Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 9 dicembre 1996
«Il nuovo nemico del mondo ha la faccia squadrata e il sorriso tirato di un cinquantenne serbo» (Domenico Quirico, nel 1992)
• «Il nuovo nemico del mondo ha la faccia squadrata e il sorriso tirato di un cinquantenne serbo» (Domenico Quirico, nel 1992). A quel tempo Slobodan Milosevic aveva l’obiettivo di fare della ex-Jugoslavia un territorio unificato dalla dominazione serba espellendo o eliminando fisicamente gli avversari di altre etnie. Il suo nome - Slobodan - vuol dire libertà. I suoi soprannomi: ”Sloba-Saddam” e ”Sloba-Gheddafi”, lo ”Stalin dei Balcani”, ”il macellaio”, e, in questi giorni, il ”Tirannosauro d’Europa” (definizione del settimanale serbo ”Vrjeme”), l’’Al Capone che il mondo considera Gandhi”, ”il porco di Dedjnie” (definizioni del suo principale oppositore, Vuk Draskovic). In nome della Grande Serbia Milosevic ha fatto 12.000 morti, riconvertendo il suo potere di burocrate comunista in quello di leader nazionalista. Uno dei primi atti della guerra nella ex Jugoslavia è stato il rifiuto opposto da Milosevic, nel 1989, alle richieste di autonomia della minoranza albanese del Kosovo. Nel 1991 ha cercato di opporsi militarmente alla proclamazione di indipendenza di Slovenia e Croazia.
• Le manifestazioni a Belgrado durano ininterrotte dal 18 novembre, giorno successivo alle elezioni amministrative annullate da Milosevic perché vinte dal cartello antagonista ”Zajedno” (’Insieme”). Le opposizioni dicono che la loro coalizione è stata privata di 43 dei 70 seggi vinti (su 110) del Consiglio comunale di Belgrado. Il ministro degli Esteri serbo Milan Milutinovic dice che i voti contestati sono solo il 3,5% del totale. Le elezioni amministrative invalidate avrebbero consegnato all’opposizione la guida di quattordici città, oltre Belgrado. Manifestano signore eleganti e nazionalisti barbuti, studenti e professori, operai ed impiegati ministeriali. La protesta - pacifica - è stata scandita sempre dal lancio di uova. Più di 50.000 tuorli sono stati spiaccicati sul palazzo del Comune, le sedi di ”Politika” (il giornale di regime) e la Tv di Stato. Uovo in serbo si dice ”jaja” e ”jajara” significa ladruncolo. Da qui il nome ”rivoluzione delle uova”. Le uova sono anche l’alimentazione base di gran parte dei serbi ridotti in miseria dalla crisi economica post-bellica. Altri modi usati per manifestare: le donne infilavano mazzi di garofani da cinque dinari l’uno sotto gli elmetti o negli scudi di plexiglas della polizia, musiche popolari e canti vari, ballate dei film di Kusturica, ombrelli agitati, fischi. Le parole d’ordine: ”Slobodan-Slobodne?” (’Slobodan o libertà?”); ”Slo be or not Slo be?” e un cartello ricalcato sulla pubblicità della ”Nike” che propone ”Strike”, cioè colpisci, attacca. [12]
• Due ricatti reciproci hanno consentito di tenere sotto controllo la situazione a Belgrado: primo, Milosevic non ha reagito alle manifestazioni per paura delle sanzioni occidentali (la conferenza di Londra sulla Bosnia ha fatto valere il principio della condizionalità, cioè gli aiuti di Europa e America sono subordinati al mantenimento della democrazia all’interno degli Stati della ex Jugoslavia); secondo, gli occidentali sono stati prudenti per non mettere in crisi gli accordi di pace di Dayton, rispolverando la vecchia strategia di puntare sugli autocrati locali per controllare le inquietudini dei Balcani. «Di Milosevic si aveva bisogno per tentare di imbrigliare i fratelli serbi di Bosnia, su di lui occorreva far leva per provare a fermare gli stragisti di Karadzic, e così chi non riusciva a parlare con Pale cominciò a fare anticamera pur di essere ricevuto nel quartier generale di Belgrado [...] Non solo: il processo di pace in Bosnia deve continuare, la missione Nato è stata prolungata, lo spauracchio di una ripresa delle ostilità rimane sospeso a mezz’aria mentre la ricostruzione e la riconciliazione civile tra le comunità etniche segnano il passo. Di Milosevic, in altre parole, si avrà ancora bisogno» (Franco Venturini). « forse la prima volta al mondo in cui una protesta anticomunista deve scontrarsi con l’opposizione filocomunista dell’Occidente» (Giuseppe Zaccaria).
