Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 21 luglio 1997
L’assassinio di Gianni Versace
Il Foglio dei Fogli, 21 luglio 1997
• Martedì scorso poco prima delle nove, Gianni Versace, di anni 50, stilista, si è alzato presto, è andato a prendere un caffè in un bar che sta a duecento metri dalla sua villa, ha comprato cinque settimanali, è tornato indietro e, proprio mentre stava aprendo il cancello di casa, è stato avvicinato da un uomo in calzoncini corti, maglietta grigia e cappello da baseball che gli ha mormorato qualcosa all’orecchio in italiano e, constatato che lui si voltava, gli ha sparato in testa un colpo calibro 40. Caduto Versace al suolo, lo ha poi finito con un secondo colpo alla tempia destra. Come tutti sanno, il delitto è avvenuto a Miami Beach, Florida, indirizzo Ocean Drive 1116. Le indagini, condotte per poche ore dalla polizia locale, sono passate subito all’Fbi, perché gli inquirenti si dicono certi che l’assassino sia Andrew Phillip Cunanan, madre americana e padre filippino, quattro delitti o forse cinque alle spalle e (forse) un altro omicidio commesso ancora quarantotto ore dopo quello di Versace. L’uomo che ha sparato a Versace è scappato lungo la dodicesima strada, «poi ha girato in un vicoletto, direzione nord, per entrare in un garage all’angolo della tredicesima e Collins Avenue, la parallela del lungomare. Più di un testimone l’ha visto. Antonio D’Amico, compagno di Versace da sette anni, è uscito per strada e ha provato a rincorrerlo, ma si è visto puntare la pistola contro e ha desistito. L’assassino ha raggiunto quindi un pick up rosso, una Chevrolet, e si è cambiato rapidamente, lasciando dietro di sè l’auto e i vestiti che lo avrebbero identificato».
• Il camioncino rosso (la Chevrolet) apparteneva a William Reese, un barbuto impiegato del cimitero di Finn’s Point nel New Jersey. L’Fbi dice che Cunanan l’ha ammazzato e gli ha rubato la macchina e che l’ha fatta trovare a Miami Beach proprio per firmare l’assassinio di Versace. Questa sarebbe infatti una delle manie di Cunanan: ammazzare e andarsene con la macchina del morto a commettere un altro delitto, facendola ritrovare poco distante dal nuovo cadavere. Così avvenne nei delitti precedenti. E inoltre: nella Chevrolet rossa, Fbi e polizia dicono di aver trovato il passaporto di Cunanan e il suo libretto degli assegni (emesso dalla Bank of America). Infine: le due pallottole che hanno ammazzato Versace sono identiche alle pallottole che hanno freddato le altre vittime di Cunanan. Altri particolari sul presunto assassino: sarebbe giunto a Miami Beach più di due mesi fa e avrebbe alloggiato al Normandy Plaza. Usciva solo di notte al volante del camioncino rosso e aveva un sorriso - a sentire l’impiegata del Normandy, Marion Hernandez - «diverso da quello delle altre persone, molto gentile, molto dolce».
• Benché gli indizi a carico di Cunanan sembrino notevoli, vi sono pure parecchi dettagli fuori quadro. La pistola non è stata trovata e un movente chiaro, indiscutibile, non c’è. L’Fbi ha detto che il delitto va capito tenendo conto della personalità complicata, maniacale, del presunto assassino. Cunanan sarebbe il solito paranoico che prova piacere a uccidere, esaltandosi della propria impunità. Catalogato tra i primi dieci ricercati d’America, avrebbe sofferto del silenzio sceso improvvisamente su di lui da un paio di mesi. E scelto la sua vittima per fare il maggior rumore possibile. Oppure sarebbe un sieropositivo che vuole vendicarsi di quel mondo che lo ha contagiato. Oppure tutt’e due le cose. In ogni caso, se di serial killer si tratta, come mai questo delitto è così diverso dagli altri attribuiti al medesimo Cunanan? Il tenente della Marina Jeffrey Trail venne ucciso a martellate in testa e l’architetto David Madson a bastonate. Ecco la cronaca dell’assassinio di Lee Miglin, di anni 72: «Andrew lo stordisce, lo lega, lo imbavaglia, e lo porta nel garage: lo torturerà per più di un’ora con delle forbici e una sega elettrica. Poi consuma un pasto, si fa barba e doccia. Quindi finisce il lavoro uccidendo la sua vittima con una forbiciata al cuore».
