Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 24 marzo 1997
LA SIGLA ”TFR” SIGNIFICA: ”Trattamento di fine rapporto”
• LA SIGLA ”TFR” SIGNIFICA: ”Trattamento di fine rapporto”. Cioè, in pratica: la liquidazione.
• In questi giorni si parla del cosiddetto ”Tfr”, perché il governo sembra intenzionato (come si dice nei bar) «a mettere le mani sulle nostre liquidazioni». In che senso viene pronunciata questa frase? Si allude a due idee che circolano e che sono queste: 1) lo Stato - cioè il Ministero del Tesoro - si fa dare dalle aziende una percentuale delle nostre liquidazioni (calcolate come se dovessimo essere licenziati adesso) e promette che, quando sarà il momento, sarà lui a pagarcele e non più l’azienda da cui dipendiamo; 2) siccome quando un’azienda paga la liquidazione al suo dipendente che se ne va ci sono anche un certo numero di tasse da versare al Fisco, lo Stato si fa anticipare queste tasse. Queste due idee, dette così, rappresentano un po’ grossolanamente il tipo di ragionamenti che si sta facendo in questi giorni.
• Intanto: come mai il governo sta pensando di «mettere le mani sulle nostre liquidazioni»? Per questo semplice fatto: in autunno, facendo i conti su come sarebbe andato il 1997, ha sbagliato i calcoli. E li ha sbagliati nel modo classico: ha previsto di incassare più di quello che poi ha effettivamente incassato e di spendere meno di quello che ha effettivamente speso. Vediamo: quelli che abbiamo chiamato ”incassi” si riferiscono in realtà al cosiddetto ”Pil”, ”prodotto interno lordo”, cioè quello che produciamo. Ciampi aveva previsto che il nostro Pil sarebbe aumentato, rispetto al 1996, del due per cento. Dice adesso che l’aumento è solo dell’1,2. Questi dati vengono dallo stesso Ministero del Tesoro e devono perciò essere presi così come sono. Per esempio, questo 1,2 è poco rispetto alla previsione che fece sei mesi fa il ministro, ma è tanto rispetto alla previsione che fecero, contemporaneamente a lui, gli istituti internazionali i quali dissero che l’aumento del Pil in Italia avrebbe molto difficilmente toccato l’1 per cento. Forse si sarebbe fermato allo 0,8, più probabilmente allo 0,5. In ogni caso, anche prendendo per buono questo 1,2, manca dai conti uno 0,8 per cento di ricchezza prodotta, e mancano perciò i soldi delle tasse che gli italiani avrebbero pagato su questa ricchezza. Questi soldi assommano a 24 mila miliardi. Però, siccome i tassi bancari sono calati, lo Stato ha pagato - rispetto alle previsioni d’autunno - ottomila miliardi di interessi in meno. Ventiquattromila meno ottomila fa sedicimila. Sedicimila (forse) sono i soldi che mancano e che il governo vuole recuperare. Quando si dice ”mancano”, naturalmente, ci si riferisce ai famosi ”parametri di Maastricht”. Cioè: ”mancano” per essere in regola o vicini alla regola dei parametri di Maastricht.
• Il ragionamento sulle liquidazioni rientra dunque in questi sedicimila miliardi da recuperare. In teoria, le liquidazioni rappresentano una montagna di denaro: trecentomila miliardi di lire. In pratica, però, questi soldi non esistono. Come mai non esistono? Ma perché - come è ovvio e come tutti sanno - le aziende li tirano fuori solo al momento in cui il dipendente se ne va e fino ad allora li adoperano per fare tutt’altro. Comprano un macchinario, allargano una sede, assumono qualcuno. In termini tecnici si dice che ”si autofinanziano”. Se questo ”autofinanziamento” cessasse, le imprese dovrebbero: a) rinunciare a qualunque miglioria o investimento; b) farsi prestare i soldi dalle banche; c) certe volte addirittura chiudere, per l’improvvisa crisi di liquidità.
• E tuttavia il governo non vuole tutti e trecentomila i miliardi delle liquidazioni. La quota dei sedicimila miliardi che il prelievo sulle liquidazioni sarebbe destinata a coprire ammonta a seimila miliardi, una cifra lontana da trecentomila, ma niente affatto irrisoria. I diecimila miliardi che mancano a completare i sedicimila dovrebbero venire da altri interventi che nel dettaglio saranno resi noti questa settimana. Però è anche possibile che fino alle elezioni amministrative del 27 aprile il governo preferisca non far nulla per non correre il rischio di perdere voti.
