Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 4 aprile 1998
ìCon Dio e con il F¸hrerî
• I rapporti tra nazismo e Chiesa sarebbero, secondo Deschner, assai stretti. Per esempio: la svastica nazista deriverebbe dalla croce uncinata stilizzata che compare sul portale del convento dei Benedettini di Lambach, alla cui scuola Hitler andò per due anni: il 23 febbraio 1927 Hitler scriveva alla dirigenza del Reich a Monaco: «E’ severamente vietato rivolgere un qualsiasi attacco alle comunità religiose o alle istituzioni a esse collegate»; nel marzo 1939 la Chiesa cattolica seguiva le truppe di Hitler con il vescovo castrense e con 6 decani, 23 parroci primari, 46 parroci, 16 parroci commissariali, un parroco principale, 215 parroci secondari di guarnigione (esclusi i parroci di guerra erano in servizio come soldati e funzionari della Wehrmacht circa 15 mila ecclesiastici), eccetera.
• Però è anche vero (racconta l’autore) che dal 1933 al 1939 il segretario di Stato pontificio inviò non meno di 55 lettere di protesta al governo di Berlino per la violazione degli accordi e solo una dozzina ebbero risposta. Dunque forse i rapporti tra nazismo e Chiesa non erano così buoni.
• E tuttavia (sempre secondo Deschner) il Concordato tra Santa Sede e Reich venne redatto in pochi giorni (di norma servivano mesi, se non anni) e firmato il 20 luglio 1933; circa i due terzi degli articoli erano a favore della Chiesa, alla quale vennero accordate importanti concessioni riguardo le scuole private e l’insegnamento della religione. La rivista gesuita Stimmen der Zeit definiva Hitler ”simbolo della fede della nazione tedesca” e affermava che la croce di Cristo era il necessario completamento della croce uncinata (ma lo stesso giornale nel 1947 scriveva: ”La Chiesa e il nazionalsocialismo si escludevano a vicenda in tutto e per tutto come la luce e le tenebre, la verità e la menzogna, la vita e la morte”). Nella guerra in Polonia la Chiesa cattolica perse 4 vescovi, 1.996 sacerdoti, 238 suore; furono internati nei campi di concentramento 3.647 sacerdoti, 341 monaci e 117 monache. Sull’aggressione tedesca alla Polonia, Papa XII non disse una parola di condanna. I parroci cattolici della Wehrmacht avevano i gradi di maggiore, portavano una pistola nella cintura, ma solo ”per la difesa personale e dei feriti”; il 7 luglio 1941, il parroco della Wehrmacht, Josef Perau, scrisse: ”Sul cappello, sotto il simbolo di sovranità, la croce uncinata, è riportata la croce di Cristo”.
• ”Kirchenkampf”, lotta della Chiesa. Eccetto alcune isolate proteste contro l’uccisione dei malati di mente, non fu opposizione a Hitler ma disapprovazione per la sua politica religiosa che violava di continuo il Concordato. La Chiesa si ribellò in particolare alla confisca dei beni ecclesiastici, al divieto di processione e ai processi contro i monaci.
• Vescovo castrense dei cattolici era Franz Justus Rarkowski, prussiano, orientale di nascita. Spesso concludeva la sua corrispondenza privata con il saluto ”Heil Hitler”.
• La Chiesa avrebbe pesanti responsabilità anche nei massacri in Jugoslavia, dove negli anni Trenta vivevano 5,5 milioni di ortodossi, 4,7 di cattolici, 1,3 di musulmani. Il movimento cattolico-fascista croato era il Partito degli ustascia (in croato ustasa significa ”ribelle”). Era guidato da Ante Pavelic, nato in Erzegovina nel 1889, dottore in legge, avvocato a Zagabria. Il 7 gennaio 1929, a un giorno dalla proclamazione della dittatura di Alessandro I, Pavelic diede vita al partito che avrebbe dovuto liberare la Croazia dal ”giogo straniero”. Il punto 11 dello statuto obbligava ogni aderente a giurare ”su Dio onnipotente e su tutto ciò che è per me sacro”. Più tardi i cappellani ustascia avrebbero giurato davanti a due candele, un crocifisso, un pugnale e un revolver.
• In Jugoslavia, durante la cosiddetta crociata cattolica, vennero saccheggiate o distrutte almeno 299 chiese serbo-ortodosse. Tutti i beni serbo-ortodossi vennero incamerati dalla Chiesa cattolica. Nell’autunno del 1941 venne sequestrato il patrimonio degli ebrei. L’80 per cento degli ebrei venne ucciso.
• Nel campo di morte di Jasenovac, noto per le decapitazioni di massa, morirono 200 mila persone tra serbi ed ebrei. Fu comandato dal frate francescano Miroslav Filipovic-Majastorovic, che si esibiva personalmente come ”strangolatore magico”.
• Dati sulla guerra in Polonia (1939). Perdite tedesche: 10.572 morti; 3.409 dispersi; 30.322 feriti. Morti tra i polacchi: 123 mila soldati 521 mila civili. Venne ucciso il 98 per cento degli ebrei polacchi (solo nel lager di Stutthof finivano nelle camere a gas 100 persone ogni mezz’ora). Settecentomila polacchi furono fatti prigionieri dai tedeschi, 200 mila dai sovietici, 100 mila da rumeni e ungheresi, 50 mila da lituani e lettoni. Due milioni e 460 mila persone furono deportate in Germania. Per ogni tedesco ucciso venivano fucilati cento polacchi, un rapporto raggiunto soltanto in Jugoslavia.