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 1997  febbraio 03 Lunedì calendario

Lo scandalo delle ”finanziarie” albanesi, che avrebbero dovuto moltiplicare il denaro e, con esso, la ricchezza, è, insieme, il segno di un’illusione collettiva e di una disperazione

• Lo scandalo delle ”finanziarie” albanesi, che avrebbero dovuto moltiplicare il denaro e, con esso, la ricchezza, è, insieme, il segno di un’illusione collettiva e di una disperazione. Il denaro infatti non è ricchezza, non è nemmeno, come sostengono gli economisti, un segnale della ricchezza, non è nulla, se non uno strumento, che però da molto tempo si è trasformato in fine. Non c’è da deridere gli albanesi se si sono illusi che il denaro sia ricchezza perché la storia d’Europa, a partire dalle dottrine mercantiliste è piena di Stati che, per cercar di risolvere i loro problemi, si sono messi a fabbricare denaro, perché nel Cinquecento i conquistadores andarono a rapinare tutto l’oro e l’argento possibile agli indios del Perù e del Messico credendo di essersi impadroniti di chissà quale ricchezza e non fecero che provocare una spaventosa inflazione (la cosiddetta ”rivoluzione dei prezzi”), perché ancor ieri Lord Keynes, con la teoria monetaria, credeva alle virtù taumaturgiche del denaro.
• Nondimeno, il fatto che gli albanesi siano cascati in massa in questa secolare illusione è un segno del loro profondo malessere. Solo chi è giunto alla frutta spera nell’arricchimento improvviso, nel terno al lotto. Gianni Agnelli non ha mai fatto la schedina.
• La rivolta degli albanesi quindi non è tanto contro i ”finanzieri” che li hanno truffati quanto contro coloro, governo locale e cosiddetto Occidente, che dopo averli illusi li hanno ridotti a una tale disperazione da indurli a sperare nel terno al lotto. Le ragioni di questa disperazione me le ha raccontate qualche tempo fa Falco, un ragazzo di vent’anni che ho incontrato sulla tratta ferroviaria Milano-Reggio Emilia e che sfanga dignitosamente la vita vendendo bibite e panini sui treni. Falco è in Italia da cinque anni ma quando può, se le sue finanze glielo permettono, torna in Albania dove vivono ancora i suoi genitori e i suoi fratelli. Mi ha detto: «Io sono musulmano e non sono mai stato un comunista. Ma sfido chiunque a smentire che oggi in Albania si sta molto peggio di quando c’erano i comunisti. Oggi, in Albania, c’è solo disordine, prostituzione, bordello, disperazione e fame».
• Del resto lo possiamo constatare anche noi, con i nostri occhi, senza andare in Albania. I primi immigrati di quel Paese che, cinque anni fa vennero qui erano dei contadini solidi e ben nutriti, quelli che arrivano oggi sono larve. L’Albania da povera che era è diventata un Paese di miserabili. Pronti a tutto, a morire traversando l’Adriatico su zattere, a prostituirsi e a farsi truffare dal primo pescecane di passaggio.
• La sorte dell’Albania è quella di tutti i Paesi del terzo mondo che si aprono all’Occidente. Nel 1979 Fernand Braudel, facendo un’ampia carrellata sulla storia del capitalismo, scriveva: «Un ”Terzo mondo” esiste sempre. E regolarmente il suo torto è di accettare il dialogo che gli è sempre sfavorevole. Ma lo si obbliga, in caso di necessità» (Civiltà, materiale, economia e capitalismo, pag. 411). Entrando infatti nella globalizzazione dei mercati i Paesi più deboli ne vengono inesorabilmente stritolati.
• Si stava quindi meglio quando si stava peggio? Sì. La politica autarchica di Hoxha era assolutamente la migliore per un Paese come l’Albania. L’errore degli albanesi, come quello dei russi, è di aver confuso la libertà politica con la libertà di mercato. Non sono la stessa cosa. Non sta scritto da nessuna parte, se non nella bramosia occidentale di rapinare il Terzo Mondo avendo ormai saturato i propri immondi mercati, che un Paese che si apre alla democrazia debba necessariamente aprirsi anche alla globalizzazione economica mondiale pagando prezzi inenarrabili. Albanesi e russi ci sono cascati per conto loro, ma anche perché gli Stati industrializzati, il Fondo monetario internazionale e le altre consimili istituzioni dell’assassinio legalizzato e pianificato spingono tutti i popoli che, sia pure per motivi distorti, erano rimasti fuori dalla globalizzazione dei mercati a entrarvi. Lo fanno con la propaganda o col ricatto (o fate come diciamo noi o non vi aiutiamo) oppure ancora con la violenza (l’intervento militare nella guerra slava contro la Serbia, la cui colpa non è l’aggressione, cosa che al cosiddetto Occidente non potrebbe fregar di meno - basta vedere quanto si lascia fare ai russi in Cecenia - ma quella, ben più grave, di essere rimasto l’unico Paese comunista d’Europa).
• Per quanto riguarda l’Albania, noi italiani siamo pesantemente implicati in questo genocidio economico, perpetrato con rigore scientifico e chirurgico. Italiana è più della metà del commercio estero e degli investimenti in Albania. I nostri mercanti e i nostri imprenditori pagano in moneta locale, cioé debole, e vendono poi sui mercati internazionali in moneta forte, cioé in dollari. Un trucco per far quattrini a palate e senza rischi vecchio come il mondo, anzi come il Terzo Mondo, da che esiste, praticato già dai mercanti italiani, olandesi, portoghesi e inglesi nel Basso Medioevo e nei primi secoli dell’età moderna. Naturalmente la vulgata ufficiale è che noi siamo in Albania per costruire lo sviluppo. Com’è umanitaria lei, signora belva. E, naturalmente, in nome di questo umanitarismo abbiamo chiuso entrambi gli occhi davanti al regime di Berisha che ha vinto le elezioni con brogli così sfacciati che al confronto quelli di Milosevic sono roba da educande, e che ha coscientemente permesso che i cosiddetti ”finanzieri”, da cui è appoggiato, derubassero anche coloro cui c’era pochissimo da rubare. Perché anche noi come i ”finanzieri”, appoggiamo Berishan e per gli stessi motivi: perché la politica aperta al mercato del ”paritito democratico”, ci permette di far impunemente sulla pelle degli albanesi dei truffoni che sono solo un po’ più sofisticati, abilmente mascherati, di quelli dei ”finanzieri”.
• In un bell’articolo, non convenzionale sull’Unità di lunedì, Claudio Fava si chiedeva a proposito della tragedia albanese: «Ma noi che c’entriamo?». E si rispondeva: «Non lo so, ma qualcosa c’entriamo». La ragione è tutta qui, caro Fava. E le rivolte messicane del Chiapas, così come i terrorismi in Perù, vanno tutte sotto questo segno. Sono il tentativo disperato dei Paesi del Terzo Mondo di non ”accettare il dialogo”, per usare le parole di Braudel, che li stritola e li distrugge con quel Primo Mondo che poi non è nemmeno capace di redistribuire al proprio interno, con un minimo di equità e di decenza, ciò che ha rapinato. E che chiama tutto ciò ”spirito d’impresa” mentre si tratta solo di pirateria internazionale.