• Ed ecco la testimonianza della giornalista Maureen Orth, che lavora su Cunanan da molti mesi: «Maureen Orth descrive Andrew come un personaggio ben diverso da come appariva. In diverse occasioni aveva dato prova di feroce violenza. Una volta aveva sbattuto la madre contro un muro fino a storcerle una spalla. Un’altra volta aveva morso un cliente con tanta ferocia che questi l’aveva cacciato di casa. Gli amici lo descrivono avido di video sadomaso: voleva la degradazione dell’altro, era un dominatore». In questo anzi starebbe il fascino del giovane: un portamento elegante, gentilezza, dolcezza, gran conversatore, gran corteggiatore. E poi, in camera da letto, violenza e dominio: l’anno scorso, secondo quanto scrive Giampaolo Pioli de ”Il Giorno”, la sua maestrìa nelle pratiche sadomaso lo aveva reso molto popolare nelle comunità gay di San Diego e San Francisco. E per fare quello che faceva prendeva soldi.
• Ora, questo breve ritratto risulta molto distante da quello dell’uomo in calzoncini corti e cappello da baseball che, con molta freddezza e competenza e si direbbe senza alcun piacere personale, ha sparato due colpi in testa a Versace. Se non sapessimo nulla e dovessimo giudicare solo dal film del delitto, diremmo che si tratta del lavoro di un professionista. Potrebbe questo professionista essere il medesimo Cunanan? E’ la stessa cosa uccidere in camera da letto al culmine di una notte d’amore e forse persino a sublimazione di una notte d’amore, e uccidere alle nove di mattina in mezzo alla strada e con 34 gradi all’ombra, senza farsi prendere dal panico? George Palermo, docente di psichiatria e criminologia, che ha dubbi sulla ricostruzione dell’Fbi, dice che se l’uomo è Cunanan, allora era senz’altro imbottito di cocaina. Aggiunge: «Ci risulta che negli ultimi tempi era depresso. Sembra che fosse ingrassato, cosa poco piacevole per uno come lui».
• Se l’assassino non è Cunanan e non è un serial killer che ha sparato per divertimento, allora il delitto ha un movente e dei precedenti che dovrebbero spiegarlo. Intanto: Versace aveva una minima idea di quello che gli stava per capitare? Forse no, perché i quattro o cinque ragazzi che gli facevano da scorta quella mattina sono rimasti chiusi in casa e, comunque, di solito lo stilista non li adoperava. Ma forse sì, perché dopo aver comprato i giornali al News Cafè, Versace è tornato a Ocean Drive 1116 (la cosiddetta ”Casa Casaurina”) lungo il marciapiede opposto a quello del passeggio, una via diversa dal solito. Testimoni che lo hanno visto, dicono che pareva preoccupato e si girava spesso a guardarsi dietro le spalle (Di Lelio, cit.).
• Altre circostanze che forse hanno importanza e forse no: giovedì sera (10 luglio), Versace diede nella sua Casa Casaurina un party molto rumoroso. Drammaticamente rumoroso? Forse: si sentivano grida e non parevano i rumori tipici di una festa. I vicini se ne lamentarono. Sabato 12 luglio «Versace avrebbe avuto una lite molto grave che lo avrebbe assai turbato» (Matteo Persivale, ”Corriere della Sera”, 18/7/97). Poi c’è la testimonianza del detective australiano Frank Monte: costui dice che Versace lo aveva ingaggiato tempo fa perché preoccupato per le strane circostanze in cui era morto un certo Johnny Gatto; in pratica Versace temeva che la sua catena di negozi venisse adoperata dalla mafia (a sua insaputa) per riciclare denaro sporco. L’assassinio, secondo lui, potrebbe essere inquadrato in questo contesto e in ogni caso, a suo dire, la pista del serial killer non sta in piedi e l’Fbi con le sue ipotesi non è più credibile: «Non credo all’Fbi. Ormai è diventato un apparato politico che ha perso buona parte della sua vecchia professionalità. Oggi è soprattutto proteso a ”comunicare” con il pubblico. Risultati pochi». Contro la testimonianza di Monte sta però questo precedente: il detective con le sue storie ispirò a suo tempo un articolo del quotidiano britannico ”Indipendent”, Versace lo querelò e vinse (i 250 milioni di penale vennero versati in beneficienza). Tuttavia l’’Indipendent”, in occasione dell’omicidio, ha nuovamente fatto insinuazioni su Versace e così pure ”Le Monde”. Infine, Gianni Versace era assicurato sulla vita ai Lloyd’s di Londra per 30 miliardi di lire, polizza in favore dei familiari.
