Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 2 giugno 1997
in Australia un uomo che ha potere di vita o di morte su due donne inglesi sotto processo in Arabia Saudita
• in Australia un uomo che ha potere di vita o di morte su due donne inglesi sotto processo in Arabia Saudita. E l’uomo le ha già condannate: se non cambierà idea, le donne potranno essere decapitate in pubblico, secondo la shari’a, la legge islamica. un caso assurdo e disperato, che sgomenta l’opinione pubblica britannica: le famiglie delle due donne sono accorse in Arabia, lasciando in patria sentimenti d’ansia e indignazione. Ma è anche un caso che imbarazza i sauditi: lo stesso giudice islamico che deve emettere la sentenza non riesce a capire perché l’australiano chieda «ciò che non è ammesso dalla religione cristiana». C’è evidentemente uno scontro di culture: e la pietà, stavolta, non viene dalla nostra civiltà.
• Le due donne sono imputate di avere ucciso a Dhahran una terza donna, sorella dell’australiano che ora ha in mano le loro vite. Si chiamano Deborah Parry, 41 anni, dell’Hampshire, e Lucille McLauchlan, 31, di Duncree. Due brave infermiere, erano andate a lavorare al King Fahd Military Medical Complex di Dhahran, dove c’è la base aerea, in cerca d’un salario migliore. E con loro c’era anche Yvonne Gilford, 51 anni, di Jamestown, un villaggio a nord di Adelaide, in Australia: una donna delicata che, nelle fotografie, sembra una crocerossina della Grande Guerra, sotto la crestina inamidata. Eppure, apparenze a parte, in quell’ospedale si covava qualcosa di terribile e, tuttora, oscuro.
• Perché l’11 dicembre 1996 Yvonne viene trovata senza vita: la donna, dice l’autopsia, è stata picchiata, soffocata, poi finita con quattro profonde coltellate. E subito le indagini puntano su Lucille e Deborah, le colleghe. Le inglesi sono arrestate, sottoposte a stringenti interrogatori e infine confessano: sì, hanno ucciso loro Yvonne. Ma il movente d’un delitto così efferato non è certo. E anzi, finché non ci sarà il dibattimento, che i sauditi garantiscono della massima trasparenza, non si potranno conoscere le carte in mano all’accusa, che pure vanta prove «stringenti». Ma il processo tarda, perché se Lucille e Deborah saranno condannate, la shari’a prevede la decapitazione: una pena, agli occhi europei, barbarica. Non si può trovare una via d’uscita?
• Così il giudice della Corte di Al-Khobar, fuori Dhahran, decide di prendere tempo. C’è infatti una persona che può scegliere, secondo la legge islamica, una soluzione più clemente: il parente maschio più prossimo alla vittima. Ed ecco quindi Frank Gilford, 55 anni, il fratello di Yvonne, un uomo dal sorriso aperto e dalla barba da esploratore, che dirige un’agenzia di recapito postale in Australia. Ma pure stavolta le apparenze ingannano: il ridente Gilford dapprima rifiuta la scelta, «la più ardua della mia vita», poi s’intestardisce e pretende la pena di morte: «Per Yvonne non c’è stata pietà. Ed è difficile averne per chi l’ha uccisa». Così non prende neppure in considerazione l’alternativa del risarcimento, quello che la shari’a chiama «denaro sporco di sangue». E, d’altronde, si può tacitare Gilford coi soldi insanguinati? Forse no, perché resta il mistero del movente dell’assassinio. Dice Salah Hejailan, avvocato saudita delle infermiere, che la causa del delitto, secondo l’accusa, sarebbe da trovare in un morboso moto di gelosia fra tre donne che s’erano intrecciate in un rapporto omosessuale. Ora, non c’è bisogno di evocare esotismi orientali d’epoca vittoriana per immaginare che, forse, tre donne rinchiuse nel rigido mondo arabo avrebbero potuto cedere a un richiamo lesbico. Ma l’ipotesi, ancora una volta, inganna: non solo le due accusate negano l’omosessualità, comprensibilmente, ma pure Gilford, offeso, dall’Australia esclude che Yvonne fosse lesbica. Però, così facendo, scagiona le presunte assassine che, pure, non teme di far decapitare.
