Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 8 marzo 1997
ìStalin
• Zar. Nel ’35 Stalin andò a trovare la madre malata, passò tutto il giorno al suo capezzale. Lei a un certo punto gli chiese: ”Che lavoro fai?”. Stalin: ”Il segretario del Comitato centrale del Partito comunista”. La madre non capiva. Stalin: ”Hai presente lo zar? Una specie di zar”. La madre: ”In fin dei conti era meglio che facevi il prete”.
• Prete. Stalin doveva effettivamente fare il prete. Entrò nel seminario di Tbilisi nel 1895 e ne scappò nel 1899 dandosi alla clandestinità. Come mai il figlio di un ubriacone discendente da servi della gleba, il figio di un uomo la cui foto nessuno vide mai (ne circolava una falsa), era stato ammesso in seminario? Perché il padre vero era il conte Jakov Egnatasvili, presso il quale la madre andò a servizio. Il conte lo considerò sempre figlio suo e per questo lo fece ammettere in seminario. Ma un Ptzevalskij esploratore russo, passato a un certo punto in città, dovette avere una storia con la madre, perché se ne parlò con una certa insistenza fino ad attribuire a lui la paternità.
• Jakov. Stalin chiamò il primo figlio Jakov. Nel ’28 Jakov, il padre opponendosi al suo matrimonio con una Zoja di Leningrado, si sparò nella cucina dell’appartamento del Cremlino, senza però riuscire a uccidersi. Stalin, furibondo: "Che se ne vada a vivere dove vuole, che se ne vada a stare con chi vuole". Jakov sposò Zoja e la lasciò poco dopo (c’era di mezzo una figlioletta morta di pochi mesi), tornò a Mosca e si riconciliò col padre. Fatto prigioniero dai tedeschi nel ’41, ecco che tutti lo tormentano perché figlio di Stalin: vengono distribuiti volantini dove si dice che si è arreso spontaneamente, la Gestapo lo interroga tutti i giorni, i fotografi fascisti e nazisti non fanno che scattargli istantanee finché, dopo un tentativo di fuga, viene trasferito a Sachsenhausen. Qui, il 14 aprile del ’43, si rifiuta di rientrare in baracca e si dirige – parrebbe apposta per farsi sparare – verso la zona interdetta. Gli sparano. Il corpo, spinto dalle pallottole, si brucia contro il reticolato ad alta tensione (il cadavere sarà incenerito in un forno del campo).
• Madre di Jakov. La madre di Jakov è la prima moglie di Stalin, Ekaterina detta Kato, sposata nel 1906 con rito religioso (dettaglio tenuto sempre nascosto) e morta di tifo a 24 anni mentre il marito era in galera (novembre 1908).
• Seconda moglie. La seconda moglie di Stalin fu Nadja di Baku, impalmata che aveva soli 16 anni, comunista sfegatata per un certo periodo, ma a un tratto allontanata dal partito ”per scarsa attività sociale”. Costei fuggì con la figlia appena nata e rimase due mesi con i genitori. Stalin le scriveva per farla tornare. Lei tornò nel ’26. Nel ’30 eccola preda di disturbi nervosi. Si commenta che la famiglia, per parte di madre, ha parecchi schizofrenici. Lei scappa di nuovo, poi torna, poi si fa portare un revolver fal fratello che sta a Berlino. Infine, al ricevimento per il XV anniversario della Rivoluzione (8 novembre 1932) il marito le sente dire una battuta e la fredda con uno ”Stupida!” carico di disprezzo. Lei fugge, nessuno la cerca (Stalin va a dormire dal cognato). La mattina dopo la trovano bocconi sul letto, il guanciale sulla testa, il revolver vicino, la porta chiusa dal di dentro.
• Da Nadja Stalin ha altri due figli: Vasilij e la famosa Svetlana. Svetlana vide il padre per l’ultima volta il 21 dicembre del 1952. Stalin era ammalato, non fumava più, si curava con gocce di iodio, saune, vino georgiano.
• Nel 1911, deportato a Solvyeedsk, Stalin alloggiò da una vedova con cinque figli, con cui intrecciò una relazione da cui nacque Konstantin, da Stalin mai perso di vista. Konstantin ebbe il coraggio di rivelare la sua identità solo nel 1995, a 83 anni.
• Stalin dormiva sul divano, su un grande tavolo teneva i giornali, i rapporti, i libri. All’ora dei pasti spostava i mucchi per far posto al piatto. Spesso dimenticava di adattare l’abito alla stagione. Aveva, dai tempi della guerra civile, un vecchio cappotto foderato di pelliccia. Per ogni stagione un solo abito, più la divisa da maresciallo. Quando morì non c’era di che vestirlo decentemente. La giubba era consumata ai polsi: si dovette rammendarla.
• Il primo marzo del ’53, verso le 11 di sera, preoccupati per non averlo visto né sentito per tutto il giorno, i soldati entrarono nella sua stanza a Kunisevo. Era a terra, puntato sui gomiti. Non riusciva a parlare. Lo sistemarono sul divano, poi a letto. Alle 3 arrivarono Berija e Malenkov, alle 7,30 giunse Chruscev. I medici vennero il 2 marzo, tra le 8,30 e le 9. Il 6 marzo, alle 4 del mattino, Levitan, il più famoso speaker moscovita, annunciò: "Attenzione, attenzione! Qui Mosca!" e lesse il comunicato che ne rendeva nota la morte. I funerali si svolsero il giorno 9. Nella ressa morirono 400 persone