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 1997  agosto 11 Lunedì calendario

Era il 4 dicembre del 1995, meno di due anni or sono

• Era il 4 dicembre del 1995, meno di due anni or sono. Sul ”Washington Post”, un lettore appena rientrato da Parigi scriveva, umiliato e furibondo, al direttore: «Alcuni ristoratori in Francia hanno rifiutato di accettare i miei dollari perché dicono che la moneta Usa è troppo debole e destinata a calare ancora e loro non vogliono incassare cartaccia. Dove andremo a finire?» Oggi è il 6 agosto del 1997 e abbiamo la risposta all’angosciato quesito del turista americano: i ristoratori francesi sono più abili con le salse che con la finanza internazionale. Quel dollaro che essi avevano respinto con gallica arroganza è passato, in 21 mesi dal rango di ”cartaccia” all’essere quello che una sobria agenzia di notizie britannica, la Reuters, ha definito ieri, dopo l’ennesima carica contro la mandria delle altre valute, Racing Bull, toro scatenato.
• E i padroni del toro, i cowboys americani in groppa all’animale più possente nel rodeo dei cambi cavalcano anche loro senza capire, senza davvero sapere, dove porterà questa corsa selvaggia. Ma senza preoccuparsene molto. «La galoppata del dollaro - mi dice al telefono Fred Bergsten, l’economista decano che dai tempi della presidenza Kennedy segue il movimento dei cambi e ha imparato a non emozionarsi troppo - è semplicemente il prodotto del dislivello ormai evidente fra lo stato dell’economia americana e quella delle economie europee, tedesca in particolare. Fino a quando il gap sarà così largo, non c’è nulla che i governi possano fare per colmarlo».
• Per capire che cosa accada, e come si viva, qui in America, la carica del «toro scatenato», si deve subito distinguere fra l’atteggiamento di Main Street e quello di Wall Street, fra gli umori della gente della strada e quelli degli operatori finanziari. Per Joe e Jane, per gli uomini e le donne che misurano l’economia non in termini di miliardi scambiati a Singapore, ma di fatture e salari quotidiani, le variazioni dei mercati dei cambi sembrano lontane come a noi l’eruzione di un vulcano delle Filippine. I quasi 50 milioni di americani che hanno investito risparmi a Wall Street contano - per ora - i loro profitti sulla carta. I padroni di casa che pagano mutui e ipoteche stanno rifinanziando i loro debiti ai nuovi tassi tenuti schiacciati dal dollaro, 8% per un mutuo trentennale fisso, e incassando, se non vogliono rischiare in Borsa, un buon 5% garantito sui risparmi e certificati di deposito.
• I neo laureati che stanno finendo le vacanze dopo la fine della scuola, sanno che troveranno facilmente un lavoro questo autunno. Non c’è quasi negozio, ristorante, ufficio che non esponga alla vetrina in questi mesi il cartello help wanted, si cercano collaboratori, mandate curriculum, per favore. Subito. E gli shoppers che vanno a fare le compere quotidiane o voluttuarie hanno da tempo interiorizzato una legge dell’economia americana: il dollaro forte significa prezzi stabili e addirittura calanti nei prodotti - dalle auto giapponesi alle scarpe italiane - che vengono importati. E sì, anche la benzina ricavata da quel petrolio che ormai gli USA acquistano all’estero in dollari per i 4/5 del loro fabbisogno, cala. I disperati muggiti delle monete europee assalite dal dollaro toro neppure arrivano nella prateria dell’economia USA. Le nostre lacrime, appaiono a loro come lacrime di euro-coccodrilli che prima hanno inghiottito tutto intero il boccone dello stato sociale e ora non riescono a digerirlo, come l’hanno digerito gli americani. Ma dove finisce l’orizzonte quotidiano dei cittadini, comincia la catena montuosa delle preoccupazioni dei professionisti. In buona misura, gli uomini dell’Amministrazione Clinton, della Federal Reserve, i finanzieri di Wall Street devono fingere timori e preoccupazioni per buon gusto e buona educazione nei confronti nostri. Devono compiacere questa Europa che ancora pochi anni addietro voleva insegnare al governo USA come si doveva ripianare il disavanzo pubblico e agitava la promessa-minaccia dell’antidollaro, l’Euro. Ora, tra i tedeschi sorpresi a ”cook the book”, come si dice nel gergo di Wall Street, a «cucinare i loro libri contabili» per nascondere i problemi, i francesi impaniati nella resurrezione della gauche e gli italiani ancora in piena recessione il toro sta facendo strame di Maastricht e della euro-petulanza.
