Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 20 gennaio 1997
I cittadini di Milano assediati dai produttori di latte, impediti a volare da Linate e a uscire in auto verso la bassa di Lodi e di Cremona, invasi fin sul sagrato del Duomo da contadini che innalzano cartelli incomprensibili come ”le mucche non hanno un rubinetto”, si chiedono quale sia la ragione di questa rumorosa e ingombrante protesta
• I cittadini di Milano assediati dai produttori di latte, impediti a volare da Linate e a uscire in auto verso la bassa di Lodi e di Cremona, invasi fin sul sagrato del Duomo da contadini che innalzano cartelli incomprensibili come ”le mucche non hanno un rubinetto”, si chiedono quale sia la ragione di questa rumorosa e ingombrante protesta. Spiegarlo non è facile, è una vecchia storia in cui si intrecciano ricatti allo Stato, crisi dell’agricoltura, insipienza dei nostri rappresentati nel Mercato comune, furberia italica. Una storia che va avanti da molti anni, dal 1982 quando ci fu la prima rinegoziazione delle quote del latte fra il Mercato comune e il nostro governo.
• Il Mercato comune che deve programmare la produzione e regolare l’assistenza alla agricoltura proponeva la quota A e multava chi la superava, il nostro governo discuteva per ottenere la quota B e intanto pagava le multe dei produttori. Altre rinegoziazioni sono avvenute nell’86 e poi nell’89 e al principio degli anni Novanta, i nostri produttori sono riusciti a ottenere una quota superiore del 20 per cento a quella della Cee, e il governo italiano in un modo o nell’altro ha sempre pagato le multe. Quest’anno con la finanziaria e la stretta della spesa pubblica si è rifiutato di pagare, donde la protesta dei produttori.
• Ma perché i nostri contadini producono più latte di quanto programmato dalla Cee? Perchè la superproduzione consente la sopravvivenza di un’economia in crisi storica definitiva. Il latte prodotto nei paesi extracomunitari dell’Est europeo costa 300 lire al litro, il latte prodotto in Europa strappa un prezzo assistito di 700 lire al litro, ma neanche a questo prezzo i margini di guadagno garantiscono la sopravvivenza a tutte le nostre aziende. Se l’agricoltura europea, compresa la produzione del latte e della carne, non fosse assistita sarebbe quasi scomparsa.
• In Italia il numero dei contadini si è ridotto in dieci anni del 44 per cento e ora producono il 4 per cento del reddito nazionale. Ne ”Lo stato dell’Italia” bilancio del nostro paese fatto da cento specialisti a cura di Paul Ginsborg, un volume di 704 pagine, quelle dedicate alla agricoltura sono due e il titolo è: ”Contadini, estinzione e ridefinizione?”. L’incipit del capitoletto è un paradosso di Sylos Labini: «Oggi la questione contadina è stata per la massima parte risolta non dalle trasformazioni agrarie ma con la scomparsa di buona parte dei contadini».
• Ci si chiede perché la Comunità insiste a tenere in vita una agricoltura in perdita. Le ragioni sono sostanzialmente due. Una per così dire strategica, perchè negli anni di fondazione della comunità la memoria della guerra mondiale era vicina e in quella guerra si sopravviveva se alle spalle degli eserciti armati c’erano gli eserciti contadini. E anche oggi le crisi mondiali dei commerci e dei trasporti suggeriscono prudenza. La seconda è che l’abbandono dell’agricoltura ha provocato spaventosi disastri idrogeologici, la terra abbandonata dagli agricoltori senza manutenzione dei boschi, senza ripari alle acque, senza difesa dalle frane va al disastro. Persino delle cicale come gli amministratori italiani si sono resi conto che senza un minimo di manutenzione l’intero sistema alpino e appenninico sarebbe scivolato nel caos.
• Le multe del Mercato europeo per la superproduzione del latte che erano di 150 miliardi nel ’92 sono salite nel ’96 a 421. Si produce più latte perché le tecniche nelle stalle e nei mangimi sono migliorate e perché tutti si erano abituati al fatto che intanto era lo Stato a pagare le multe. E forse si era diffusa l’idea che la Comunità fosse una grande, una immensa mucca da mungere.
