Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 23 gennaio 1999
Il maestro di Vigevano
• Inizio de Il maestro di Vigevano: «Sono un maestro elementare e ho famiglia. Ho moglie e figlio, e il mio guadagno è sufficiente per arrivare alla fine del mese».
• Parole de Il maestro di Vigevano che bisognerà cercare sul vocabolario: smorbio, muda, plata, fabbricata, milano, tenacio, crotoni, stimone, tolbro. Altri modi di dire strani: operaro, sindico, vegne, «quello ha sei anni meno di te e guadagna duecento bolli al mese", "ne ho basta di fare l’operara», ecc. L’azione si svolge durante l’anno scolastico 1953-54.
• «Io vi dico che Vigevano vale duecento Parigi. Cosa c’è a Parigi che non ci sia a Vigevano? A Parigi c’è Pias Pigal; a Vigevano ioma Pias Ducal; a Parigi c’è la Senna; a Vigevano c’è il Tisin; a Parigi c’è la tur Eifel, num ioma la tur Bramant» (il giornalista Pallavicino).
• Marito e moglie. «Lei mi guardò con odio. Si svestì e se ne stette con indosso solo gli indumenti intimi. Una maglia rattoppata da tutte le parti, con una manica rossa l’altra celeste, e allungata con un pezzo di lana. Un paio di mutande mie, accomodate per lei. In quello stato mi continuava a passeggiare davanti (...) "Saranno due mesi che mi son fatta il bagno", disse sarcastica».
• «Signor maestro, stia attento alle anellate! La elle deve toccare la riga superiore; la effe deve toccare quella superiore e quella inferiore; la di invece è l’unica anellata che non deve toccare la riga superiore ma deve fermarsi poco sotto, alla stessa altezza della ti. Ah! Non c’è un’anellata che sia ben anellata, signor maestro! Vede qui: la bi è più alta della elle ; la gi è più bassa della effe . Ma, signor maestro, il registro è un documento ufficiale» (il direttore al maestro Mombelli).
• «"Un mio scolaro mi ha chiesto che significhi diaspora!" disse Amiconi. Il direttore si fece serio: "Quella domanda era dettata da un capriccio momentaneo dello scolaro oppure era proprio un’esigenza interiore?..." "Un’esigenza interiore" disse Amiconi poggiando il piede per terra. "Diaspora..." Il direttore rifletteva. "Diaspora... c’entra con gli ebrei... e col seme anche... diaspora... Uh! Questa memoria... Ora guardiamo..." Mentre tornavo in aula, sentii innalzarsi il coro delle voci bianche: "Vola, colomba bianca vola "ª
• «"Cari colleghi, io ora vi dirò quello che esporrò all’onorevole sottosegretario alla Pubblica Istruzione. I maestri elementari che rappresento io, vogliono: capo primo: entrare in ruolo col coefficiente 229 anziché col coefficiente 202! Secondo: rimanere nel coefficiente 229 non diciotto anni, sibbene nove. Portare le classi di stipendio nello stesso coefficiente da quattro a venti, con scatti raddoppiati. Portare il coefficiente 325 dal nono anno di servizio anziché, come ora, dal diciannovesimo; e quindi sostituirlo col coefficiente 432, che sarebbe il coefficiente straordinario di un impiegato di gruppo A grado VIII. Inoltre chiedo che la pensione venga concessa dopo dieci anni di servizio, purché il maestro abbia dieci ottimi di qualifica". Si alzò una collega: "Faccia otto ottimi e due distinti". "Io l’accontento, collega: otto ottimi e due distinti"» (il maestro Pisquani, capo del sindacato Snuse).
• Fine del capitolo 7: «Fra questa domenica e la prossima dovranno passare centasessantotto ore, a una a una". Inizio del capitolo 8: "Sono passate le centasessantotto ore. Sta finendo un’altra domenica. Che ne ho fatto di queste centosessantotto ore? Venticinque ore le ho spese a scuola. Altre venticinque le ho spese in lezioni e ripetizioni, e fa cinquanta. Una sessantina di ore si sono consumate nel sonno. E le altre cinquantotto? Una mezza dozzina se ne sono andate nel mangiare; un altro paio se ne sono andate per le piccole azioni, e cinquanta ore le ho consumate nelle abitudini. La mezz’oretta al caffè prima di andare a scuola; l’oretta al caffè dopocena; l’oretta sdraiato dopo le ripetizioni; le rimanenti ore a parlare coi colleghi e col giornalista, fino a consumare centosessantotto ore. Mi accorgo che la mia vita è tutto un seguito di ore bruciate, di tempo perduto. Ma che devo fare? mi domando "Che devo fare?" ho domandato a una vecchia collega. "Che vuole fare?" mi ha risposto "ormai è di ruolo!"».
• Prima notte. «Le dita dei piedi. Alla prima notte di nozze ero nudo davanti ad Ada. Pensavo che ella fosse in collera con me perché non avevamo fatto il viaggio di nozze. La verità era questa: niente soldi. Ma il velo che nascondeva questa verità era: l’amore è una cosa sacra; perché andarlo a consumare in letti d’albergo, dove ci hanno dormito non sappiamo chi? Ricordo che nudo davanti a mia moglie ero emozionato. Ella mi fissava i piedi. Mi fissava le dita dei piedi. Me li fissava in modo tale che cominciai a vergognarmi di avere i piedi con le dita. Ella seguitava a fissarmeli. "T’interessa così tanto?" le domandai. Ella accennò di sì. "Sai perché mi sono innamorata di te?" "Perché?" "Perché non hai mai messo i sandali; perché hai sempre nascosto le tue dita dei piedi!" "Ah sì?" "Sono scocciata di essere nata donna. Ma poi penso che gli uomini ci hanno le dita dei piedi e allora mi consolo del mio stato!" E mi fissava i piedi. "Un uomo che mostra le dita dei piedi per me è un uomo da poco", disse. I suoi occhi non si staccavano dai miei piedi. "Abbiamo fatto l’amore per sei anni. Per sei anni pensavo: chissà come avrà le dita dei piedi!" disse Ada. "Guardali!" dissi. Provai una sensazione di piacere nel mostrarglieli. Ella li guardava pensierosa. "Ma tu pensi che tutti gli uomini abbiano le dita dei piedi? Io penso di no. Penso che certi scienziati, che tanti uomini di valore non possano avere i piedi con le dita, come le donne. Una donna può avere le dita dei piedi; li può mostrare i piedi, è donna. Mostrando i piedi compensa quello che la morale le vieta, le impone di non mostrare; ma gli uomini?"».