Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 24 febbraio 1997
La notizia che la Germania rischia di essere bocciata all’esame di Maastricht ha scosso l’Europa
• La notizia che la Germania rischia di essere bocciata all’esame di Maastricht ha scosso l’Europa. Per noi invece non è stata affatto una sorpresa.
Al contrario, ha confermato l’ipotesi avanzata da un paio d’anni sul fatto che la Bundesbank avrebbe probabilmente finito col vincere la sua battaglia contro il cancelliere Kohl per tenere la Germania fuori dall’Unione Monetaria perché non vuole che il marco sia rimpiazzato dall’Euro.
Il motivo di questa battaglia è ovvio per gli ”addetti ai lavori”. Con il sistema vigente nello Sme di cambi fissi e completa mobilità di capitali, tutti i Paesi debbono seguire la stessa politica monetaria e cioè avere gli stessi tassi d’interesse.
• Fin dagli anni Ottanta questa politica monetaria è stata dettata unilateralmente dalla Bundesbank, che ha in effetti operato come la banca centrale dello Sme. Purtroppo la politica monetaria da essa adottata è stata eccessivamente ed erroneamente restrittiva per la stessa Germania. Questa è la causa prima della disoccupazione che sta soffocando l’Europa, Germania inclusa.
Ma il problema di fondo è che la Banca Centrale Tedesca ha potuto fare tutto ciò che ha voluto senza riguardo per nessuno. Con la moneta unica la situazione sarebbe invece ben diversa. Infatti, la politica monetaria per tutto il sistema europeo sarebbe condotta dalla Banca Centrale Europea nella quale la Germania avrebbe una voce importante ma non sarebbe in regime di dittatura monetaria assoluta. quindi comprensibile che la Bundesbank si batta fermamente per non perdere la sua egemonia.
• Naturalmente, questa sua posizione è in conflitto con quella del cancelliere Kohl che vede nella realizzazione del trattato di Maastricht la possibilità di passare alla storia come l’artefice primo della Unione Europea, dopo aver fatto con grande coraggio la riunificazione tedesca.
Da almeno due anni abbiamo espresso il timore che in questo ”conflitto interno” tedesco finisca per vincere la Bundesbank, e abbiamo anche ipotizzato come probabile il fatto che si sta oggi profilando, e cioè che, all’ultimo momento, la Germania avrebbe trovato una qualche ”scusa tecnica” per non entrare magari dicendo che il deficit tedesco è del 3,1% del Pil invece che del 3,0%.
• Altre scuse, come ad esempio che l’elevato livello della disoccupazione sta imprevedibilmente gonfiando il deficit pubblico, sono invece una vera e propria presa in giro collettiva.
Infatti la Bundesbank potrebbe ridurre anche in tempi brevi la disoccupazione tedesca, e quella degli altri Paesi europei, adottando una politica monetaria meno restrittiva. In realtà, l’attuale tasso di disoccupazione finisce per fare il gioco della Bundesbank. In sintesi, la strategia della Bundesbank è di rinviare indefinitamente Maastricht per mantenere intatta la sua egemonia. Il resto d’Europa non deve però essere succube di questo ricatto, deve invece organizzarsi per proseguire sull’iter prestabilito, iniziando la fase finale della moneta unica nei tempi stabiliti a Maastricht, anche se la Bundesbank vincesse inizialmente la sua battaglia per tenere fuori la Germania.
Qualche benpensante in giro per l’Italia e per l’Europa potrà considerare questa alternativa come una ”boutade” fors’anche di cattivo gusto.
Se è così sbaglia profondamente perché dal punto di vista economico, questa alternativa sarebbe perfettamente realizzabile.
• Questa è peraltro la conclusione a cui giunse, già nell’agosto del ’93 in un noto articolo apparso sul ”Financial Times”, un gruppo di sei economisti del MIT, di cui facevano parte Samuelson, Solow e Krugman, e tre economisti di origine europea: Dornbusch, Blanchard e Modigliani.
Partendo dalla considerazione che la politica monetaria della Bundesbank asfissiava tutti gli altri Paesi membri e che la Germania vedeva allora di buon occhio una rivalutazione del marco, essi suggerivano che la Francia prendesse l’iniziativa per una intesa tra tutti gli altri Paesi disposti a unirsi a un sistema di cambi fissi all’interno dello stesso gruppo, lasciando che il marco fluttuasse liberamente per conto suo.
