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 1997  gennaio 20 Lunedì calendario

Ora che a sessantatré anni suonati toccava a lui andare in pensione, Franco Marini si è invece abbarbicato alla poltrona di segretario del Ppi, contraddicendo la battaglia che aveva condotto da sindacalista in favore del giusto riposo degli anziani

• Ora che a sessantatré anni suonati toccava a lui andare in pensione, Franco Marini si è invece abbarbicato alla poltrona di segretario del Ppi, contraddicendo la battaglia che aveva condotto da sindacalista in favore del giusto riposo degli anziani. Perfetto esempio di chi predica bene e razzola male. Niente obbligava Marini a un supplemento di attività, dopo averne svolte varie senza infamie e senza lode. Non la forza delle sue idee politiche, che sono tra le più comuni riscontrabili in un democristiano. Né la grandezza della sua personalità che non c’è. Solo la carestia dei tempi spiega l’ascesa di Marini in un partito che ha raschiato il fondo del barile. Questa premessa malinconica, ma ispirata, è tutto quello che c’è da dire del brav’uomo qualunque che ha preso le redini dell’ex Dc. Resta in chi scrive la nostalgia dei filibustieri che questo partito ha prodotto in passato e di cui era un piacere occuparsi.
• Mi spiego meglio, con un ultimo giudizio poetico. Verrà il giorno del Giudizio. Appariranno al cospetto del Signore, un dc sulfureo come Giulio Andreotti e uno al rosolio come Franco Marini. Giulio si beccherà dieci secoli di purgatorio, Franco uno solo. Ma pagate le colpe, Andreotti andrà a cena con Supremo. Marini, si e no, potrà contemplarne l’alluce. La differenza è questa. Il neosegretario si è imposto al congresso dei popolari con un programma limpido: maggiore autonomia dal Pds e più forza al centro politico. Il sogno di Franco Marini è fare un partito di moderati a cavallo tra l’Ulivo e Polo, raggruppando cattolici, benpensanti, mammole e brava gente. Punta a schierare sotto le sue bandiere gli ex dc del Ccd, del Cdu, di Mario Segni. Più quelli di Lamberto Dini e Silvio Berlusconi, stufi dell’uno e dell’altro. Se gli va bene, rifà un Dc dignitosa del 15 per cento. Non sarà facile, ma Marini non va sottovalutato. Lento e paziente, senza mai bruciare le tappe, Franco ha raggiunto ogni traguardo che si è prefisso e ha fatto polpette degli uomini che lo hanno ostacolato. Molti lo hanno preso sottogamba, uno solo lo ha capito e giudicato con esattezza. Fu Giuseppe, l’autista di Carlo Donat Cattin, il capo di Forze nuove, la corrente della sinistra sociale democristiana di cui Franco Marini è stato la creatura e il seguace degli anni Sessanta fino alla sua morte nel 1991. Giuseppe, un siciliano alto 1 e 60, non facile a sbottonarsi, un giorno disse a Donat Cattin: «Onorevole, Marini è uno che uccide col silenziatore». Era il frutto delle sue osservazioni di decenni. Politiche, si capisce. Donat ci penso un po’ su, poi disse:«Giuseppe, hai ragione». E da allora ripeté la frase, facendola propria. Alla luce di questo giudizio, esaminiamo la vita del Nostro.
• Primo di sette figli di un operaio della Snia Viscosa di Rieti, Franco nacque sulle montagne della Marsica, a 800 metri d’altezza, a San Pio delle Camere. A San Pio non cresce niente, salvo lo zafferano di cui è uno dei maggiori produttori europei. Franco trascorse l’infanzia in mezzo a questi campi di fiori gialli, badando a non calpestarli perché sono preziosissimi. Pensate che per ottenere un chilo di polvere di zafferano sono necessari ventimila fiori secchi e che ci vuole un ettaro intero di terra per farne undici chili. L’abitudine a questa minuziosa contabilità, ha fatto di Marini l’uomo meticoloso e calcolatore che è oggi.
• Quando si iscrisse alla Cisl, il sindacato dc, Franco aveva appena terminato il liceo. La prima controversia che trattò, fu un favore dei braccianti della Piana del Fucino. Nella Cisl ha poi trascorso la vita, ma completò poi il trittico politico militando anche nell’Azione cattolica e nelle Acli. Bravo studente si laureò in legge. All’epoca, la Cisl era guidata da Giulio Pastore. Era un padre-padrone. Dava ma pretendeva. Mise contemporaneamente gli occhi su due giovanotti di belle speranze Vincenzo Scotti e Franco Marini. Li piazzò entrambi all’ufficio studi e li tirò su come gemelli. I due diventarono amici per la pelle.
• Fu Scotti a lasciare per primo il sindacato per la carriera nella Dc. Un cursus brillante, spesso a un soffio dalla segreteria. Scotti era convinto di aver stretto un patto di sangue con Marini e che il compagno lo avrebbe aiutato a dare la scalata alla massima poltrona. Due o tre volte nel corso degli anni Vincenzo chiese a Franco di farlo votare nei congressi dai delegati cislini. Ma restò sempre deluso. Marini gli dava l’amicizia, ma non i voti che finirono sempre a Donat Cattin, il suo capocorrente. Quello di Enzo Scotti, fu uno dei suoi primi omicidi col silenziatore. Da buon abruzzese, Franco fece il servizio militare in divisa di alpino. Da allora, è un fanatico delle adunate delle penne nere, dei canti e delle bicchierate.