• Insomma, il giallo che la corte deve affrontare è troppo complicato. In più, ha troppe implicazioni internazionali. Infatti il giudice, nel chiedere il rinvio, è stato esplicito: «Questo caso si presta a far conoscere nel mondo non islamico le caratteristiche della shari’a, che favorisce il risanamento delle ferite e cerca una giusta soluzione tra le parti». Tradotto dal linguaggio della Corte, il messaggio è chiaro: se sono costretto a condannare le infermiere per omicidio volontario, devo sentenziare la decapitazione, visto che Gilford non accetta il «denaro insanguinato». Ma se il delitto non risulta premeditato, allora la pena sarebbe la carcerazione. E il ministro dell’Interno (o in ultima istanza la famiglia reale) potrebbe espellere le due infermiere e chiudere il caso.
• Allora, non conviene procedere? No, perché per l’ennesima volta ciò che pare chiaro è oscuro. Infatti, se verranno ancora portate in aula, ammanettate e ricoperte da capo a piedi dall’abito nero, le due donne racconteranno come è stata loro strappata la confessione: innanzitutto diranno che le carte di credito di Yvonne, che per l’accusa erano in loro possesso, furono infilate nelle loro tasche dalla polizia. E poi sosterranno che gli interrogatori erano brutali, con i poliziotti che strappavano loro i vestiti di dosso, le lasciavano nude per ore, tenendole sveglie per giorni e notti, e minacciavano di stuprarle: «Gli agenti pizzicavano i loro seni e alcuni s’erano già sbottonati i pantaloni», dice Michael Dark, il difensore giunto dall’Inghilterra.
• Ecco perché, forse, conviene chiudere il caso prima ancora d’aprirlo. La shari’a è dura, ma il fratello australiano è più duro della shari’a. Il delitto c’è stato, ma il movente è negato da tutti. La confessione è firmata, ma è così dubbia che l’ambasciatore saudita a Londra, Ghazi al-Ghosaibi, pur negando le violenze dei poliziotti, garantisce che sarà valida solo un’ammissione di colpa dichiarata liberamente al processo. In più, c’è il rischio che la giustizia della shari’a provochi, anziché la «giusta soluzione», una crisi diplomatica: due giorni fa in Arabia è stato giustiziato un pachistano, che è il decapitato numero 42 di quest’anno, e Islamabad non ha protestato. Ma Londra, per le infermiere inglesi, non potrebbe certo tacere.
• In più c’è uno spiacevole precedente. Tre anni fa, non in Arabia ma nei vicini Emirati, il processo alla filippina Sarah Balabagan, una ragazzina di 15 anni, sollevò enorme clamore.
Accusata di avere ucciso con 34 coltellate il datore di lavoro, fu condannata a morte benché si fosse difesa dicendo che il padrone la violentava. Solo la protesta mondiale la salvò, perché se la cavò con cento frustate (che «non lasciarono traccia sul corpo», secondo il comunicato di Abu Dhabi) e fu espulsa. Salvo poi ammettere, scampata alla morte, che s’era inventata lo stupro per salvarsi la vita. E forse il caso di Sarah, l’«eroina bugiarda», rende diffidenti i sauditi: non ci faremo beffare anche noi, con queste storie di violenze? Perciò aumentano le pressioni perché Frank Gilford si converta alla pietà cristiana, anziché alla shari’a islamica. E se la ragione vincerà sulla testardaggine australiana, forse il caso potrà essere risolto. Anche se resterà impunito l’omicidio di Yvonne e mani assassine potranno ancora muoversi in libertà: «C’è ancora l’odore del sangue, e non basteranno tutti i balsami d’Arabia a profumare la mia piccola mano», fa dire Shakespeare all’assassina Lady Macbeth, che cerca di lavarsi la colpa. Ma il poeta, dell’Arabia, parlava per sentito dire: più dei balsami, conta la ragion di Stato.