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 1997  agosto 18 Lunedì calendario

How do you say ”pizza” in italian»? Così si è rivolto a un collegio italiano, durante un convegno a Bologna, un professore americano

• How do you say ”pizza” in italian»? Così si è rivolto a un collegio italiano, durante un convegno a Bologna, un professore americano. Questa ”gag” divertente, ma effettivamente accaduta, fotografa il fenomeno di questa popolare specialità gastronomica, oggi di grandissima attualità a seguito dell’ iniziativa del sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, di difenderne la napoletanità. Quale sia l’origine storico-territoriale della vera pizza napoletana e pure di quella ”margherita”, ritengo non ci siano dubbi, ma purtroppo siamo ormai in presenza di una specialità senza frontiere. La pizza è un piatto apolide, così come lo sono ormai l’hamburger, l’hot dog, la baguette, il krapfen o bombolone. La grande differenza tra la pizza e alcuni di questi prodotti transnazionali è che gli hamburger hanno ormai un nome e cognome: McDonald’s; le baguette hanno una catena di capitale francese che sta aprendo negozi in tutto il mondo, così come le croissanterie (la difesa del prodotto ”baguette”, tra l’altro, in Francia è partita da lungo tempo).
• La pizza, ahinoi, negli Stati Uniti e anche fuori confine, ormai ha un suo padrino imprenditoriale: Pizza Hut, ovviamente una società di capitale americano che non utilizza neppure know-how e ingredienti napoletani o italiani. L’ltalia alimentare ha perso la battaglia della pizza ormai da decenni. L’ha persa perché non ha saputo costruire su questo piatto forse la più completa espressione di fast food. Una realtà imprenditoriale non solo in giro per il mondo, ma anche in Italia e neppure in Campania. Nessuno si è accorto che questo cibo considerato povero, possedeva tutti i requisiti per diventare nonostante l’età, il piatto del futuro.
• Lo straordinario sviluppo di Mc Donald’s dimostra la fertilità di un mercato di consumatori pronti ad acquistare un pranzo veloce e semplice che si può consumare in piedi o a sedere in abito da lavoro o in smoking
• La pizza addirittura possiede una serie di valenze nutrizionali e comunicazionali decisamente superiori al modello del fast food basato su hamburger o hot dog. Sono gli stessi inventori di questo tipo di alimentazione, gli americani, a sostenerlo con le loro massicce campagne salutistiche a favore della dieta mediterranea. Ebbene chi più della pizza ”napoletana” sintetizza gli ingredienti di questo stile alimentare? Abbiamo la pasta, il pomodoro, l’olio d’oliva extravergine, la mozzarella in unico piatto: insomma siamo in presenza del prototipo alimentare consigliato dai ricercatori di tutto il mondo.
•  mancato l’imprenditore di stampo schumpeteriano che sviluppasse questo prodotto popolare e semplice in un’impresa, in un marchio, in una catena made in Italy per ”assaltare” i mercati mondiali. Addirittura non c’era bisogno neanche di ingaggiare creatori di griffe; sarebbe stato sufficiente gironzolare per le strade di Napoli tra un Ciro a Mergellina, un Ciro a Santa Brigida o lo storico Brandi, per avere l’ispirazione. Un’occasione mancata per il prodotto agro-alimentare made in Italy che rischia di ripetersi con altre realtà quali l’olio d’oliva extravergine l’aceto balsamico, la pasta di qualità senza un progetto intelligente di mangiare all’italiana.
• I nostri successi a tavola sono sempre una conseguenza della scoperta da parte dei consumatori o delle riviste straniere di prodotti o di piatti, mai la conseguenza di una strategia che faccia conoscere la nostra realtà culturale del Mangiarbere, così come ci hanno insegnato i cugini di Francia. Oggi il momento è magico per il made in Italy a tavola, nelle Americhe come nel Far East, guai a perdere il treno...
• L’iniziativa di Bassolino di difendere l’origine della pizza napoletana presenta indubbiamente degli aspetti positivi a cominciare dalla valorizzazione dei prodotti del territorio napoletano (pomodoro, mozzarella, eccetera), ma soprattutto la trasformazione di questo piatto in un giacimento gastronomico di Napoli, creando così un’attrazione turistica. Siamo in presenza di una strategia di marketing, molto innovativa da anni 2000.
• La pizza infatti, oltre a vantare una tradizione secolare di cultura materiale, che può dar vita a un museo, a percorsi storico-culturali nella città o nei luoghi di produzione degli ingredienti, è soprattutto un fenomeno di costume. Pizza è un tipo di musica, pizza può essere un modo di vestire, pizza è un modo d’incontrarsi, pizza puo essere spettacolo può diventare uno stile di viaggio. Insomma un medium trasversale con il quale scrutare il mondo. Per questo è giusto varare un ”pizza feslival” a Napoli, ma senza scimmiottare l’Oktoberfest: la creatività dei napoletani non ha bisogno di modelli d’importazione.
•  questa la carta sulla quale puntare: il marchio Doc non potrà essere che un ”pretesto” perché non solo sarà arduo il riconoscimento europeo, ma chi potrà controllare a Seattle a Osaka, a San Paolo, a Dusseldorf, a Melbourne, a Johannesburg e in mille altre località che nella pizza napoletana verranno usati la mozzarella di bufala o il San Marzano? Ma soprattutto dove i pizzaioli dell’altro mondo troveranno questi ingredienti? E ancora, chi lo farà il controllo in Italia? Tanto più un prodotto è contraffatto, tanto più significa che ha successo: in questi casi il marketing insegna che l’eccesso di notorietà va sfruttato in altre attività (cultura, festival, turismo). Non a caso Napoli è stata scelta come città della comunicazione.