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 1997  gennaio 13 Lunedì calendario

A dicembre, l’inflazione (il dato è ormai ufficiale) s’era fermata al 2

• A dicembre, l’inflazione (il dato è ormai ufficiale) s’era fermata al 2.6 per cento. La più bassa dagli anni Sessanta. A gennaio vi sono molte probabilità che risalga, sia pure solo di qualche frazione; e nella prospettiva si sono formate due scuole di pensiero che si tratti di un fenomeno isolato, oppure di una inversione di tendenza. Il Governo è per la prima tesi, mentre gli analisti propendono verso quella pessimistica, messi in allarme da qualche segnale inflazionistico proveniente dagli Usa, e dalla ”ripresina” che si registra nel Nord Europa, Germania in testa.
• Perchè l’inflazione continui a scendere o, quanto meno, a rimanere inchiodata, sono necessari alcuni fattori: il contenimento del costo del lavoro ed un sostanziale blocco dei prezzi al consumo. Facile a dirsi, problematico da realizzare, comportando l’attuazione di una ”politica dei redditi” che non c’è. Ed è proprio dal versante pubblico, che vengono le sollecitazioni al rialzo con una pioggerellina di aumenti: dalle ferrovie alle autostrade ai medicinali. A loro volta, quando non l’hanno già fatto, le amministrazioni locali sono sul punto di ritoccare, solito eufemismo, acque e rifiuti, biglietti di tram ed autobus. Quanto ai privati, si sono messi in mostra con le assicurazioni auto o cambiando modelli e confezioni dei loro prodotti. Vecchia e collaudata tecnica.
• In tale contesto, al di là delle statistiche che agli occhi della maggioranza dei consumatori paiono poco attendibili, i prezzi ”strisciano in avanti”. I sindacati non possono restare indifferenti, richiamandosi a patti antichi (nel senso che vennero stipulati quando l’inflazione era molto più elevata), ma che permisero la chiusura dei contratti dei dipendenti pubblici e dei bancari, con aumenti assai corposi delle retribuzioni.
• Arrivati ultimi, per ragioni di calendario, i metalmeccanici (oltre un milione e 700.000 addetti) si sono venuti a trovare in posizione difficilissima. Le 235.000 lire mensili richieste mesi fa, all’apertura della vertenza, non risultavano sicuramente eccessive. Oggi, sebbene scese a 200.000 per la mediazione governativa, appaiono spropositate alla Federmeccanica, braccio settoriale della Confindustria. C’è una ragione politica (l’insoddisfazione della stragrande maggioranza degli imprenditori per la politica economica governativa, giudicata punitiva nei confronti delle aziende; nonché sbilanciata a favore dei sindacati per i ricatti di Rifondazione Comunista), ma vi sono pure motivi reali. Le imprese si sono sentite penalizzate da una serie di provvedimenti fiscali, ed in più soffrono nella competitività, per il reingresso della lira nel Sistema Monetario Europeo ad un cambiobase (990 lire contro il marco) bene inferiore a quello auspicato (1050).
• Gli imprenditori, poi, hanno preso spunto dagli eventi indicati, dal malessere diffuso, per ingaggiare una battaglia strategica. Sul costo del lavoro, che è cosa ben diversa dalla cifra che i dipendenti trovano in busta-paga. E uno dei paradossi italiani: i nostri lavoratori sono fra i meno pagati d’Europa (se si guarda quanto mettono in tasca), ma i più cari se si osserva il costo aziendale.
• Dati concreti, fonte Assolombarda. Un impiegato con un guadagno netto annuo di 30 milioni, ha un ”lordo” di 43 milioni, il che significa che ne lascia 13 in imposte e contributi. All’azienda ne costa però 64. Pertanto, la Confindustria reclama la revisione globale del costo del lavoro. Il che richiederebbe una modifica radicale della spesa pubblica, in quanto quelle somme che le aziende sborsano ma che i dipendenti non incassano, servono a tenere in piedi pensioni, sanità e soprattutto burocrazia.
• I metalmeccanici vengono pertanto a ritrovarsi in una sorta di schiaccianoci. Reagiscono con la classica arma dello sciopero, ma è lecito chiedersi se servirà. Ammesso che la partecipazione sia totalitaria (cosa da escludere, considerato che l’insieme delle astensioni raramente supera la media del 50 per cento), le aziende dispongono sempre dei polmoni rappresentati dai magazzini e, in ultima istanza dal ricorso agli straordinari per recuperare la produzione persa. O soluzione ancora più facile, importare le merci mancanti dalle consociate estere. Moltissime aziende hanno infatti già trasferito altrove (dall’Asia ai Balcani, dalla Scozia alla Francia), alcune fabbriche. Altre s’apprestano a farlo. La Fiat, già adesso, costruisce in sud America e Polonia il 40 per cento delle proprie auto. Perché lassù o laggiù, il costo del lavoro è più basso, la flessibilità più elevata, il fisco meno esoso.
• Quadrare il cerchio delle contraddizioni economiche per qualunque Governo (lo si è visto con Berlusconi e Dini, si torna a constatarlo con Prodi) è compito davvero arduo. Temiamo impossibile, in assenza di una strategia coraggiosa in quanto fortemente innovativa, rispetto ai decenni passati quando eravamo avvezzi a giocare, truccando le carte, con inflazione a rincorse salariali condite da svalutazioni monetarie a catena, nonché da manovre e manovrine che nulla risolvono: ma già se ne sta profilando un’ennesima tra i 20mila e i 40mila miliardi. dunque venuto il tempo, perché l’Europa che diciamo di volere lo impone, di rinunciare alle mediazioni attorno ai piccoli tavoli per organizzarne uno ben più ampio, dove si fissino regole che devono valere per tutti. Dallo Stato ai Sindacati, agli Imprenditori.