Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 12 agosto 1996
Nelle notti del boia pentito, i sogni hanno il colore del rimorso
• Nelle notti del boia pentito, i sogni hanno il colore del rimorso. E non c’è mai notte senza che il sonno proietti sulla memoria di Donald Cabana, quel piccolo film nero girato alla mezzanotte del 6 agosto 1987, nella camera a gas del penitenziario di Parchman, nel Delta del Mississippi. Comincia sempre con il faccione nero di Connie Roy Evans legato alla sedia che lo guarda attraverso i vetri. Poi la pellicola si muove, lo scatto della leva che scarica le palline di cianuro, i denti del condannato serrati nell’ultimo sforzo di trattenere il fiato, il grido del boia, dapprima soltanto pensato, «respira, su da bravo, respira», poi urlato come un gesto di furiosa tenerezza per quell’uomo che non muore, «respira, cretino, respira pezzo di idiota, muori, muori». E finalmente le mandibole di Connie che si aprono, le boccate di gas di cianuro bevute ingordamente dal condannato a labbra spalancate, il tracciato dell’elettrocardiogramma che continua ad agitarsi come un mare ribelle, prima di appiattirsi finalmente nella bonaccia della morte. Ma soltanto dopo diciassette minuti. Diciassette minuti.
• «Pago ogni notte per quello che sono stato, nel sogno che ritorna. Mi sveglio boccheggiante come se anch’io dovessi respirare il gas di cianuro. Il medico mi ha consigliato di prendere sonniferi, ma non voglio. Il sgno è la mia condanna e dunque la mia espiazione». Ma lo dice senza la superbia del flagellante o la petulanza del martire. «Sono stato direttore di un penitenziario , ho tirato la leva in una camera a gas per due volte, per due condannati e credevo di fare quel che era giusto. Ma quando ho visto il tracciato del cuore di Connie appiattirsi dopo 17 minuti di spasmi, ho detto basta, questa non può essere giustizia. Può essere vendetta, può essere politica. Ma se volete la vendetta o i voti, fatelo da voi, venite voi qui, deputati, governatori, giornalisti, elettori, parenti delle vittime, ad abbassare la leva e a guardare oltre il vetro. Io, Donald Cabana, il boia, per voi, non lo farò mai più».
• In tanti hanno provato a raccontare come si muore sul patibolo, lo hanno fatto benissimo Norman Mailer con Gary Gilmore e Truman capote con "A sangue freddo". Ma forse nessuno ci ha mai raccontato un’esecuzione dalla parte del boia, ha guardato il pitbolo attraverso gli occhi e il cuore di un uomo al quale la società aveva affidato l’assassinio di Stato e che si è ribellato. lo ha fatto donald Cabana, nuotando contro la marea di questo tempo di forche in un libro appena uscito ma che la cultura ufficiale, abbandonata dalla viltà elettorale dei suoi leader politici, Clinton in testa, ha ignorato: "Morte a Mezzanotte: confessione di un boia". Il cantico di un boia pentito. Mi ha raccontato adesso Donald o "Don" come preferisce farsi chiamare, con la sua voce al telefono lontana e incatramata di sigarette, che la sua conversione nacque da quell’errore contro il quale i colleghi, gli altri boia, lo avevano fraternamente messo in guardia: non avvicinarti mai alle vittime. «Il condannato deve essere un numero, un grumo di vita non più importante della muffa che trovi sul formaggio». E per qualche anno, Don Cabana ci riuscì. Mantenne rapporti corretti, distanti, con i 16 condannati rinchiusi nel suo braccio della morte sul Delta dell"Old Man River", del Mississippi. «Quando ammazzai il mio primo condannato, un tale chiamato Edward Earl Johnson, provai disagio, ma non lo avevo praticamente mai visto prima dell’esecuzione. La prima volta, dicevano i vecchi, è sempre la più dura».
• Ma poi venne Connie Ray Evans. Quando Cabana fu nominato direttore del penitenziario, Connie era già "ospite" del braccio della morte da 3 anni. Ci era entrato a 24, per l’omicidio di un commesso di supermarket in Mississippi dopo una rapina. Il complice era stato più svelto di Connie e aveva collaborato per primo con la legge. Oggi, nel 1996, è già un uomo libero. Connie e aveva collaborato per primo con la legge. Oggi, nel 1996, è già un uomo libero. Connie era rimasto incastrato. Chiese di vedere il nuovo direttore. Cabana rifiutò (ricordati la "muffa") ma quando tutti i ricorsi furono esauriti, tutte le richieste di grazia respinte, cedette. «Pensai che ormai, a pochi giorni dall’esecuzione, mancasse il tempo di conoscerlo davvero».
• Connie non era un uomo speciale, niente affatto. Non era diventato ornitologo, come "L’uomo degli uccelli" ad Alcatraz. Non aveva imparato a memoria i salmi di Re Salomone, dato interviste per commuovere il pubblico, scoperto il Cristo dei disperati che tanti abbracciano quando gli avvocati si arrendono. «Era soltanto un ragazzone nero e robusto. Quando mi parlò, volle sapere come si sarebbe svolta l’esecuzione.Glielo spiegai, con distacco, come un meccanico spiega cambio e frizione a un cliente. Mi chiese: sentirò molto male? No, se respiri a pieni polmoni il gas. Potrò indossare i miei pantaloni e una camicia, anzichè la tuta arancione dei condannati? Va bene, gli dissi, tanto... Poi abbassò gli occhi e con una domanda, una soltanto, la muffa diventò un uomo. Direttore, mormorò, è vero che quando si muore nella camera ci si sporca tutti, come i bambini piccoli, insomma ha capito, si molla tutto? Ma no, Connie, che dici. Era vero, ma mi mancò il cuore di dirglielo, di portargli via anche quell’ultima briciola di dignità. E quando una muffa ottiene dignità, riacquista la sua anima e diventa uomo».
