscito a farlo un pò ridere. Eravamo in cucina e sul marmo bianco del tavolo abbiamo bevuto prima una granita di caffé e poi una granita di limone. Siamo passati nel salotto in penombra e siamo stati di nuovo in silenzio. Da fuori non veniva nessun rumore, ma io sentivo che là fuori c’era il mio passato, c’erano gli anni del mare e dell’Aspromonte, le vacanze tutte uguali e le gite al lago e nei boschi, le serate con gli americani della Nato nella base radar di Montalto. Mio padre veniva a trovarci sull’Aspromonte il fine settimana... Se oggi sono quello che sono è perché ho avuto quest’infanzia felice, sana, ricca di affetti. Da allora ho avuto mio padre più vicino. La sua debolezza l’aveva avvicinato. Veniva per Natale, gli telefonavo spesso, gli facevo dei regali. Gli piacevano gli orologi, e io gliene mandavo. Era andato giù, negli ultimi tempi: aveva il morbo di Parkinson. Non mi riconosceva più. Quando è morto, a Natale dell’anno scorso, io non c’ero. Non me ne faccio una colpa, della mia assenza. Non c’ero neanche quando è morta mia madre. Lui era ormai lontano nel suo male, ma lo sentivo accanto. Non posso dimenticare il suo sguardo fra le nostre tombe. Io corro sempre e guardo, e penso che non sono bravo io a guardare ma sono gli altri a esser ciechi; e leggo, tocco, assorbo perché sono una spugna: tutto questo avviene perché ho avuto la mia famiglia. Da mia madre ho preso l’energia, la voglia di farmi il segno della croce e di buttarmi. Da mio padre ho preso il senso di libertà e di onestà, e il gusto della solitudine: io sono uno che ama star da solo, un eremita. Mio padre mi ha insegnato a vedere, mi ha educato all’arte. Posso dire che quel giorno al camposanto io l’ho abbracciato e non l’ho più lasciato, e in quell’abbraccio c’era gran parte del mio futuro e c’erano mia madre e mia sorella Fortunata morta di tetano da bambina, e c’erano mio fratello Santo e mia sorella Donatella che lavorano con me».
• I ricordi per Gianni Versace sono un rifugio, ma anche un punto di partenza, un progetto: «Io non ho cercato niente: ho trovato. Mi serve una storia, un volto, un simbolo? Eccolo lì, lo prendo. Ho un archivio in mente. Tutto è stato così facile per me! Tante volte mi sento dire che sono all’avanguardia, che sono un uomo moderno: io trovo invece che sono classicissimo. Sono un uomo del Sud, della Magna Grecia, del Mediterraneo. Il Sud per me è vita, creazione, dramma. Il Nord non mi piace. Neanche Milano. Ho avuto tutto sotto gli occhi nell’infanzia e nella giovinezza». I ricordi sono una tastiera che lui suona liberamente. Gli piace mischiare: «Gli incontri impossibili sono le cose più belle. Con Maurice Bejart ho fatto alcuni balletti: in uno, Mishima incontra Evita Peròn e Wagner incontra Napoleone. Con Bob Wilson ho lavorato in teatro. Ho imparato la bellezza di far incontrare i miti, l’idea di mettere le cose sacre insieme con le cose non sacre, anche nei materiali: ho preso quanto c’è di più ricco al mondo, l’oro, e l’ho unito alla tela di sacco, ho congiunto la seta con la pelle».
• Da qualche anno Versace firma un numero sempre maggiore di oggetti: tazzine e piumoni, asciugamani, cuscini, foulard. «La moda è ormai una parte della mia attività». Lo guida la passione per il barocco e il neoclassico: «Ho avuto per anni sul comodino quel libro divino che è La casa della vita di Mario Praz. Nella villa di Como ho quadri dell’Appiani, di Michele Cammarano e di altri neoclassici, in camera da letto tengo I lottatori di Canova, alti due metri e settanta». Si abbandona all’ebbrezza della decorazione e si appropria, con furore crescente, di fregi e figure da ogni angolo dello spazio e del tempo: fiori e giardini, cavalieri cinesi, pellerossa, Pulcinella, coralli e galeoni. E oro, tanto oro. Versace il Corsaro. Cita Proust: «La creazione del mondo non è accaduta in principio, ma avviene ogni giorno». Dice che ha letto sei volte la Recherche. L’universo, come i suoi ricordi personali a Reggio, è una tastiera, è lì per essere saccheggiato, citato, rilanciato nel nostro tempo. «Ho come l’horror vacui, il terrore della morte. Il senso della morte ce l’ho ben chiaro, ben profondo. Mi accompagna tutti i giorni. Non ho paura; ho voglia di lasciare un segno. La decorazione mi porta allegria, vita. Se oggi si tende a massificare, io tendo a gridare, a gridare forte». Quest’universo sfrenato e fastoso trova il suo culmine nel volto della Medusa, da quasi otto anni il marchio di Versace, che la vide la prima volta nei mosaici romani delle terme sotto casa, tenuto per mano da suo padre. La imprime su occhiali e scarpe, su cinture, spille e borsette: dappertutto; anche sugli slip maschili. « il simbolo della seduzione - spiega lo stilista -. Se guardi lei, non riesci più a guardare nessun altro, neanche Armani, perche’ muori».
• «I serpenti che la Medusa ha al posto dei capelli significano l’istinto; e tuttavia, se governi l’istinto, se lo sublimi, con la Medusa puoi volare, perché alle tempie le spuntano due ali. l’inconscio, la Medusa; è energia, desiderio. La Medusa è donna, ma per me non significa nulla di negativo contro le donne. Anzi. Io le donne le tocco, le vedo vincitrici. Diceva Coco Chanel: ”Non so come fanno le donne a farsi toccare e vestire da uomini che non le amano”. Alludeva agli omosessuali. Ma io le donne le amo anche fisicamente; con loro ho avuto storie: un bel seno, un bel culo sono sempre belli. Il bello non ha sesso. La verità è che la Medusa sono io».