Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 3 febbraio 1997
tempo di mondiali, avremo un mese pieno di emozioni
• tempo di mondiali, avremo un mese pieno di emozioni. E allora mi ricordo di quando abbiamo cominciato a girare insieme, la palla e io. Fu in un campo di Cipolletti, nella provincia di Rio negro, dove scoprii la mia vocazione di centravanti. In quell’epoca il modello del virtuoso era Di Stefano, ma c’incantavano anche Sivori e Manfredini.
Io sentivo le partite per radio con la voce di Fioravanti, che a distanza suonava meravigliosa. In Patagonia arrivava in catena o si captava sulle onde corte, con un’antenna di fil di ferro attaccata al camino della casa.
• Sul pascolo recintato dove avevamo fondato il Circolo Sportivo Almafuerte, c’era un giovanotto, soprannominato Cacho, che imitava Fioravanti. Uno toccava la palla e, immediatamente, sentiva cacho che dalla linea laterale partiva con la radiocronaca: ”Soriano raggiunge la palla, salta Carreno, converge al centro... attenzione... sta per scoccare il tiro” e con questo ero contento. Quanta emozione c’era nella sua voce. Lui, poveretto, non toccava mai palla. Gliela davano lunga e non ci arrivava, gliela facevamo corta e lui andava fuori misura. Qualche volta, per compassione, gli lasciavamo tirare una punizione, che finiva invariabilmente sulla barriera, e perfino un rigore, che Tito Pereira gli respinse con i piedi.
• Era così negato per il calcio che anche da portiere era un disastro. Non che fosse grasso, né tonto, come vogliono i luoghi comuni del calcio. Era solo il ragazzo con meno talento che sia vissuto in quei paraggi. E quindi lo mandavano a far la radiocronaca da bordocampo. Prendeva un finto microfono, cominciava a correre su e giù fra le erbacce e allora tutto era diverso. In campo c’erano il Puchi Toranzo e Leonel Briones che giocavano come ali. Insiders, li chiamavamo. Gli erano altri fulbàs, jas, wines e il centrofòbal, che ero io. Un nove tondo sulla maglia rossa. Me lo aveva cucito a mano mia madre e a volte, quando arretravo a dar mano forte ai difensori, qualche disgraziato mi afferrava da dietro e si ritrovava con il mio numero fra le mani.
• Per fare l’arbitro bastava essere adulto. Solo questo già conferiva autorità, e mi ricordo che una delle mie partite più memorabili la diresse mio padre, che si era trovato a passare di lì in bicicletta e si era fermato a vedermi giocare. In un certo senso il vecchio era un intellettuale, un uomo di scienza che di calcio non sapeva nulla. Con la sua esperienza della vita aveva appreso che non si poteva toccare la palla con le mani e che i colpi malandrini dovevano essere puniti con una punizione, o qualcosa di simile. Credo che neppure sospettasse della ricchezza teorica del fuorigioco, del falli veniali come il corner, il piede alzato in gioco pericoloso e l’imitazione delle voci ad opera di cacho Hernàndez.
• Quella che sto raccontando fu una partita fra quartieri nemici e, con tante carenze nella conoscenza del regolamento, mio padre non poteva che combinare un casino. Lo ricordo fermo a centrocampo, con un vestito abbottonato e con i fermagli da ciclista intorno alle caviglie; portava occhiali scuri e un orologio da tasca che era stato di suo nonno. Gli consegnammo uno di quei fischetti con dentro una pallina e il capitano della squadra Honor y Patria cominciò subito a protestare perché un nostro attaccante aveva passato la riga di metà campo prima che io dessi il calcio d’inizio. In quei tempi remoti era sempre il centròfobal a dare il calcio d’inizio. Era scritto nella tavole della legge. Gli italiani non avevano ancora inventato le tattiche e il catenaccio. La partita la cominciava il numero nove, i terzini si incaricavano delle rimesse laterali e i wines tiravano i corner.