• Il gruppo avrebbe dovuto avviare immediatamente una politica coordinata di tassi di interesse più bassi (magari varando anche una loro Banca Centrale) ben più coerente con le condizioni depresse delle loro economie e con l’imponente e crescente disoccupazione. Questa politica avrebbe prontamente condotto a una svalutazione del loro cambio quindi a una rivalutazione del marco. Questo era reso possibile dal fatto che quel blocco di Paesi anche con la Germania fuori, era comunque un blocco economico rilevante, con un Pil di quasi tre volte rispetto alla Germania e quasi pari al 90% di quello americano.
Naturalmente, il successo di una tale politica avrebbe dovuto far perno su un accordo esplicito con sindacati e imprenditori, del tipo di quello fatto in Italia nel ’92 e nel ’93, per assicurare che la svalutazione non si traducesse in una spirale inflazionistica.
• In quel momento non se ne fece niente perché la Francia considerò una svalutazione del franco come un disonore del tutto incoerente con ”la grandeur de la France”. Quella decisione, la Francia l’ha pagata molto cara. La disoccupazione, che era già al 10% nel 1992, è cresciuta fin quasi al 13%.
Tutte le considerazioni che allora militavano a favore di quella specie di ”Maastricht Junior”, lasciando all’inizio fuori la Germania, possono valere anche oggi. Per di più, oggi, una rivalutazione del marco avrebbe effetti negativi sulle esportazioni tedesche in un momento nel quale proprio le esportazioni tedesche sembrano essere l’unica cosa che tira nelle difficili condizioni congiunturali della Germania. Per evitare o limitare questa perdita è quindi prevedibile che la Germania sarebbe costretta ad abbassare i suoi tassi di interesse e di fatto imiterebbe così la politica economica dei Paesi partecipanti al ”Maastricht Junior”. In questo caso sarebbe finalmente l’Europa con la sua Banca Centrale a guidare la Germania sulla strada giusta invece che, come è avvenuto finora, a essere la Germania a forzare l’Europa lungo una strada sbagliata. In queste condizioni, è prevedibile che, prima o poi, la Germania chiederebbe di essere riammessa e questo reingresso dovrebbe essere subito concesso, ma a una parità del marco più elevata di quella iniziale. Così si arriverebbe finalmente al vero trattato di Maastricht e presumibilmente con una Germania forte ma senza ”potere assoluto”.
• Può darsi benissimo che tutto questo sia un bel ”sogno di mezzo inverno” che non potrà essere attuato, per mancanza di immaginazione e soprattutto per ragioni politiche. La Francia cioè, non concepisce uno sganciamento e una svalutazione rispetto al marco. Se è così, come quasi certo, è proprio un gran peccato perché, secondo noi, una semplice credibile minaccia di varare una ”Maastricht Junior” potrebbe essere sufficiente a spingere la Germania a ritrovare la saggezza, la volontà e la maniera di entrare fin dall’inizio senza strozzare se stessa e il resto d’Europa. Ma anche alla luce di questo ”sogno” cosa cambia per l’Italia? Non cambia neanche una virgola.
E ciò almeno per due buone ragioni. In primo luogo perché se non vuole essere ”suddita” della Bundesbank, non solo con vuoti proclami di indipendenza nazionale ma con fatti concreti, l’Italia deve rimettere in ordine la propria casa. In secondo luogo perché Maastricht o non Maastricht, l’Italia deve sistemare le sue cose non per l’Europa ma per se stessa. l’Italia infatti può ancora cogliere quello che abbiamo chiamato un anno fa il ”miracolo possibile”.
• Senza gli sfondamenti del deficit pubblico emersi nel corso del 1996, con rinnovi contrattuali ben più contenuti e lungimiranti rispetto a quelli realizzati che sono ai limiti del rischio inflazionistico, il nostro Paese avrebbe già quest’anno ”realizzato il miracolo”. Ecco perché è necessario vegliare sull’inflazione e varare al più presto le manovre di correzione del deficit pubblico compiendo da subito i primi necessari passi per rifondare lo Stato sociale, con in testa la riforma delle pensioni sulle linee che abbiamo indicato sin dal dicembre ’94. Ecco perché è necessaria una manovra bis per garantire gli obiettivi di questo 1996 e non guasterebbe certo un anticipo della finanziaria per il 1998 che rendesse strutturali le tante una-tantum di quest’anno.
Sarebbe infatti disastroso se, di fronte a una Bundesbank ottusa, si ponesse una Italia illusa ben contenta di un rinvio europeo per rinviare se stessa. Lo scivolone della lira di ieri è un primo forte allarme. tempo di decidere a Roma, indipendentemente da quello che decideranno Bonn o Francoforte.