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 1997  gennaio 13 Lunedì calendario

Si è conclusa ieri, 7 gennaio 2047, la cinquantennale causa che opponeva il signor Felice Perpoco, nativo di Castelbellino, allo Stato

• Si è conclusa ieri, 7 gennaio 2047, la cinquantennale causa che opponeva il signor Felice Perpoco, nativo di Castelbellino, allo Stato. I giudici hanno definitivamente rigettato il ricorso con il quale Perpoco (ormai centenario, ma che ha giurato di vivere finché non otterrà giustizia) chiedeva il pagamento di due miliardi di lire (rivalutati, ottocentomila euro) quale premio di una lotteria televisiva risalente alla fine del secolo scorso.
• E questa sarebbe la crisi? Ieri mattina alla succursale Fiat di Milano in via Arona si faceva la fila per riuscire a parlare con un addetto alle vendite che lì chiamano ”produttore”. Costeggio una fila di uffici microscopici e alla fine ne trovo uno che si sta liberando. Entro e trovo il signor Di Giacomo a cui sparo subito la mia richiesta: una Punto, 3 porte, con il prezzò più basso. Detto fatto: sono 18,3 milioni compresa la vernice metallizzata, volante e sedili regolabili. Chiavi in mano. «Poi - aggiunge - dipende se vuole darci indietro l’auto vecchia o da rottamare». Sì, mi invento, ho una Citroen Visa di 16 anni, da buttar via. «Sono tre milioni in meno» replica tranquillo. E la demolizione? «Ci pensiamo noi». Anche per le spese? «Anche per le spese, che sono a nostro carico. L’importante è che abbia i documenti a posto», precisa. Inappuntabile chiaro fa quasi venir voglia di comprarla davvero. (In serata, comunque, la Fiat ha comunicato un ribasso di un altro mezzo milione sulla Punto).
• L’episodio è ancora nella mente di tutti e non c’è chi non sia a conoscenza dei profondi sconvolgimenti morali e politici e dell’accanito dibattito giuridico e filosofico che seguirono alla vicenda. Tutto ebbe inizio la sera dell’Epifania del 1997. Scorreva sullo schermo il programma profeticamente intitolato «Carràmba che sorpresa», presentato da Raffaella Carrà e abbinato alla Lotteria di Capodanno. Il televisore trasmetteva, per simpatie elettrodomestiche, l’immagine di sette lavatrici, alle quali era affidata la scelta dei biglietti vincenti, secondo criteri elaborati da uno scienziato avvantaggiatosi della chiusura dei manicomi, avvenuta la settimana precedente.
• A distanza di un chilometro, in viale Certosa, c’è la concessionaria Comauto della Volkswagen. Il signor Ruggeri è nel suo ufficio, non più grande del «loculo» del suo collega Fiat. Nel «loculo» accanto ci sono clienti. Anche qui, stessa sceneggiata: voglio una Polo, la meno accessoriata, tre porte. C’è la Mille, a quasi 18 milioni, per la 1400 sono poco più di 21 milioni. Sconto? Quattro-cinque per cento sul modello meno caro, sei-sette sul 1400. E se voglio rifilargli la mia Citroen di 16 anni? Qui Ruggeri mi ferma: non hanno ancora ricevuto dal ministero i chiarimenti necessari. Ha alle spalle una marca tedesca e ci tiene a dare un’immagine di correttezza e solidità. Ma io sono molto interessato, non può informarsi subito? Ruggeri si mette immediatamente in movimento per cercare di darmi una risposta. Poi ci accordiamo: mi telefonerà per dirmi cosa fa la Volkswagen.
• Una delle sette lavatrici centrifugò il numero del biglietto di Felice Perpoco, ma lo fece usando una quantità limitata e illegittima di palline di ammorbidente. Nessuno, tantomeno Felice, parve accorgersi dell’irregolarità. Guardava distratto, d’altronde, come sempre solo in casa e già assonnato. Ma capì, questo sì, che il numero vincente era suo. A questo punto, scrivevano gli psicologi dell’epoca, il vincitore passa attaverso tre diversi stati d’animo: la fase della follia, quella della riflessione, infine quella del senso di colpa. Probabilmente perché sottosopra per l’accaduto, Felice cominciò direttamente dalla fase tre e si sentì colpevole d’esser diventato ricco. Passò la notte a far progetti su come farsi perdonare l’accaduto e decise l’adozione a distanza di un’intera scolaresca di bambini ruandesi. Il pensiero gli consentì di addormentarsi felice. Per poco.
