Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 2 giugno 1997
Skhirat (Marocco) - L’ultima tana del dittatore in fuga è un hotel di terza categoria perso nel vuoto d’una spiaggia marocchina, solitario, bianco, remoto
• Skhirat (Marocco) - L’ultima tana del dittatore in fuga è un hotel di terza categoria perso nel vuoto d’una spiaggia marocchina, solitario, bianco, remoto. Mobutu è arrivato quaggiù sabato, dall’aeroporto di Rabat, con un corteo di limousine e i resti della sua corte: medici, due guardaspalle con ghigni d’antropofagi, figli con i telefonini, ciambellani, domestici, nipoti; e un indovino. L’indovino e i telefonini raccolgono solo presagi negativi, pare che nessuno voglia più tra i piedi Mobutu, al momento neppure i vecchi protettori, i francesi. S’è degnato d’ospitarlo solo il re del Marocco, un altro amico d’antica data, ma quasi vergognandosene. Così l’ha nascosto in questo albergo dove d’estate circolano pensionati in canottiera, su questo lungomare ignorato dalle guide, su questa spiaggia atlantica, detrito tra i detriti che le onde hanno scaraventato sulla sabbia grigia, plastiche, legni, cordame, rimasugli di storie concluse.
• Appena è arrivato, per brusii di camerieri e contadini due leggende sono sbocciate a Skhirat. La prima vuole che Mobutu si sia portato appresso entrambe le mogli, quella in carne e ossa, Bobi, e quella solo in ossa, la Maria Antonietta effettivamente dissepolta in Congo per salvare i suoi resti dalla vendetta di profanatori. Secondo l’altra leggenda, i notabili al seguito del dittatore sarebbero la sua riserva di sangue, in quanto Mobutu ha bisogno di trasfusioni continue per vivere ancora qualche anno, qualche mese, qualche settimana. Tenta di sfuggire ad un assassino lento ma meticoloso, il tumore alla prostata. Ma presto avrà alle calcagna inseguitori altrettanto spietati, banche occidentali che prestarono somme enormi al suo Zaire e dubitano di poterle riavere indietro dai nuovi boss di Kinshasa, i quali a loro volta chiederanno all’Europa di restituire le ricchezze trafugate da Mobutu. Il tumore potrebbe addormentarsi ma creditori e studi legali mai, non perderanno un attimo di vista il fuggitivo e i 6 mila miliardi che quello ha sparpagliato fra Belgio, Francia, Svizzera, Portogallo, Spagna, Liechtenstein, Brasile, Sudafrica. E il tesoro del Congo, il bottino di trentadue anni di dittatura. Per salvarlo un Mobutu più morto che vivo è stato costretto a lasciare il Togo e arrivare quaggiù, prima tappa della sua marcia verso l’Europa.
• L’albergo si chiama Amphitrite. Se cerchi di arrivarci da Rabat la polizia ti ferma cinquecento metri prima, tra una caserma e un bananeto. Se telefoni e sei fortunato puoi scambiare due parole con il giornalista free-lance Tocotò Kabila, uno del clan accorso da Parigi; ma in genere la centralinista ti lascia ascoltare molto Beethoven, la Nona, e poi chiude la linea. Neppure il Marocco vuole grane. Fino a ieri era l’alleato storico del dittatore congolese, ma poiché questi è caduto e Rabat vuole ricostruire buoni rapporti in Africa centrale, Mobutu è un ospite indesiderato. La sua visita è «temporanea e strettamente privata», annuncia i1 governo marocchino intimandogli tra le righe di starsene zitto e di traslocare presto. Tempo due o tre settimane, pronosticano a Rabat i giornalisti occidentali, e sarà messo alla porta.
