Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 21 luglio 1997
John Ruskin per la gran parte degli italiani è un illustre storico dell’arte
• John Ruskin per la gran parte degli italiani è un illustre storico dell’arte. Egli è stato invece il pensatore che ha maggiormente influenzato la classe dirigente inglese, e, tramite essa, quella americana alla fine del secolo scorso e nella prima metà di questo. Assai poco si comprende Keynes, ad esempio, se non si è letto Ruskin. Cardine della filosofia sociale di Ruskin era l’idea che la vera ricchezza, sia a livello individuale che nazionale, fosse costituita dalla ”qualità della vita”.
Le classi dirigenti inglese e americana sembrano, in questi ultimi anni, voler venire decisamente meno agli insegnamenti di Ruskin. Forse pensando di essersi spinte troppo avanti nel tentativo di migliorare la qualità della vita nei loro rispettivi paesi, esse si sforzano ora di tornare al culto della quantità, al ”capitalismo dal sangue rosso”, dell’accumulazione raggiunta tramite la creazione di diseguaglianze sociali anche profondissime.
• Riferisce Joseph Fitchett, caporedattore dell’ ”Herald Tribune”, di ritorno da un convegno tenuto a Bonn dalla German-American Foundation nei giorni scorsi, che «il fattore incarcerazione è spesso omesso nella presentazione dell’economia degli Stati Uniti perché le statistiche ufficiali dell’occupazione non prendono in alcuna considerazione gli uomini in età di lavoro che non lavorano perché sono in prigione o in libertà vigilata. Il milione e mezzo di maschi carcerati e gli otto milioni di maschi in libertà vigilata rappresentano il dieci per cento circa della forza lavoro maschile americana. Essi rappresentano circa un terzo di tutti i giovani neri che abbandonano la scuola. Includendo questi numeri - prosegue Fitchett - e tenendo conto dei maschi in libertà vigilata che lavorano, il tasso di disoccupazione americano da circa il cinque per cento salirebbe fino a un numero a due cifre, vicino cioè al 12% di disoccupazione della Unione europea».
• L’Unione europea ha un tasso di criminalità attorno al dieci per cento di quello americano. evidente che il sistema di occupazione e la rete di protezione sociale costruita dai paesi europei contribuiscono in maniera determinante a mantenere tale enorme differenza tra i tassi di criminalità d’Europa e Stati Uniti. L’insicurezza relativa alla vita e alla proprietà che domina la vita degli Stati Uniti si riflette non solo nei tassi di incarcerazione, ma anche nella enorme espansione della occupazione nel settore della protezione privata di persone e cose. E negli stanziamenti sempre più massicci che i corpi elettorali americani votano per accrescere e rendere più efficaci le forze di polizia.
• Chi sta dunque realizzando meglio l’ideale di Ruskin, tra le due aree in cui si è divisa la civiltà di origine europea? La domanda è ovviamente retorica, ma non è retorico il chiedersi perché inglesi e americani, che per primi adottarono l’ideale ruskiniano, non solo stiano facendo di tutto per abbandonarlo il più rapidamente possibile, ma agiscano quasi all’unisono, per mezzo della loro attuale leadership politica, che si dichiara progressista, per propagandare una simile politica anche tra i riottosi europei continentali. Nella recente sceneggiata di Denver, la regia aveva insistito nel mettere in contrasto gli antiquati europei e i dinamici americani. E lo aveva fatto con tanta pacchiana eccessività da riuscire sgradita persino a filo-americani di ferro come i governanti tedeschi e olandesi. La contrapposizione tra il moderno sistema sociale angloamericano, descritto come flessibile, scattante e pronto a raccogliere le sfide dei nuovi giganti dell’Asia, e quello attardato, antiquato, garantista, familista, che i governi e i popoli si affannano a tenere in piedi nell’Europa continentale, ritorna ogni giorno nelle espressioni degli uomini politici, degli economisti, dei mezzi di comunicazione americani. E trova orecchie sempre più pronte anche da questa parte dell’Oceano.