• L’ipotesi più probabile (almeno fino al momento in cui scriviamo) è che il prelievo riguardi solo la parte di liquidazione maturata nel 1997. Sarebbe però possibile colpire solo le imprese pubbliche? Se fosse possibile, tutta la faccenda si ridurrebbe a un problema di ”scrittura contabile”: gli accantonamenti per le liquidazioni che adesso sono scritti nei bilanci (poniamo) delle Poste, sarebbero trasferiti ai bilanci del Tesoro. Per Franco Bernabè, amministratore delegato dell’Eni, la decisione di incidere in misura maggiore sulle aziende pubbliche sarebbe però «discriminatoria» e «di dubbia costituzionalità». Per l’associazione degli artigiani di Mestre un prelievo sulle liquidazioni sarebbe una violazione dell’articolo 104/a del Trattato di Maastricht.
• C’è però un altro punto (sostenuto dall’economista Mario Baldassarri): il prelievo sulle liquidazioni alla lunga produrrebbe inflazione oppure ulteriore debito e, dopo aver peggiorato la situazione finanziaria delle aziende pubbliche e private, peggiorerebbe anche i conti dello Stato. Per questa ragione: i soldi presi adesso finirebbero in un ”buco” nero, perché servirebbero solo a coprire il debito. Giunto il momento di pagare le liquidazioni, lo Stato dovrebbe o stampare più banconote (inflazione) oppure indebitarsi ulteriormente con i cittadini (alternativa: pagare le liquidazioni con titoli del Tesoro, che sarebbe da questo punto di vista lo stesso). Quanto alla tutela dei lavoratori, Cofferati dice che non ci sarebbero problemi: i dipendenti sarebbero tutelati come adesso e anche di più. Senonché, ponendo mente alla quantità di denaro che lo Stato trattiene indebitamente e alla lentezza con cui paga quel che deve pagare ai cittadini, qualche motivo di preoccupazione è più che giustificato.
• Quanto ai parametri di Maastricht, è assai dubbio che l’Unione europea consideri valido - dal punto di vista dei calcoli - il prelievo sulle liquidazioni. Si tratterebbe infatti non di un miglioramento reale, ma solo dell’assunzione di un debito che prima o poi dovrà essere pagato. A nostro favore c’è solo il precedente del governo francese che mise a posto i conti ’96 incamerando il fondo liquidazioni dei telefonici e ricevendo l’approvazione di Bruxelles.
• Per Mario Baldassarri l’unica soluzione sarebbe una manovra strutturale che tocchi il sistema pensionistico, la sanità e la pubblica amministrazione. Il resto «è solo paglia nel fuoco». Per Innocenzo Cipolletta mettere un’età minima per andare in pensione che sia prossima ai 60 anni farebbe risparmiare, solo nel 1997, oltre 4 mila miliardi senza ridurre il reddito dei pensionati. Per Mario Deaglio ci sono quattro direzioni nelle quali il governo dovrebbe muoversi. Primo, il contenimento delle spese degli organi elettivi e cioè dei Consigli provinciali, regionali e del Parlamento: il loro funzionamento è troppo oneroso e i parlamentari hanno un sistema pensionistico troppo generoso. Risultati: rilegittimazione politica delle istituzioni e qualche centinaio di miliardi di lire di risparmio. Secondo, il governo dovrebbe richiedere un ”contributo speciale di solidarietà” ai lavoratori delle banche e delle altre società in crisi il cui posto viene salvato grazie all’azione del governo; Alitalia e Banco di Napoli costano migliaia di miliardi al Tesoro e le retribuzioni dei loro dipendenti sono superiori alla media dei rispettivi settori, a livello sia nazionale che internazionale. Terzo, il governo dovrebbe provvedere al riutilizzo dei beni e dei capitali finanziari confiscati agli appartenenti alle organizzazioni malavitose. Quarto, non aver paura di fare cosmetica contabile, come hanno già fatto massicciamente francesi, tedeschi e spagnoli. A sostegno delle tesi di Deaglio, si può forse ricordare questa considerazione del premio Nobel per l’Economia Franco Modigliani: «I parametri sono stupidi».