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 1997  maggio 19 Lunedì calendario

Non si può più rimandare l’abbattimento del debito pubblico

• Non si può più rimandare l’abbattimento del debito pubblico. arrivato all’enorme cifra di quasi 2 milioni 300mila miliardi. Ci costa oltre 150mila miliardi all’anno per pagarne gli interessi e questo macigno sta letteralmente affondando la nazione. Il debito è la causa principale del perché siamo fuori dall’unione monetaria. Il suo volume è circa il 124% del Pil mentre lo specifico parametro di Maastricht impone di non superare il 60%. Il costo degli interessi, soprattutto, rende difficilissimo contenere il disavanzo annuale del bilancio dello Stato entro l’eurolimite del 3% in rapporto al Pil. E qualora ci si riuscisse per un breve periodo, il peso non ridotto del debito sarebbe sempre visto dal mercato e dai partner europei come una ”spada di Damocle”, anzi uno ”spadone” sulla credibilità futura dei conti pubblici italiani. Inoltre la scelta di contenere il deficit di bilancio senza ridurre sostanzialmente il debito cumulato, quindi i suoi costi, è un vero e proprio suicido economico della nazione. Ci espelle, infatti, dal mercato globale - cosa molto più importante dell’euromoneta - perché il vincolo debitorio impedisce la riforma competitiva del Paese non permettendo né di ridurre le tasse per fare crescita economica e occupazione né di usarle per investimenti modernizzanti. Va capito che non è più possibile governare l’Italia - né da sinistra né da destra - se non si dà priorità alla soluzione, una volta per tutte, del problema del debito. Qui proviamo a delinearne una.
• L’attuale strategia del governo si propone di ridurre il costo del debito abbassando gli interessi attorno ai 2 punti più dell’inflazione. Poniamo che si arrivi a un risparmio tra i 30mila e 40mila miliardi all’anno della spesa per interessi. Ma ciò implicherebbe una remunerazione media dei titoli di Stato attorno al 4% (ora tende al 6,5%). E qui cade il palco. Il guadagno derivante dal possesso dei titoli italiani sarebbe troppo basso a fronte di un ”rischio Paese”, sul piano valutario e della stabilità complessiva, che comunque resterebbe elevato. I capitali utili per sostenere il debito italiano fuggirebbero e andrebbero a finanziare i debiti statali e le Borse operanti con valuta più solida e in Paesi con una maggiore tradizione di credibilità (e questo potrebbe, tra l’altro, portare a una crisi della lira). Perché mai, infatti, un risparmiatore dovrebbe investire in lire se non ottiene in cambio un premio per il maggior rischio? Ed esso resta alto in Italia proprio a causa della permanenza destabilizzante dell’enorme debito anche visto come sintomo di ritardo nel risolvere la crisi di credibilità delle istituzioni italiane. Fino a che il debito rimarrà oltre il 100% del Pil sarà praticamente impossibile comprimerne il costo degli interessi entro soglie soddisfacenti e sostenibili. Il governo potrebbe ribattere, con ragione, che proprio l’entrata nell’euromoneta serve a eliminare questo problema. La ridenominazione del debito italiano in euro, infatti, ridurrebbe il ”rischio Paese” e abbasserebbe il costo degli interessi. Ma l’Italia è - al momento - fuori dall’euro proprio a causa del rifiuto da parte degli altri europei di caricarsi del peso e dell’effetto destabilizzante dell’enorme debito italiano. In sintesi, la strategia del governo è intrappolata in una tautologia, cioè in un circolo che inizia e finisce nel debito. Se non lo si aggredisce riducendolo sostanzialmente non vi sarà possibilità di uscire dalla trappola.
• Ma che mezzi ci sono per farlo? Il ricavato da una privatizzazione estesa delle aziende pubbliche (Stet, Enel, Autostrade, Eni ecc.) potrebbe cancellare in un tempo relativamente breve circa 100mila miliardi di debito. Ma, di per sé, una tale azione - qualora superasse gli ostacoli politici e risultasse attrattiva per il mercato dei capitali - risolverebbe ben poco in quanto ridurrebbe una percentuale irrisoria del debito complessivo. Sarebbe in realtà utilissima sul piano della credibilità del Paese e dell’efficienza delle aziende privatizzate. Ma bisognerebbe dire come, poi, si va avanti verso la soluzione sostanziale. Quindi, presa singolarmente, questa misura è certamente necessaria, ma non risolutiva. Un congelamento-consolidamento del debito a 10-20 anni lo lascerebbe comunque pressoché inalterato oltre a generare una tensione ingestibile sui mercati (dissesto di famiglie, investitori, banche e crisi totale di fiducia). Non si può fare. Un’altra via, teorica, sarebbe quella di alzare le tasse e con esse ripagare il debito o una buona parte di esso. Ma ciò distruggerebbe totalmente l’economia italiana in poco tempo.
• Restano solo due opzioni. La prima è quella di far garantire ”politicamente” il debito italiano da qualcuno. L’entrata nell’unione monetaria avrebbe questo effetto, ma ha i problemi di fattibilità visti sopra. Un altro modo meno formale e più sostanziale sarebbe quello di cedere sovranità a una nazione ”forte” che si impegna, in cambio, a garantire il debito. Per esempio, il debito del Belgio - che supera anch’esso il 100% del Pil - è garantito di fatto dalla Germania in quanto l’economia belga è ormai incorporata di fatto entro il sistema tedesco. Un altro esempio più esplicito di garanzia politica ”esterna” riguarda il sostegno alla dissestata finanza pubblica del Messico da parte degli Stati Uniti allo scopo di non destabilizzare l’area economica comune (Nafta). Ma una tutela di questo tipo, attuabile in Europa solo dalla Germania, metterebbe troppo a rischio la struttura economica italiana la cui specificità competitiva implica il mantenimento di una forte sovranità nazionale.