• Non pensate, adesso, che Donald Cabana sia una violetta un intelettualino opportunista sconvolto alla vista dell’altra faccia della legge. Don è un superstite del Vietnam, un uomo di 51 anni che combattè con la fanteria in un altro delta, quello del Mekong, aiutando a insaccare cadaveri di amici dentro le "body bags" di plastica nera. «Avevo sparato e sentito l’odore della morte e della cancrena, credevo di essere ormai pronto a tutto». Ma la domenica prima del martedì 6 agosto, giorno dell’esecuzione, andò da lui una donna. Sembrava un personaggio uscito da "Porgy and Bess", una donnona nera e grassa vestita da messa che dondolava i suoi fianchi immensi sulle scarpette azzurre coi tacchi, il cappelino di pizzo rosa cramella appuntato sulla gran testa di capelli crespi. «Mister Warden, signor direttore, sono la mamma di Connie Ray Evans, la scongiuro, non uccida il mio bambino».«Madame, deve capire, la legge, il governatore...». «Direttore, non uccida il mio Connier, il mio bambino». «Signora non posso, io sono solo un esecutore». La madre andò via ciondolando sulle gambone varicose, ma si fermò davanti al braccio della morte. A bassa voce cantò una ninna nanna al figlio, una nenia del Delta, "Sleep, my baby, sleep". Non bastava che la "muffa" fosse tornata a essere uomo. Ora, attraverso quella madre e quel canto, era addirittura tornato "my baby", un assassino, un killer a sangue freddo. «Lo so, me lo ripetevo continuamente».
• La notte dell’esecuzione, Donald Cabana, che doveva fare anche da boia perchè lo Stato del Mississippi non impiega un suppliziatore a tempo pieno, continuava a ripetersi:«è un assassino, è un uomo che ha ucciso un innocente per portargli via duecento dollari, è un criminale che ha creato due orfani, una madre in lacrime e merita la morte. Ma poi mi tornava davanti la donnona nera con il cappellino, perchè mi porta via il mio Connie direttore, il mio baby. E allora mi domandavo, come si può pareggiare il conto di una morte spegnendo un’altra vita? Quale ingiustizia avrebbe mai raddrizzato il pianto di sua madre? A propostio la mamma di Connie morì tre mesi dopo l’esecuzione, di infarto».
Nella saletta d’attesa, lo stanzino dell’"ultima notte" accanto alla camera a gas dove rimbombavano i tonfi delle ultime prove («avevo gassato un coniglio, la sera prima, per accertarmi che tutto funzionasse a dovere») il "bambino" mangiava la sua ultima cena, pollo fritto, fragole con la crema, birra, caffè. «Entrai, gli dissi, Connie, ha chiamato adesso il gevernatore. Alzò la faccia di scatto dal piatto, perchè sperano tutti di sapete, fino all’ultimo, nessuno è mai rassegnato. Niente grazia. Sputò il pollo. Scosse la testa. Una cosa non capisco, brontolava, perchè mai ho ucciso quell’uomo. Appena arrivo su, voglio chiedere a Dio soltanto questo: Signore, perchè l’ho fatto? Si alzò, abbracciò il prete, mi strinse la mano. Si faceva forza. Ma poi mi bisbigliò all’orecchio: direttore ho paura. Che gli dovevo rispondere? Non aver paura? Gli ripetei soltanto: ricordati di respirare profondo, Connieª
• A mezzanotte, come vuole la legge, era già legato sulla sedia di ferro verniciata di nero, il capo legato a un poggiatesta imbottito e avvitato al palo di sostegno della sedia per evitare quello che era successo a un altro gassato, che non riusciva a morire e cercava di accelerare la fine pestando la nuca contro il palo, per spaccarsela. «Stavo alla finestra della camera a gas davanti a Connie e lo guardavo in faccia. I nostri occhi rimasero in contatto continuo perchè quegli sguardi erano l’ultimo messaggio di umanità tra noi, l’unico conforto che potessi dargli anche quando la leva si abbassò. Soltanto quando rivoltò gli occhi all’indietro, alla prima zaffata di gas, ci staccammo. Il medico di servizio, che sorvegliava il cuore attraverso gli elettrodi appiccicati al petto, mi disse dopo due minuti, ecco, ha perso i sensi. Ma il cuore si dimenava sotto le cinghie, le dita stringevano i braccioli. Piangeva, o almeno gli scivolavano lacrime dagli occhi mescolandosi a un liquido chiaro che colava dal naso e alla schiuma gialla sulla bocca e il medico ripeteva ecco, è fatta, adesso si, è morto, sono soltanto spasmi post mortem del cadavere, direttore, ma io ripetevo maledizione è ancora vivo, ti prego respira forte Connie, muori amico mio, muori, sleep little baby, sleep».
• Dopo 17 minuti, il tracciato elettrico si appiattì, il corpo di Connie Ray Evans, anni 27, si spense. Se la fece addosso? «Si, ma dopo. Non se ne accorse». «Controfirmai il certificato, uscii dalla camera, trovai mia moglie Miriam che mi aspettava fuori. La presi sotto braccio, uscimmo dal carcere e vomitai. Lei mi tenne la fronte e mi disse guarda in alto, Don, quante stelle stasera e io le guardai erano davvero tante un cielo limpido e raro nelle notti umide del Delta. La strinsi e le dissi: Miriam, non ucciderò più».
Ora Donald Cabana insegna "scienze penali" alla Southern Mississippi University, predica invano contro la pena di morte e sogna. Tutte le notti. Il sogno del boia che ce l’ha fatta a uscire e riveder le stelle.