• Grande amatore di vino bianco, si permette di essere di gusti davvero difficili come gli è successo di recente con Romano Prodi che ci è rimasto male. Il capo del governo lo aveva invitato a pranzo e, da quel provincialone che è, gli aveva messo davanti tutto fiero un «grand cru», dono del presidente francese Jacques Chirac al recente summit di Cannes. «Sciappimi dire quanto è buono», gli disse l’emiliano versandogliene un bicchiere. Un sorso e Marini gli rispose nel suo forte abruzzese:«Ma per Scian Massimo e Scian Vittorino (protettore dell’aquila, ndr), è acete. La prossima volta ti ci porto io una bella damigena di Montepulciano d’Abruzzo». E per scacciare il cattivo sapore, si accese uno dei toscani che ha sempre a portata di labbra. Fuma anche la pipa, ma solo se c’è la Tv.
• Come sindacalista Marini ha poca esperienza del settore industriale che è la normale gavetta nelle Confederazioni. Quasi tutta la sua carriera si è svolta nel parastato. Impiegati e colletti bianchi sono stati la sua specialità. La maggior parte di costoro erano tradizionalmente elettori dc. Non ha dovuto perciò fare i salti mortali per governarli. Gli è bastato seguire la sua democristianissima natura per essere in perfetta sintonia con i suoi iscritti. E’ in questa veste di moderato che alla fine degli anni Settanta divenne il vice di Pierre Carniti, un capo della Cisl laico, radicale, proveniente dalle file dei metalmeccanici. Carniti, già in fasce, era un bebé di sinistra. Il padre, antifascista, lo chiamò Pierre alla francese, per contravvenire all’ordine di regime di dare nomi autarchici. Carniti sdemocratizzò la Cisl, affidando i maggiori incarichi a non democristiani. Marini lasciava fare, ma lo teneva d’occhio aspettando la prima occasione per metterlo sotto tutela. Arrivò nel 1980, con lo sciopero operaio della Fiat che sfociò però nella sfilata di protesta a Torino dei quarantamila dirigenti stufi dei disordini.
• I tre capi sindacali Carniti, Lama e Benvenuto, capirono che era il momento di cedere e si accordarono con Agnelli. Ma al momento di spiegarlo in piazza furono dolori . Le maestranze inviperite, presero per la collottola Carniti e gli altri e furono lì lì per menarli. Pierre si spaventò a morte. Marini gli disse «D’ora in avanti ovunque andrai, ci sarò io a proteggerti. Farò un servizio d’ordine con i miei del parastato». Fu un atto di amicizia, ma anche una presa di possesso. Da allora, Carniti si mise nelle mani di Marini. Nel 1985 Pierre, logorato, si ritirò e Marini ne prese il posto. E’ il secondo degli omicidi col silenziatore. Parlo dei grandi, sorvolo sui piccoli. Nei sei anni in cui diresse il sindacato, Franco ridemocristianizzò la Cisl. Lasciò definitivamente nel 1991, dopo quarant’anni per sostituire a Forze nuove Carlo Donat Cattin che era morto. En passant, si sedette anche sulla poltrona di ministro del Lavoro, che Donat occupava al momento del trapasso. Affidò la Cisl all’attuale segretario Sergio D’Antoni, una sua creatura che gli deve tutta obbedienza. Fu l’inizio di una carriera politica tardiva ma irresistibile, che lo ha già portato tre volte in Parlamento. Epica fu la prima candidatura nel 1992 a Roma contro Vittorio Sbardella noto come lo squalo per la sua capacità di frantumare gli avversari. Andreotti, da poco Senatore a vita, designo Marini come erede del proprio elettorato. Questi voti aggiunti a quelli della Cisl, permisero a Franco di avere la meglio sull’antagonista e di piazzarsi primo nella capitale. Ci fu una festa nella sede cislina e D’Antoni, che è siciliano e conta amicizie tra i pescatori di Mazara del Vallo, si procurò una mascella di squalo e la donò a Marini fra gli applausi dei sindacalisti.
• Avendo fama di manager, Franco fu messo subito all’organizzazione del Ppi. E’ lui che ha pensato al tesseramento, all’apertura di sedi, alla creazione dei quadri dirigenti. In pratica ha avuto il partito in mano ed è stato il braccio destro del segretario di turno. E’ andato d’accordo con tutti, anche se opposti. Con Martinazzoli che lo considerava un burocrate. Con Buttiglione che preferì a Nicola Mancino, ma che abbandonò prima che passasse con Berlusconi dopo aver detto il contrario. Con Bianco, l’ultimo omicidio in sordina. Pochissimi incidenti nella sua ascesa prudente, tra il 1992 e il 1994 gli anni ruggenti di Tangentopoli. Un’accusa di concussione finita nel nulla per aver fatto versare ad un imprenditore 100 milioni al settimanale ciellino Il Sabato. Un brivido per delle mazzette incassate da un sindacalista delle Poste, Cosimo Catapano, suo stretto amico. Un’indagine per un finanziamento illegale di Forze nuove di cui non ho più sentito parlare. Durante la buriana, Marini si fece assolutamente dimenticare dai magistrati mettendosi in sonno per un paio d’anni. Fino al dolce risveglio di ieri sulla poltrona più alta.