• Alla Ford Certauto, sempre in viale Certosa, lo show con il signor Benvenuto è identico, ma questa volta voglio una Fiesta. Prezzo base, compresa Apiet e vernice metallizzata: 19 milioni. E per la mia favolosa Citroen? Tra sconto del concessionario e incentivo statale si scende a 15,6 milioni, comprese le duecentomila lire per la demolizione. E c’è anche la possibilità di provare l’auto nuova prima dell’ acquisto. Arrivo alla succursale Citroen di via Gattamelata che è quasi ora di pranzo: il signor Soviero, «consulente commerciale», è alle prese con un computer che non ne vuol sapere di funzionare. Chiedo una Saxo, sempre la versione meno cara. Sono 17 milioni e mezzo, con due anni di garanzia, che scendono a 16 se pago alla consegna. E per la mia vecchia Visa? Si aggiunge il milione e mezzo di incentivo e si scende a 14,5. Spese: 120mila per la demolizione e 135mila per la Apiet. Comunque sottolinea, al momento li chiudere l’acquisto è possibile strappare ancora qualcosa o un’assicurazione furto e incendio gratis. Sono tornato a casa in tram.
• Il giorno seguente, subissata da telefonate, la Rai rivide i filmati della centrifuga e annullò quella della lavatrice che aveva candeggiato per Felice. Caddero, una dopo l’altra, tutte le certezze sulle quali il Paese si era retto. Si seppe che: non esisteva la Befana; la lotteria di Capodanno era un mezzo inghippo; il famoso «notaio» che da anni veniva annunciato nei programmi tv come severo tutore delle regole e pagato per osservarne il rispetto per la durata di minuti dieci si distraeva pensando ai fatti suoi. Si diffusero accostamenti eversivi. Si cominciò a dire che se non era affidabile la lavatrice, non lo era neppure la televisione. Se non vigilava sulle regole il notaio dei programmi tv, altrettanto inaffidabile era il «notaio» della Repubblica che vigilava su quelle della Costituzione. Il dibattito teoretico sulla fortuna (iniziatosi a un Tg3 tra il giornalista Mannoni e il presidente del Codacons) portò perfino ad affermare che, come su Perpoco anche sull’Italia lo stellone poteva apparire e poi oscurarsi. Il Paese fu sull’orlo del baratro.
• Felice Perpoco nulla fece per migliorare la situazione, anzi. Invece di accettare la beffa, andò in tribunale. «Lo faccio - diceva - per i bimbi del Ruanda». Davanti ai giudici, autorappresentandosi, perché di avvocati e notai diffidava, sostenne che l’Italia era una Repubblica fondata sull’irregolarità e che solo lui (e i suoi «bambini») ne facevano le spese. In un crescendo che i giornali dell’epoca chiamarono «delirante» ricordò che nessuno si era sognato di annullare «il referendum per la Repubblica nonostante i molti brogli; il campionato di calcio 1980-81, benché Turone avesse segnato un gol regolarissimo alla Juve, ma fischiato in fuori gioco; ”La ruota della fortuna” di Mike Bongiorno a dispetto delle denunce; il festival di Sanremo del ’96, sebbene si fosse saputo che i voti per Giorgia erano stati smistati a Ron...». Parlò per ore, compilò un elenco lunghissimo. Alla fine fu a tutti evidente che non poteva ottenere ragione, o si sarebbe dovuta riscrivere la storia che, qui come altrove, si fondava inevitabilmente su torti mai riparati e beffe non risarcite. Che la responsabilità fosse di un arbitro, del destino o di una lavatrice, poco contava. Che altri errori non fossero stati corretti e il suo sì, contava ancor meno. Il capro espiatorio era sempre esistito. Felice Perpoco non era né il primo né l’ultimo. Lui però non si rassegna. Ancora ieri, uscendo dal tribunale, diceva: «Non finisce qui» Poi aggiungeva: «E il bucato, fatelo a mano». Se ne discuterà stasera, su Rai Uno, nello special condotto da Raffaella Carrà e Mike Bongiorno.