Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 21 febbraio 2000
Deluse dall’accoglienza del mercato e pressate dai gruppi ecologisti le multinazionali farmaceutiche che avevano investito milioni di dollari nelle coltivazioni geneticamente modificate si stanno disimpegnando dal settore e cercano (per ora senza trovarli) compratori disposti ad accollarsi le perdite subite in questi anni
• Deluse dall’accoglienza del mercato e pressate dai gruppi ecologisti le multinazionali farmaceutiche che avevano investito milioni di dollari nelle coltivazioni geneticamente modificate si stanno disimpegnando dal settore e cercano (per ora senza trovarli) compratori disposti ad accollarsi le perdite subite in questi anni. All’assemblea della American Farm Federation di fine gennaio sono stati presentati i dati sulla diffusione delle culture biotecnologiche: dopo un biennio di grande sviluppo (tra il ’96 e il ’97 le superfici coltivate con piante geneticamente modificate nel mondo erano passate da 2.8 a 11 milioni di ettari) si prevede che nei prossimi anni la semina di mais biotech calerà del 23.7 per cento, quella del cotone del 25.8, quella della soia del 15.3. La stessa associazione calcola che le perdite degli agricoltori americani dovute alla mancata vendita sui mercati europei siano intorno ai 200 milioni di dollari.
• L’azienda che più di ogni altra ha investito nel settore rischia di sparire: dopo la fusione con il gruppo Pharmacia&Upjohn il nome Monsanto potrebbe essere tolto dal logo del nuovo raggruppamento. L’azienda americana aveva esordito su questo nuovo mercato nel 1996 proponendo agli agricoltori piante più resistenti all’attacco degli erbicidi. Al successo iniziale (negli Usa e in Canada il 60 per cento della soia e il 40 per cento del mais sono di origine transgenica) però sono seguiti il rifiuto della Ue all’importazione e numerose campagne pubbliche di movimenti ecologisti che hanno convinto anche i consumatori americani. Secondo le previsioni degli esperti l’immagine di questi prodotti si è deteriorata del tutto: per risollevarla servirebbe una campagna di marketing che la Monsanto (6 miliardi di dollari di debiti nel 1999) non può permettersi. Previsioni sul calo della richiesta di sementi modificate nel 2000: -25 per cento. La Decatur’s Archer Daniels Midland Co, una delle più grandi agenzie di intermediazione di sementi, ha annunciato che quest’anno produrrà soltanto sementi non trattate.
• La Monsanto ha determinato il suo stesso tracollo adottando ”Terminator” tecnologia che rende sterili le sementi transgeniche e quindi ne impedisce una seconda semina: poiché gli agricoltori oltre a pagare alla Monsanto una royalty per la coltivazione devono accettare anche le ispezioni dei tecnici della casa e pagare penali in caso di irregolarità, in molti paesi poveri l’uso di ”terminator” è stato bandito.
• I 5 maggiori gruppi (per fatturato, in miliardi di dollari nel 1998): Syngenta (7.9). Aventis (5.4), Du Pont (4.6), Monsanto (4.3), Dow Agrosciences (2.4). Aziende che hanno scorporato la divisione agribusiness dal resto delle altre attività (secondo gli esperti è il primo passo verso la liquidazione): Novartis (azienda svizzera con un fatturato di 21.3 miliardi di dollari, nata dalla fusione tra Sandoz e Ciba-Geigy), Monsanto, Dupont, Glaxo, Pfizer, Hoechst, Rhone Poulenc.
• La rivoluzione delle moderne tecnologie è meno pervasiva di quanto si crede. Le piante transgeniche effettivamente coltivate su grande scala (il 74 per cento delle quali si trova negli Stati Uniti), sono solo quattro: soia, mais, cotone e canola. Le manipolazioni genetiche riguardano quasi unicamente la resistenza ai parassiti e ai pesticidi.
• Al vertice Onu di Montreal il gruppo di Miami (Usa, Canada, Australia, Argentina e Cile, i grandi produttori di mais e soia modificati) ha accettato la richiesta dell’ Unione Europea di specificare sull’etichetta la presenza di alimenti geneticamente modificati. I paesi importatori potranno inoltre decidere la chiusura delle frontiere ai prodotti transgenici ritenuti dannosi per la salute e l’ambiente.
• Gli americani criticano il protezionismo agricolo dell’Europa ma a casa loro fanno lo stesso. Il sindacato Afl-Cio (13 milioni di iscritti, un peso politico non trascurabile per i candidati democratici alla presidenza), preoccupato per il danno che l’ingresso di merci cinesi a basso costo potrebbe avere sull’occupazione della manodopera americana, ha chiesto al Congresso di respingere un patto commerciale sulla libera circolazione delle merci tra i due paesi.
• Diecimila anni fa il pianeta era popolato da circa cinque milioni di esseri umani che si nutrivano di 5.000 diverse piante. Oggi sei miliardi di individui ne utilizzano non più di 150. Tra i pericoli della bioteconologia l’erosione della biodiversità che secondo alcuni potrebbe portare a una situazione simile a quella dell’Irlanda di 150 anni fa: su tutta l’isola si coltivava lo stesso tipo di patata e quando una malattia attaccò la pianta ci fu una carestia che provocò 2 milioni di morti e costrinse all’emigrazione verso l’America la metà degli abitanti.
• Sebbene non sia mai stato accertato alcun danno alla salute provocato da prodotti geneticamente modificati l’economista americano Jeremy Rifkin (tra i più attivi oppositori agli interventi sul corredo genetico, autore due anni fa del libro The Biotech century, molto apprezzato dagli ecologisti) pensa che gli effetti nocivi arriveranno presto: «Quando si preleva un gene che codifica una proteina anticongelante da un pesce e la si inserisce nel codice genetico dei pomodori per proteggerli dal freddo il rischio è troppo alto [...]. Le specie si sono sempre incrociate, ma l’hanno fatto tra specie congeneri o quanto meno simili. E anche gli ibridi imposti dall’uomo hanno seguito questa regola. [...] Geni dei polli che vengono inseriti nelle patate per aumentare la resistenza alle malattie, geni delle lucciole iniettati nel codice biologico delle piante del granoturco, geni del criceto trapiantati nel tabacco. una follia».
• Mario Campli, presidente del Cogeca (Comitato generale per la cooperazione agroalimentare in Europa): «Due fatti entrambi scioccanti, da una parte oggi il numero degli obesi per la prima volta è pari a quello delle persone che soffrono la fame: dall’altra constato che in Europa una piccola e oscura azienda belga che produce farina (la Verkest, coinvolta nello scandalo della diossina) in 12 ore mette in crisi tutto il sistema alimentare dell’Ue».