• Nel frattempo la gens Mobutu si gode come può la tappa marocchina, ieri mattina sulla spiaggia dell’Amphitrite trionfava l’adipe sfrenato delle Big mamas voluminose come mongolfiere e dei bambini tendenti alla dimensione sferica. Quanto a Mobutu, sarebbe recluso in una piccola clinica prossima all’albergo. L’ultima volta che l’hanno visto (sabato in Togo, mentre saliva sull’aereo per Rabat) si muoveva con fatica. Dopo trentadue anni ha perso il Congo, il suo reame grande quanto l’Europa, quasi senza combattere, si direbbe con il distacco del moribondo. Si racconta (ma Tocotò Kabila lo nega) che come capita a certi vecchi un po’ svaniti, Mobutu stia sprofondando nei ricordi più lontani, l’infanzia poverissima, la morte del padre, la fame, le umiliazioni, insomma il periodo della sua vita in cui probabilmente è nascosto il segreto di un’avidità ossessiva, una brama di ricchezza divorante e inesausta. Cominciò a rubare da ragazzino, libri nella biblioteca scolastica (condannato a sei mesi), e non si è più fermato, neppure quando il bottino era sufficiente per comprare un futuro sardanapalico per i suoi quattordici figli, una discreta rendita ai settecento della sua corte e un certo agio alla sua tribù, i nbgandi.
• Ora queste torme di familiari e questuanti devono essere giustamente in ansia, non è affatto chiaro se riusciranno a salvare case e denari. Neppure rimettere piede in Europa adesso è una faccenda semplice. Non è più il tempo in cui Mobutu era «uno dei nostri migliori amici in Africa» (così il presidente Bush), ben voluto dall’Eliseo, dalla Casa Bianca e dal Sudafrica dell’apartheid.
• Quale sarà la definitiva terra d’esilio? La Francia, dicono i giornalisti marocchini. Dopotutto Mobutu è stato a lungo uno strumento della grandeur francese in Africa con Giscard, Mitterrand e Chirac, e sa troppo perché sia prudente lasciarlo in giro per il mondo. Ha una casa parigina in Avenue Foch, a due passi dal pellettiere che gli confeziona i cappellini in leopardo, ma sembra una sistemazione sconsigliata. Se la Francia vuole salvare un suo cantuccio in Africa centrale, ormai passata nelle mani degli anglofoni e filoamericani, non può permettersi un Mobutu a passeggio nel centro di Parigi, leopardato e col bastone da Maresciallo. Più accettabile un Mobutu agonizzante nella sua amata villa di Cap Martin, in Costa Azzurra. Ma laggiù minacciano dimostrazioni di protesta, trovano insopportabili persino i mobutini, quei bambini di 7-8 anni che, confida un abitante al ”Financial Times”, «hanno in tasca l’equivalente del mio stipendio e comprano tutto», con grave offesa all’orgoglio del salariato bianco.
• Dipenderà anche dal governo che uscirà dalle elezioni in corso in Francia. Parigi è sempre stata generosa con i suoi alleati africani. Mitterrand diede asilo perfino a Bokassa, il dittatore che teneva in frigo i cosciotti dei nemici politici. Mobutu aveva uno stile più europeo, preferiva comprare gli avversari piuttosto che farci lo stufato, ma potrebbe avere meno fortuna di Bokassa. La politica francese in Africa centrale è stata in fiasco, e per non lasciare dubbi sul nuovo corso il prossimo governo potrebbe chiedere al Marocco di tenersi l’ex dittatore. In quel caso uno degli uomini più ricchi del mondo potrebbe essere costretto a morire in un alberguccio a tre stelle.
• Un’alternativa sarebbe il Montenegro: lo attende un paese della costa, scrive ”Nasa Borba”, giornale belgradese piuttosto attendibile. Il rapporto tra Mobutu e la sponda orientale dell’Adriatico si è cementato negli ultimi mesi, quando il dittatore ha affittato 150 lanzichenecchi serbi, tutti reduci dalla guerra in Bosnia, per fronteggiare l’avanzata del nemico. Milosevic ha un bisogno disperato di denaro liquido, Mobutu di alleati e di asilo, entrambi devono difendere gli imperi finanziari costruiti nell’ombra. Del resto nel bestiario della nuova Jugoslavia, tra milizie con nomi di fiere, manca il leopardo, Mobutu. Il quale è anche leone («il leone della boscaglia che non risparmia alcuna gazzella») oppure gallo («il gallo padrone di tutte le galline e del pollaio»), a seconda delle traduzioni ufficiose del nome per esteso che egli si attribuì vent’anni fa giocando su allusioni sessuali già allora patetiche. Quale che sarà l’animale scolpito sulla sua lapide, sotto il suo nome sterminato (otto parole, trentasei lettere), sotto si potrà scrivere senza far torto alla verità: saccheggiò il Congo come solo Leopoldo II, re del Belgio, cent’anni prima.