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 1997  gennaio 06 Lunedì calendario

Un anno che va via solleva un turbine di aria gelida

• Un anno che va via solleva un turbine di aria gelida. Fa rotolare la polvere, un guanto da donna nero e una vecchia pagina di giornale, che si avvinghia al ginocchio. datata mercoledì 15 maggio 1996. Un giornalista non la butta mai via senza prima dare uno sguardo. E l’occhio sa dove cercare qualcosa d importante: tra le notizie a una colonna. Questa dice: ”Professore muore correndo”. A Napoli, a 60 anni. Poco altro. Bisogna tornare a casa, al caldo, fare qualche telefonata, a una collega, a una banca dati, a una preside, a un ingegnere, per scoprire cosa accadde quella mattina di maggio al professore che correva e perché vale la pena di scaldarne il ricordo in questo freddo giorno di confine.
• Avvenne che il professor Ragone Marcello si svegliò di soprassalto, in ritardo sull’ora prevista, nel suo appartamento di due stanze a Fuorigrotta. Il suo giovane coinquilino Massimiliano, studente fino a poco tempo prima, ora lui pure professore, era già uscito, lasciandogli un biglietto. Ragone mise a bollire il caffé e accese la radio. Il notiziario delle 8 annunciava che Scalfaro avrebbe dato in settimana l’incarico a Prodi, a soli (?) 28 giorni dal voto. Si preparavano aumenti per il Gratta e Vinci e per le marche da bollo e questo a Ragone dispiacque, perché di marche da bollo per le domande di supplenza doveva usarne tante. Arrigo Sacchi aveva dato i numeri e i nomi, ossia i convocati per gli Europei di calcio, che Matarrese preannunciava trionfali.
• Ragone bevve il caffé guardando dalla finestra, verso lo stadio dove due giorni prima aveva assistito a Napoli-Udinese. Vittoria per 2 a 1, gol decisivo di Policano, esordio, a tre minuti dalla fine, di Ciro Caruso, giovane difensore reduce da molti infortuni, mandato in campo a fare, chissà perché, il centravanti. Il pubblico accanto a Ragone aveva agitato materassini e ombrelloni, incitando i giocatori ad andarsene in vacanza dopo il campionato squallido. Qualcuno aveva esposto uno striscione con la scritta ”Nel Napoli del futuro, solo uomini veri”. E Ragone ci sperava.
• Sperava anche altro, mentre si vestiva in fretta: di avere venti giorni di supplenza davanti a sé. Venti giorni a insegnare stenodattilo all’istituto Beatrice d’Este, nel quartiere Mercato, vicino alla chiesa del Carmine dove morì Masaniello. Venti giorni di lavoro e di stipendio. Prima supplenza nel ’63, questa sarebbe stata la numero l00 e rotti. Una vita in panchina, altroché Ciro Caruso. La sera precedente, prima di mettersi in poltrona a guardare l’ispettore Derrick, aveva telefonato alla sua collega Maria Rosaria Tricilio, quella che. aveva un punto più di lui in graduatoria e condivideva ogni destino da quel superiore punto d’osservazione, per cercare di capire quante probabilità aveva di ottenere l’incarico. Poche, aveva intuito per esperienza. Ma non si era dato per vinto. Cravatta scura e si va. Arrendersi, mai. Non quando era morta sua moglie, e sua figlia Graziella era ancora una bambina. Poi Graziella era cresciuta ed era andata a vivere con la zia a Salerno, per non gravare sul suo magro bilancio. Lui era rimasto lì, sempre decoroso, con quel coinquilino che era passato da studente a professore mentre lui rimaneva eterno supplente, e che gli voleva bene come a un padre.
• Scese e prese l’autobus. Sbirciando i giornali altrui lesse che il comune di Napoli voleva sospendere la campagna pubblicitaria della Coca Cola con lo slogan ”Bevetevi un sogno”, considerata un attentato all’ambiente da un consigliere della Fiamma e che Mike Bongiorno, presentando ”Viva Napoli”, aveva detto: «La Rai mi vorrebbe, ma non tornerò mai, nemmeno per un evento speciale, sarò fedele a Mediaset fino al Duemila». Altro non lesse, perché cominciò a innervosirsi. Il traffico bloccava l’autobus. La convocazione all’istituto tecnico era per le nove. Se la preside avesse chiamato il suo nome e lui non ci fosse stato, non se lo sarebbe mai perdonato, l’ultima supplenza risaliva a sedici mesi prima, l’anno scolastico stava finendo e la prossima occasione chissà quando sarebbe passata. Alla prima fermata il sessantenne Ragone Marcello scese e si mise a correre tra la folla, con l’abito buono e la borsa sotto il braccio. Neanche Policano mentre correva verso la porta dell’Udinese era così determinato e dire che lui correva verso il gol, Ragone verso la morte.
• Arrivò al Beatrice d’Este, varcò il portone d’ingresso e guardò l’orologio: le nove e cinque. «La presidenza?» chiese buttando fuori il fiato. Il bidello indicò il cielo: «Terzo piano». «L’ascensore?» espirò Ragone. «Non va». Le nove e sette. Via, sulle scale. Primo, secondo, terzo. La presidenza, in fondo. La porta, semiaperta. Davanti, sette colleghi, tutti conosciuti da Ragone, tutti dell’associazione eterni supplenti. Sulla soglia, la preside, Sodano Virginia, con un biglietto sul quale erano scritti i nomi dei due prescelti per la supplenza. L’orologio nel corridoio segnava le nove e dieci. Ragone era appoggiato al muro quando udì due nomi, non il suo. La preside Sodano ricorda che lui la guardò senza amarezza negli occhi. Poi disse: «Buongiorno» e stramazzò per terra.
• Ricorda ancora che chiamò l’addetto di segreteria, Napolitano Felice e che questi telefonò immediatamente al 113, poi nell’attesa, tentò di praticare al professor Ragone un massaggio cardiaco, ma senza ottenere effetti positivi. L’ambulanza arrivò molti minuti più tardi. Qualcuno disse quarantacinque, addirittura, invocando un’inchiesta. Il giorno dopo il tempo dell’attesa si ridusse a quindici minuti perché tanto, si disse, Ragone sarebbe morto comunque. L’aveva già stroncato la fatica, la delusione o, semplicemente, il fischio dell’Arbitro.
• La figlia apprese la notizia a Salerno, tornando a casa dalla zia mentre il tg dell’ora di pranzo trasmetteva, in sequenza le immagini dell’avvocato di Priebke che negava ogni crudeltà ascrivibile al suo cliente e quelle di Rosanna Schiaffino e Giorgio Falck ai tempi dell’amore. Il padre lasciò a lei poche cose, stavano tutte in una valigia. A noi, questo Paese dove le città, le scuole e gli ospedali sono e saranno come a lui apparvero quella mattina di maggio del 1996. La sera, in tivù, Pippo Baudo apparve su Rai Uno e disse: «Sono amareggiato, ma non cederò». Il giorno dopo aumentarono il Gratta e Vinci e le marche da bollo. Prodi ebbe l’incarico. Di Mike Bongiorno, Pippo Baudo e Arrigo Sacchi, sapete tutto. Di Ciro Caruso dirvi non so. Bisogna aspettare un’altra folata d’aria, continuando a camminare (questo è importante) controvento.