• Alcuni cambisti europei sospettano che gli americani abbiano sciolto il dollaro furente proprio per umiliare l’Euro. Ma ci sono personaggi vicini al ministro del Tesoro, Rubin, che sospettano, in privato, il contrario: che i governi e le banche centrali europee stiano giocando al ribasso per arrivare a stabilire un cambio dell’Euro contro dollaro molto inferiore a quello che sarebbe stato ieri. Per proteggere la competitività delle esportazioni europee, sempre molto dipendenti come quella italiana dal cambio favorevole e da continue, pilotate, svalutazioni. «Ho sempre avuto molta difficoltà a capire - dice ancora Fred Bergsten - quali vantaggi possano venire dall’Euro a economie più deboli, che dunque hanno bisogno di monete deboli per recuperare l’inefficienza del loro sistema produttivo».
• Questo, degli effetti sugli scambi commerciali, è l’unico, serio motivo di preoccupazione per i professionisti dell’economia, per i grandi industriali, per il governo. Gli Stati Uniti importano circa un quinto di quel che consumano e il disavanzo commerciale - la differenza fra il valore dei beni esportati e quelli importati - è la macchia che nessun Presidente è finora riuscito a lavare. La carica del dollaro, che rende più costosi i beni americani venduti all’estero e più convenienti quelli importati, garantisce che il già pesante disavanzo di 100 miliardi di dollari nel 1996 aumenterà nel 1997 forse fino a raddoppiare. Ma se la somma non è spaventosa, quel che dovrebbe spaventare Joe e Jane, giù in paese, è come si arriva a questi 100 miliardi.
• La voce principale del disavanzo infatti viene ormai dai prodotti che le industrie americane si fanno fabbricare all’estero, soprattutto in Asia, e poi reimportano per venderli a profitti più alti sul mercato interno. Quanto più il dollaro si rafforza, tanto più grande è la tentazione di spostare tutti i lavori manufatturieri oltre il confine del Rio Grande od oltre l’oceano Pacifico: chi paga gli operai in Cina e poi incassa dollari a New York, guadagna due volte sulla crescita della moneta USA. «Finora - dice l’economista Allan Sinai - la creazione di posti di lavoro nei settori dei servizi e della tecnologia ha compensato il risucchio di posti oltre confine. Ma in una possibile inversione di clima economico e di congiuntura, nessuno sa esattamente quali ricadute questo potrebbe avere». Gli economisti e gli analisti sono pagati per preoccuparsi, e per immaginare il futuro. Ma se i risultati recenti sono un’indicazione probante, i professionisti non hanno brillato. Nel 1995, soltanto un columnist di «Forbes», Krieger, osò scrivere che era il momento di comperare dollari. Ma da allora, il «toro» ha guadagnato il 50% nei confronti dello yen e il 20% contro la media della monete europee. Wall Street, grande idrovora di investimenti e quindi grande motore di crescita per il dollaro, è stata data per moribonda dozzine volte, negli 8 anni da che dura sua corsa. E le grandi multinazionali, come la General Electric che incassano all’estero un quinto dei loro profitti, si limitano a lasciare incassi internazionali sul posto in Europa o in Asia, quando il dollaro è forte, e a farli rientrare a casa quando le valute estere rafforzano.
• Alla fine, come accade in una vera economia di mercato come questa americana, le due strade, la strada del paesello nella prateria e la strada dei finanzieri a Manhattan, convergono. Per tutti, rimane al fondo la convinzione profonda, ideologica, che il mercato abbia sempre ragione, che il meglio che un governo possa fare, in materia di economia, è togliersi dai piedi di chi produce, lavora e investe, che il dollaro valga semplicemente quel che gli acquirenti sono disposti a pagarlo, oggi molto, domani meno, dopodomani chissà. E come la globalizzazione dei prodotti non ha affatto nuociuto all’America, così la globalizzazione dei mercati finanziari non possa che far bene al «toro scatenato» e a chi, piccolo bottegaio o grande argentiere, lo cavalca.
• Non c’è nulla che oggi i governi, le banche, i superministri e gli ormai patetici summit come il G-7, possano fare. Nell’ora della mondializzazione, il dirigismo pomposo di questi vertici è anacronistico. I tassi di interesse, che trainano il corso delle monete in basso o in alto, sono paralizzati dalla congiuntura: in America non possono essere diminuiti senza rischiare l’inflazione, in Germania non possono essere aumentati senza aggravare la recessione. Le Banche Centrali con le loro minuscole riserve monetarie non possono - da tempo - più opporsi a un mercato mondiale dei cambi dove ogni giorno si trattano monete per un valore di un trilione di dollari, quasi due milioni di miliardi di lire: gettare riserve per fermare il dollaro sarebbe come buttare una spugna in mare per asciugarlo. Non aspettatevi dunque lacrime di solidarietà, o aiuti, dall’America, per imbrigliare il suo toro scatenato. «Alla fine, il mercato ha sempre ragione», dice il ministro Rubin. E i ristoratoriti francesi hanno torto.