• Vittorio Zucconi ha fatto la seguente osservazione: «C’è chi dice, su questa lingua di sabbia esclusiva, su questo ghetto per miliardari di miliardi non sempre limpidi che è la Miami Beach collegata a Miami da un ponte che sembra pronto ad alzarsi per salvare i potenti dalla rivolta dei miserabili sul continente, che proprio la villa (cioè ”Casa Casaurina”) potrebbe avere divorato il suo padrone. Potrebbe essere stata il suo acquisto, la sua ristrutturazione fiabesca a scatenare, quando fu acquistata da Versace nel ’92 e poi rifatta, odi, risentimenti, invidie, conflitti di interessi enormi [...] ”Casa Casuarina” è la sola villa privata sul fronte dell’Oceano, in mezzo ad alberghi. E’ un’isola di privacy che occupa quasi 70 metri di spiaggia, nel punto più ambito e prezioso dell’’Ocean Front” e renderebbe miliardi se fosse trasformata in hotel di lusso. Lui non ne voleva sapere...». A queste parole, stampate su ”la Repubblica” di mercoledì 16 luglio, accosteremo queste altre, da Andrea di Robilant su ”La Stampa” di venerdì 18 luglio: «La cremazione del corpo di Versace è avvenuta nel più stretto riserbo e se n’è avuta notizia solo a cose fatte. Una fonte vicina alla famiglia ha confermato che aveva avuto luogo a Fort Lauderdale mercoledì sera. Stamane alle undici (ora locale) è prevista una cerimonia funebre a Saint-Patrick, una chiesa cattolica. Sempre secondo le stesse fonti pare che Donatella Versace, la sorella dello stilista, abbia già deciso di mettere in vendita il palazzo e di non mettere mai più piede a Miami».
• Martedì scorso poco prima delle nove, Gianni Versace, di anni 50, stilista, si è alzato presto, è andato a prendere un caffè in un bar che sta a duecento metri dalla sua villa, ha comprato cinque settimanali, è tornato indietro e, proprio mentre stava aprendo il cancello di casa, è stato avvicinato da un uomo in calzoncini corti, maglietta grigia e cappello da baseball che gli ha mormorato qualcosa all’orecchio in italiano e, constatato che lui si voltava, gli ha sparato in testa un colpo calibro 40. Caduto Versace al suolo, lo ha poi finito con un secondo colpo alla tempia destra. Come tutti sanno, il delitto è avvenuto a Miami Beach, Florida, indirizzo Ocean Drive 1116. Le indagini, condotte per poche ore dalla polizia locale, sono passate subito all’Fbi, perché gli inquirenti si dicono certi che l’assassino sia Andrew Phillip Cunanan, madre americana e padre filippino, quattro delitti o forse cinque alle spalle e (forse) un altro omicidio commesso ancora quarantotto ore dopo quello di Versace. L’uomo che ha sparato a Versace è scappato lungo la dodicesima strada, «poi ha girato in un vicoletto, direzione nord, per entrare in un garage all’angolo della tredicesima e Collins Avenue, la parallela del lungomare. Più di un testimone l’ha visto. Antonio D’Amico, compagno di Versace da sette anni, è uscito per strada e ha provato a rincorrerlo, ma si è visto puntare la pistola contro e ha desistito. L’assassino ha raggiunto quindi un pick up rosso, una Chevrolet, e si è cambiato rapidamente, lasciando dietro di sè l’auto e i vestiti che lo avrebbero identificato».