• In quelle partite, a Cacho gli davamo un solo compito: doveva imitare la voce dei difensori avversari. Un attimo prima di cominciare il match andava da loro cercando di farli parlare, di divertirli con le sue radiocronache e poi li fregava, soprattutto il portiere. In quella partita parlò solo due volte, e molto poco, ma lo fece in momenti cruciali. Nel primo tempo, mentre loro erano in vantaggio per uno a zero, sbagliarono un vergognoso rigore che mio padre gli aveva regalato, e poco prima del fischio finale, quando noi eravamo in loro balìa, Bebo Fernàndez liberò la nostra area con un calcio da mulo. Il Bebo allora doveva avere undici anni , ma con una pedata poteva far scoppiare un pneumatico. La respinta fu tanto forte che saltò molti giocatori e nel momento in cui il loro cinque si accingeva a ribattere sentì un «Lasciala!» così convincente, così da portiere in uscita, che abbassò la testa. Tranquillizzato, il tipo mi guardò mentre arrivavo, quasi a dire «ciao, come va?», e si disinteressò del problema.
• Solo che non era la voce del portiere. era Cacho, che sembrava una cocorita. Uno di quei pappagalli beffardi che imitano chi li insegue. Controllai la palla per un po’ con il petto e un po’ con la pancia, feci in tempo a vedere mio padre che correva con il fischietto in bocca, il vestito ben abbottonato e le scarpe bianche di polvere, e la colpii con tutto quel che avevo dentro. Il portiere era sempre tra i pali, come se stesse prendendo il fresco . La palla entrò a fil di palo e dato che non c’era la rete attraverso la rete e ricadde in un giardino, sopra una distesa di papaveri. Mio padre non sapeva di dover indicare il centro del campo, si avvicinò e mi chiese sottovoce: «Giurami che non l’hai toccata con la mano». Lo fissai negli occhi «Giuro», risposi. Sudava come un cavallo, i pantaloni erano ridotti uno straccio e le scarpe erano rovinate. Mi pareva di sentir già le urla di mia madre quando fossimo tornati a casa.
• Mio padre detestava il calcio e tutte le manifestazioni popolari. Perciò quel pomeriggio si era messo a fare l’arbitro. Lo affascinava comandare su qualcosa che non capiva. Passati i quaranta era uno di quelli che si sentivano superiori perchè sostenevano che il football consiste in ventidue imbecilli che corrono dietro a un pallone. Subito prima di cominciare il secondo tempo convalidò un loro gol secondo me piuttosto dubbio poiché il palo che faceva da traversa della porta era caduto e il tiro fu misurato a occhio e croce. Stavamo perdendo e loro menavano la danza. Una di quelle danze belle, contagiose come sanno fare solo i brasiliani o i colombiani. Ammirato, Cacho Hernàndez faceva la radiocronaca dal suo ruolo di wing e questo eccitava ancora più i nostri giustizieri. Mio padre si entusiasmò a tal punto che, senza che neanche sfiorassimo le loro caviglie, lui fischiava fallo e per di più ci faceva anche una ramanzina. Per gli strani giochi del destino, quel pomeriggio ci avrebbe lasciato qualche lezione. Quelli di Honor y Patria fecero di tutto per infliggerci una goleada, ma riuscirono solo a segnare un paio di reti. Pura fortuna: la palla finiva sui pali, sul corpo del nostro portiere, sulla faccia di Puchi Toranzo, prendeva le buche e cambiava direzione e fu così fino all’amaro finale di partita.
• In un contropiede Briones me la diede in profondità dentro la difesa sbilanciata in avanti e io mi ritrovai solo. Avevo tanta paura di sbagliare che la toccai per Cacho Hernàndez quando sentii che stava arrivando. Il povero ragazzo era talmente suonato che dopo essersi aggiustata la palla con la mano cominciò a chiedere il fallo con la voce di Fioravanti e gridava:«Arbitraggio pessimo!», mentre la cacciava dentro la porta vuota. Era il primo gol vero che segnava e si mise a correre come impazzito mentre mio padre indicava, solenne, il centrocampo. Due o tre minuti più tardi, in una parentesi del loro ballo fatto di tunnel e colpi di tacco, un moretto rapato a zero mi soffio la palla in area con l’eleganza di una fanciulla che prende lezioni di piano. Io mi misi a urlare come se mi avesse spaccato una gamba e cominciai a rotolarmi per terra. Senza pensarci su mio padre fischiò il rigore per noi ed espulse in malo modo il moretto.
Adesso posso confessare che lo battei con un godimento perverso. Sapevo di coronare una ingiustizia ma nello stesso tempo intuivo che quella aberrazione provocata dall’ignoranza di mio padre ci faceva entrare nel pieno delle miserie della vita. Quando tornammo a casa, mia madre gridò per un po’ e poi ci mandò a letto senza cena.