• In prima fila, pronti a recepire il messaggio e a farlo proprio, sono i grandi uomini d’affari europei (chiamarli ancora imprenditori sarebbe eccessivo e fuorviante, visto che quel sostantivo evoca innovazione e tecnologia, e non solo massimizzazione del profitto di brevissimo periodo). Ma c’è una pletora di intellettuali (anche qui stiamo abusando di un onorato sostantivo) che segue e talvolta precede gli uomini d’affari nell’importare i nuovi prodotti del pensiero statunitense. Tra essi spiccano gli economisti. Questi ultimi i conti riportati da Fitchett si guardano bene dal farli. Magari cominceranno ora, visto che Fitchett riportava dati citati a Bonn da Richard Freeman, che essendo uno stimato economista di Harvard, non può non persuadere almeno un parte dei nostri pappagalleschi colleghi europei. Ma lo stesso giornale dava, lo stesso giorno, un’altra strabiliante notizia: la Ibm, sempre all’avanguardia nella gestione del personale, ha deciso di considerare nelle assunzioni la carriera accademica e il comportamento in classe tenuto dagli aspiranti lavoratori nelle scuole medie superiori, e non solo all’università. Forse si avvia al tramonto la cinquantennale fase in cui l’età dell’innocenza era stata ufficialmente prolungata fino ai diciotto anni, e l’andare a scuola voleva dire, negli Stati Uniti, essenzialmente divertirsi, socializzare e imparare il meno possibile. Le cose serie erano riservate agli anni del College, o addirittura a quelli della Graduate School, per quei pochi che ci arrivavano.
• Big Blue si è dunque accorta della profonda verità contenuta nel detto di un mio collega, distinto storico economico piemontese: «Per uguagliare la licenza elementare di mio padre, oggi occorre almeno la laurea». Ma prima dell’Ibm sembrano essersi accorti del problema i genitori e i giovani italiani, che hanno negli ultimi anni disertato le scuole tecniche e affollato i licei. Essi hanno compreso che la scuola utile per il futuro è quella che insegna a capire, non quella che insegna tecniche che sono divenute obsolete prima ancora di raggiungere i banchi di scuola.
• Che faranno ora i poveri europei continentali? Dal centro dell’universo giungono, come si vede, segnali contrastanti. La flessibilità, la distruzione del consociativismo e del familismo che comportano costose reti di protezione sociale, sembrano inevitabili, se si vuol restare vivi nella competizione globale. Ma, se nel liberarsi del fardello sociale, bisogna caricarsi di livelli di delinquenza e di incarcerazione simili a quelli americani atttuali, il calcolo ruskiniano, che dovrebbe informare l’attività economica degli individui e degli Stati, non può che mostrare un deficit sempre più pesante di qualità della vita.
• Che razza di società è quella in cui il dieci per cento della forza lavoro maschile adulta è in carcere o in libertà vigilata e almeno un altro cinque per cento, ma forse molti di più, è pagato per difendere il resto della popolazione dai crimini dei primi? Che significa risparmiare sulle spese sociali per aggiungere uomini e armi pesanti alla dotazione di forze di polizia che rassomigliano sempre più a eserciti di repressione interna, e costringere i privati a organizzarsi le proprie costosissime reti di protezione fisica? A che serve tenere i giovani in una specie di limbo infantile fino ai diciotto anni, e magari fino a ventidue, per poi selezionarli, non in base alla cultura, ma solo all’intelligenza nativa (per quei pochi che ne hanno conservato qualche traccia) e finalmente insegnargli tutto in tre anni, a ritmi spaventosi? Non a caso le ”graduate schools” americane sono la pacchia di giovani europei e asiatici, che, provenendo ancora da società antiquate, familiste, inflessibili, sono stati convenientemente educati nel primo ventennio della propria vita che, come tutti sanno, è il tempo in cui si impara meglio, e si collocano, in tali scuole, invariabilmente ai primi posti.
• Ciò che dovrebbe preoccupare noi europei è che in tali scuole sono ormai gli asiatici a farla da padroni, perché hanno avuto meno esposizione al modello di insegnamento elementare e medio, e anche universitario, copiato dagli Stati Uniti, che ha prevalso anche in Europa e al quale si sottraggono solo alcune scuole di elite, che tuttavia fanno fatica a mantenere standard adeguati in un contesto sempre più facilone e sbracato. Quando si vive in periferia, le mode del centro arrivano sempre l’anno dopo. Noi europei stiamo ancora marciando tranquillamente in una direzione dalla quale i più avvertiti tra gli americani sembrano ora voler ritornare. Ma a chi dar retta? A Fichard Freeman, Joe Fitchett e Big Blue o al solenne governo degli Stati Uniti che a Denver pontifica e invita a seguire il proprio luminoso esempio?