• Il camioncino rosso (la Chevrolet) apparteneva a William Reese, un barbuto impiegato del cimitero di Finn’s Point nel New Jersey. L’Fbi dice che Cunanan l’ha ammazzato e gli ha rubato la macchina e che l’ha fatta trovare a Miami Beach proprio per firmare l’assassinio di Versace. Questa sarebbe infatti una delle manie di Cunanan: ammazzare e andarsene con la macchina del morto a commettere un altro delitto, facendola ritrovare poco distante dal nuovo cadavere. Così avvenne nei delitti precedenti. E inoltre: nella Chevrolet rossa, Fbi e polizia dicono di aver trovato il passaporto di Cunanan e il suo libretto degli assegni (emesso dalla Bank of America). Infine: le due pallottole che hanno ammazzato Versace sono identiche alle pallottole che hanno freddato le altre vittime di Cunanan. Altri particolari sul presunto assassino: sarebbe giunto a Miami Beach più di due mesi fa e avrebbe alloggiato al Normandy Plaza. Usciva solo di notte al volante del camioncino rosso e aveva un sorriso - a sentire l’impiegata del Normandy, Marion Hernandez - «diverso da quello delle altre persone, molto gentile, molto dolce».
• Benché gli indizi a carico di Cunanan sembrino notevoli, vi sono pure parecchi dettagli fuori quadro. La pistola non è stata trovata e un movente chiaro, indiscutibile, non c’è. L’Fbi ha detto che il delitto va capito tenendo conto della personalità complicata, maniacale, del presunto assassino. Cunanan sarebbe il solito paranoico che prova piacere a uccidere, esaltandosi della propria impunità. Catalogato tra i primi dieci ricercati d’America, avrebbe sofferto del silenzio sceso improvvisamente su di lui da un paio di mesi. E scelto la sua vittima per fare il maggior rumore possibile. Oppure sarebbe un sieropositivo che vuole vendicarsi di quel mondo che lo ha contagiato. Oppure tutt’e due le cose. In ogni caso, se di serial killer si tratta, come mai questo delitto è così diverso dagli altri attribuiti al medesimo Cunanan? Il tenente della Marina Jeffrey Trail venne ucciso a martellate in testa e l’architetto David Madson a bastonate. Ecco la cronaca dell’assassinio di Lee Miglin, di anni 72: «Andrew lo stordisce, lo lega, lo imbavaglia, e lo porta nel garage: lo torturerà per più di un’ora con delle forbici e una sega elettrica. Poi consuma un pasto, si fa barba e doccia. Quindi finisce il lavoro uccidendo la sua vittima con una forbiciata al cuore».
• Ed ecco la testimonianza della giornalista Maureen Orth, che lavora su Cunanan da molti mesi: «Maureen Orth descrive Andrew come un personaggio ben diverso da come appariva. In diverse occasioni aveva dato prova di feroce violenza. Una volta aveva sbattuto la madre contro un muro fino a storcerle una spalla. Un’altra volta aveva morso un cliente con tanta ferocia che questi l’aveva cacciato di casa. Gli amici lo descrivono avido di video sadomaso: voleva la degradazione dell’altro, era un dominatore». In questo anzi starebbe il fascino del giovane: un portamento elegante, gentilezza, dolcezza, gran conversatore, gran corteggiatore. E poi, in camera da letto, violenza e dominio: l’anno scorso, secondo quanto scrive Giampaolo Pioli de ”Il Giorno”, la sua maestrìa nelle pratiche sadomaso lo aveva reso molto popolare nelle comunità gay di San Diego e San Francisco. E per fare quello che faceva prendeva soldi.
• Ora, questo breve ritratto risulta molto distante da quello dell’uomo in calzoncini corti e cappello da baseball che, con molta freddezza e competenza e si direbbe senza alcun piacere personale, ha sparato due colpi in testa a Versace. Se non sapessimo nulla e dovessimo giudicare solo dal film del delitto, diremmo che si tratta del lavoro di un professionista. Potrebbe questo professionista essere il medesimo Cunanan? E’ la stessa cosa uccidere in camera da letto al culmine di una notte d’amore e forse persino a sublimazione di una notte d’amore, e uccidere alle nove di mattina in mezzo alla strada e con 34 gradi all’ombra, senza farsi prendere dal panico? George Palermo, docente di psichiatria e criminologia, che ha dubbi sulla ricostruzione dell’Fbi, dice che se l’uomo è Cunanan, allora era senz’altro imbottito di cocaina. Aggiunge: «Ci risulta che negli ultimi tempi era depresso. Sembra che fosse ingrassato, cosa poco piacevole per uno come lui».