• Anche in Croazia ci sono manifestazioni spontanee contro il regime di Franjio Tudjman. Le situazioni sembrano parallele ma sono ben diverse: «Tanto Milosevic quanto Tudjman provengono dalle file del defunto partito comunista jugoslavo. Entrambi, per reggere il peso della lunga guerra e costruire i rispettivi stati, hanno dovuto allearsi alle destre nazionaliste, quella ustascia in Croazia e quella cetnica in Serbia. Entrambi hanno fondato due regimi autoritari e familistici, basandoli sulla finzione democratica propria di tanti ambigui governi post-comunisti dell’Est. I parallelismi fra i due stati e i due regimi finiscono qui» «I coniugi Slobodan Milosevic e Mirjana Markovic, rifondatori di un nazicomunismo che non sarebbe dispiaciuto alla coppia Ceausescu...» «Il declino serbo incomincia nel momento in cui Washington, riarmando croati e musulmani, sceglie gli aggrediti contro l’aggressore, prende le distanze dall’inane neutralità dell’Onu e dichiara guerra alla guerra» «La Serbia, da grande che voleva essere, si ritrova di colpo ristretta, rintuzzata, confinata quale nazione paria ai margini della comunità internazionale. Dissanguata dal contrattacco, impoverita e affamata dalle sanzioni, invasa da seicentomila profughi scappati dalla Croazia e dalla Bosnia, la ”piccola Jugoslavia” è allo stremo delle sue forze. da qui, non tanto dai recenti brogli elettorali, che nasce la grande protesta contro Milosevic delle deluse e immiserite folle serbe». (Enzo Bettiza). [14]
• In Serbia lo stipendio medio è di 250 mila lire. In quattro anni il livello di vita è crollato di cinque volte. Il 77 per cento dei serbi sopravvive con 100 dinari (meno di 30 mila lire) al mese. Solo a Belgrado 30 mila persone vivono grazie alle mense popolari che distribuiscono la ”ciorba”, la zuppa del luogo. Aumentano mortalità infantile, malattie infettive, suicidi e alcolismo. Su 10 milioni di abitanti un milione sono i disoccupati e oltre un milione e mezzo i lavoratori che ricevono un piccolo sussidio. La ”Stella rossa”, il colosso dell’automobile, produce solo diecimila vetture l’anno contro le duecentomila di prima della guerra. Solo da qualche giorno i pensionati hanno ricevuto il sussidio che non prendevano da mesi, un terzo delle scuole sono senza riscaldamento ed elettricità. Gli ospedali chiudono reparti. I decessi dei pazienti sono aumentati del 28% in tre anni. C’è un poliziotto ogni 125 cittadini.
• Slobodan Milosevic, figlio di un insegnante di religione che si tolse la vita e di una fervente comunista, suicida alla fine anche lei (nel 1974). La moglie Mirjana Marcovic: viene da una famiglia che appartiene all’alta società comunista serba. Sua madre venne uccisa dai partigiani di Tito, quando Mirjana aveva un anno, perché aveva rivelato sotto tortura alla polizia filonazista di Belgrado i nomi di alcuni combattenti clandestini titoisti.
• Vuk Draskovic, 50 anni, alto barbuto, lungocrinito, «un Cristo balcanico cui sono già stati inflitti alcuni martirii» (Giuseppe Zaccaria), «reincarnazione un po’ demodée di una Serbia monarchica, ortodossa e ultranazionalista. Con il motto ”Dio, patria e famiglia” propone un ritorno al passato al cui confronto il nazionalcomunismo di Milosevic rischia di sembrare perfino audacemente progressista» (Domenico Quirico nel 1992). Fra icone ortodosse e simboli monarchici sogna il ritorno del re e una monarchia costituzionale di stile britannico. L’altro leader dell’opposizione è Zoran Djindjic, liberale, sarebbe sindaco di Belgrado se Milosevic non avesse invalidato le elezioni. Woislav Seselij, nazionalista intransigente, odia gli americani. Nikola Milosevic, docente di filosofia, una delle figure più illustri della Jugoslavia che si ribellava al comunismo.
• «La differenza fra Serbi e Croati? Nessuna. Siamo la stessa merda di vacca spaccata in due dalla storia» (Miroslav Krleza, scrittore croato).