• Non resta altro che tentare di utilizzare il patrimonio immobiliare pubblico per ridurre sostanzialmente il debito. La ”commissione Cassese” ne ha stimato l’ammontare in 651 miliardi, se espresso in «valori contabili» che potrebbero essere equivalenti a circa 2 milioni di miliardi se valutati in termini di «valore di mercato potenziale». Sulla carta l’Italia ha un patrimonio che, più o meno, è in grado di compensare il debito. Ma come fare a ridurre il secondo realizzando il primo? L’ipotesi di vendita diretta della parte di patrimonio alienabile non può essere una soluzione sostanziale perché il mercato non lo potrebbe assorbire nelle quantità e tempi utili. Altre opzioni che implichino la trasformazione diretta dei titoli di debito in azioni corrispondenti a quote di proprietà del patrimonio pubblico non risulterebbero credibili qualora mancasse il trasferimento a chi compra della gestione del bene. La remunerazione media di queste azioni, infatti, sarebbe bassa in quanto attualmente la gestione del patrimonio pubblico frutta solo lo 0,5% all’anno e pare che le spese di manutenzione siano 20 volte superiori agli incassi per affitti. Eppure il patrimonio c’è, è tanto e qualitativamente molto attrattivo (si pensi a quello artistico e storico). Possibile che non troviamo un modo per utilizzarlo a compensazione del debito?
• Proviamoci. I punti fermi sono due. La vendita diretta del patrimonio non si può praticare se non in forme minime. Il ricavato dalla gestione di questo così come è risulta irrisorio. Ma perché lo è? Perché è amministrato con criteri inefficienti. Abbiamo esempi di gestione remunerativa di grandi patrimoni immobiliari in qualche modo comparabili con quello pubblico? Certo. Le società di assicurazioni hanno un patrimonio di 34 milioni di metri quadrati (esclusi i terreni). Nel 1990, circa, questo dava loro una remunerazione netta pari al 3,6%. Oggi rende il 6,5%. Ciò dimostra che da una buona gestione del patrimonio è possibile avere sia un profitto competitivo sia un incremento di valore nel tempo del patrimonio stesso. E, prendendo questa analogia come punto di partenza, si può ipotizzare - nel limite di una proposta che al momento non può essere altro che accademica - una soluzione innovativa di ”securitization” (traducibile con un bruttissimo, e ce ne scusiamo ”garantizzazione”) del debito. Tale tecnica è nota e usata nel sistema della finanza privata, ma non è mai stata applicata nella finanza pubblica.
• Vediamo, per cenni, una possibile strategia. Lo Stato dà mandato a un insieme di istituzioni finanziarie di creare uno specifico veicolo societario con il compito di attuare un’operazione di ”securitization” del debito pubblico. Conferisce a questa società sia una quota del debito sia la proprietà di un equivalente ammontare del patrimonio pubblico. La società emette propri titoli che vengono collocati dalle istituzioni finanziarie dette sopra presso investitori specifici interessati alla gestione dei valori immobiliari. Chi compra questi titoli acquisisce la proprietà di un pezzo di patrimonio e, quindi, il diritto di godere dei proventi derivanti dalla sua gestione. Se la prospettiva di remunerazione risulta credibilmente poter stare tra il 6% e il 7% annuo, questo dato, unito al profitto della valorizzazione nel tempo dell’immobile e - importante - a quello di uno sconto in fase di acquisto, risulterebbe certamente attrattivo per un gran numero di investitori nel mercato internazionale e nazionale. In generale, tale operazione di ”securitization” serve a fondere la passività del debito con un valore patrimoniale attivo in modo tale che la vendita con successo del secondo (attraverso il titolo emesso dal ”veicolo societario” ad hoc) annulli concretamente il primo dai conti dello Stato. Che cosa ci guadagna lo Stato facendo così? Si libera dal problema di dover vendere direttamente sul mercato i beni patrimoniali. Evita di doverli riconfigurare per una gestione efficiente dandoli via ”grezzi” e compensando l’acquirente finale con uno sconto. Non incassa nulla, ma elimina la quantità di debito equivalente (meno lo sconto incentivante) al patrimonio ceduto. I beni patrimoniali trasferiti passano da una gestione inefficiente a una efficiente, con vantaggio complessivo per il territorio. Il costo del debito residuo può diminuire a minimi relativi grazie all’effetto credibilità conseguente al successo dell’operazione.
• Si può fare? Nei limiti di un’ipotesi teorica, pensiamo proprio di sì, ovviamente raffinando con mille dettagli operativi quanto qui accennato. Per quale volume di debito connesso a quale parte del patrimonio? Se l’operazione fosse ben congegnata e credibile sul piano di remuneratività potenziale, il mercato (internazionale) non avrebbe problemi di limite assoluto a finanziarla fino a 1 milione di miliardi e perfino oltre. Tale cifra, infatti, sarebbe solo una minima frazione del capitale che circola quotidianamente nel pianeta in cerca di buoni investimenti. Il problema, piuttosto, è sapere quanto patrimonio sia cedibile, in quali condizioni si trovi e a quale ”velocità legale” possa essere reso disponibile. Ma un censimento del patrimonio pubblico fatto a regola d’arte, computerizzato, con dati certificati, non c’è. Noi stimiamo, a occhio, che l’operazione qui detta possa eliminare almeno da 800mila a 400mila miliardi di debito in un tempo ragionevole. Varrebbe la pena di approfondirla perché potrebbe rivelarsi una soluzione strutturale sovrana del problema del debito. Ma solo un censimento dettagliato e metodologicamente avanzato del patrimonio permetterà di precisare ciò che è fattibile. Almeno si cominci a fare questo.