• Se l’assassino non è Cunanan e non è un serial killer che ha sparato per divertimento, allora il delitto ha un movente e dei precedenti che dovrebbero spiegarlo. Intanto: Versace aveva una minima idea di quello che gli stava per capitare? Forse no, perché i quattro o cinque ragazzi che gli facevano da scorta quella mattina sono rimasti chiusi in casa e, comunque, di solito lo stilista non li adoperava. Ma forse sì, perché dopo aver comprato i giornali al News Cafè, Versace è tornato a Ocean Drive 1116 (la cosiddetta ”Casa Casaurina”) lungo il marciapiede opposto a quello del passeggio, una via diversa dal solito. Testimoni che lo hanno visto, dicono che pareva preoccupato e si girava spesso a guardarsi dietro le spalle (Di Lelio, cit.).
• Altre circostanze che forse hanno importanza e forse no: giovedì sera (10 luglio), Versace diede nella sua Casa Casaurina un party molto rumoroso. Drammaticamente rumoroso? Forse: si sentivano grida e non parevano i rumori tipici di una festa. I vicini se ne lamentarono. Sabato 12 luglio «Versace avrebbe avuto una lite molto grave che lo avrebbe assai turbato» (Matteo Persivale, ”Corriere della Sera”, 18/7/97). Poi c’è la testimonianza del detective australiano Frank Monte: costui dice che Versace lo aveva ingaggiato tempo fa perché preoccupato per le strane circostanze in cui era morto un certo Johnny Gatto; in pratica Versace temeva che la sua catena di negozi venisse adoperata dalla mafia (a sua insaputa) per riciclare denaro sporco. L’assassinio, secondo lui, potrebbe essere inquadrato in questo contesto e in ogni caso, a suo dire, la pista del serial killer non sta in piedi e l’Fbi con le sue ipotesi non è più credibile: «Non credo all’Fbi. Ormai è diventato un apparato politico che ha perso buona parte della sua vecchia professionalità. Oggi è soprattutto proteso a ”comunicare” con il pubblico. Risultati pochi». Contro la testimonianza di Monte sta però questo precedente: il detective con le sue storie ispirò a suo tempo un articolo del quotidiano britannico ”Indipendent”, Versace lo querelò e vinse (i 250 milioni di penale vennero versati in beneficienza). Tuttavia l’’Indipendent”, in occasione dell’omicidio, ha nuovamente fatto insinuazioni su Versace e così pure ”Le Monde”. Infine, Gianni Versace era assicurato sulla vita ai Lloyd’s di Londra per 30 miliardi di lire, polizza in favore dei familiari.
• Vittorio Zucconi ha fatto la seguente osservazione: «C’è chi dice, su questa lingua di sabbia esclusiva, su questo ghetto per miliardari di miliardi non sempre limpidi che è la Miami Beach collegata a Miami da un ponte che sembra pronto ad alzarsi per salvare i potenti dalla rivolta dei miserabili sul continente, che proprio la villa (cioè ”Casa Casaurina”) potrebbe avere divorato il suo padrone. Potrebbe essere stata il suo acquisto, la sua ristrutturazione fiabesca a scatenare, quando fu acquistata da Versace nel ’92 e poi rifatta, odi, risentimenti, invidie, conflitti di interessi enormi [...] ”Casa Casuarina” è la sola villa privata sul fronte dell’Oceano, in mezzo ad alberghi. E’ un’isola di privacy che occupa quasi 70 metri di spiaggia, nel punto più ambito e prezioso dell’’Ocean Front” e renderebbe miliardi se fosse trasformata in hotel di lusso. Lui non ne voleva sapere...». A queste parole, stampate su ”la Repubblica” di mercoledì 16 luglio, accosteremo queste altre, da Andrea di Robilant su ”La Stampa” di venerdì 18 luglio: «La cremazione del corpo di Versace è avvenuta nel più stretto riserbo e se n’è avuta notizia solo a cose fatte. Una fonte vicina alla famiglia ha confermato che aveva avuto luogo a Fort Lauderdale mercoledì sera. Stamane alle undici (ora locale) è prevista una cerimonia funebre a Saint-Patrick, una chiesa cattolica. Sempre secondo le stesse fonti pare che Donatella Versace, la sorella dello stilista, abbia già deciso di mettere in vendita il palazzo e di non mettere mai più piede a Miami».
Giorgio Dell’Arti