• Con gli agricoltori la Comunità è generosa e indulgente. Dà sussidi di 400 mila lire all’ettaro a chi coltiva cereali, 800 mila per la soia e per i girasoli, fino a un milione e mezzo a chi abbatte le produzioni eccessive. Ci sono sussidi europei per la cura delle foreste e per la pulizia dei boschi, per chi diminuisce i fitofarmaci, per chi coltiva il nocciolo, il tabacco, il grano duro, l’ulivo eccetera. Questa generosità sia pure interessata è stata però ripagata da furti colossali, con la produzione meridionale del vino trasformato in alcol, con l’olio importato dalla Spagna e dall’Algeria e spacciato per nostrano. Spesso con la complicità degli ispettori europei che scesi nel Bel Paese certificano piantagioni inesistenti. La mafia siciliana e la camorra hanno costruito con i prestiti bancari a tasso ridottissimo finte cantine sociali, finti impianti di irrigazione. Truffe e furberie dei furfanti ma anche lavoro senza soste, innovazione continua, continue ansie e angosce degli onesti.
• Ricordo come una invettiva biblica il monologo di Giorgio Angelini, coltivatore di mais, a La Creda in quel di Ostiglia. Un gigante di due metri in piedi di fronte a duecento ettari livellati della sua proprietà, mais fino all’orizzonte: «Dio scanato tu lo sai che vita facciamo. Semini e guardi il cielo perché, ostia, se non piove il caldo te lo brucia; ma se piove troppo il seme va giù sotto la crosta, resta prigioniero, soffoca, devi cercar subito altro seme e sul mercato non c’è, ostia perdi due settimane di caldo». Il caldo con la siccità, la troppa acqua delle piogge continue, la grandine, le epidemie, i capricci del mercato hanno spopolato le campagne, migliaia di stalle sono state chiuse, hanno resistito solo le fabbriche del latte, le incontri nella pianura del Po fra Mantova Cremona Piacenza, fra le cascine abbandonate. Silos giganteschi, le macchine trinciamais che sembrano navi rostrate, pareti di balle di fieno da dieci quintali, rumori a risucchio di autocisterne al carico, ruotar di lampade rosse fra folate di nebbia e di neve fina, sirene se un computer ha scoperto che qualcosa non funziona alla mungitura, il muggito della 101 A, numero aziendale della mucca nei guai o il vitello 60 barra B che si è spaccato un’unghia.
• Il mondo dei produttori di latte da noi rappresenta ancora l’arco dei millenni: nelle valli alpine si conosce ancora la convivenza fra l’uomo e la provvida mucca fornitrice di latte, di burro, di formaggio, di carne. Vivere insieme, dormire insieme, scaldarsi assieme. E all’opposto la stalla di un proprietario infomatico di Piadena, il computer che fa i programmi, segue la gravidanze, i consumi di foraggio e mangime, la curva produttiva e tiene in ordine i ”diari”, le istruzioni quotidane, oggi attento alle bestie che vanno in calore, oggi ricordati di ordinare quel seme che arriva dall’Ohio. In un lavoro in cui non puoi mai rimandare a domani quel che va fatto oggi e dove ognuno degli allevatori è convinto di aver trovato il segreto del migliore insilato cioé della pianta intera del granoturco fatta essiccare e triturata e quelli che credono di riconoscere la produttività di una bestia dagli occhi, la guardano nelle pupille e dicono ”per me è buona” e i collezionisti di fiocchi, di coccarde, di campani. E poi i misteri dell’aria che in un luogo giova ai liuti, in un altro ai salami, in un altro ancora ai prosciutti, ai buoi, alle pecore.
I cittadini di Milano invasi dai produttori di latte, dai loro trattori, dalle loro cisterne, dai loro maglioni colorati non capiscono bene la ragione di questo cafarnao ma sentono che è gente che conosce ancora il rapporto vitale e creativo, la fabbrica di creature vive. Sapete come lo chiamano un allevatore in Spagna? El creador.