Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 13 ottobre 1997
«Non godo di ottima salute»
• «Non godo di ottima salute». «Ho fatto di tutto per togliermi di scena». «Tento di sprogrammarmi». «Mi sento dissipato, logorato»: molto risalto è stato attribuito a queste battute perentorie pronunciate da Carmelo Bene nel foyer del «Teatro Quirino», sede in cui da mercoledì verrà riproposto il ”suo” Adelchi di Alessandro Manzoni che sotto forma di concerto, con Elisabetta Pozzi nel ruolo di Ermengarda, attingerà in modo nuovo all’edizione scaligera dell’84. Pessimismi di un artista irrequieto che da un mese ha superato la soglia dei 60 anni? Impeto oratorio alle prese con un personaggio tragico come Adelchi che s’espone coscientemente alla morte mentre frana il regno longobardo? Incontriamo Bene in una pausa delle prove, e ne ricaviamo una conversazione franca, qualche amara polemica ma soprattutto un’umana lezione di dialettica, poco incline al clamore.
• «Quando dico che tendo a togliermi di scena non affermo che voglio smettere di recitare. Mi si equivoca. Al contrario, io lotto a fondo, e non da oggi, per attestare una mia presenza/assenza a teatro. Le disfunzioni cardiache di cui soffro hanno indotto i medici a vietarmi di lavorare in palcoscenico, come pure di presentarmi in tribunale. Ciò nonostante, m’espongo a mio rischio se c’è da misurarsi con eccezionali eventi. E se l’Adelchi riserva più repliche è solo per venire incontro ad esigenze di spettatori e di programmazione cui l’Eti mi ha chiesto di aderire».
(Carmelo Bene a Rodolfo Di Giammarco).
• La gratifica la cosiddetta «immortalità» decretatale dall’opera omnia della Bompiani?
«Il concetto è assimilabile alla definizione di «divino» che qualcuno m’ha affibbiato quando ero più sprezzante. Adesso che non sfodero più capricci, che non ho pose dandistiche, che sono più sincero, e che mi considero più di là che di qua dopo aver conosciuto da ormai un decennio il calvario degli ospedali, mi sono davvero reso conto dell’insensatezza della vita, dello strepito inutile. E forse, in questo senso, paradossalmente, ora merito di più un appellativo che testimoni il mio approssimarmi a una soglia transitoria, ulteriore. Questa è già un’epoca di scompensi e di perdite importanti: penso alla morte di Nureyev, di Foucault, di Deleuze, di Lacan...».
(Carmelo Bene a Rodolfo Di Giammarco).
• Intende dire che, pur dando autorevole voce a tutte le figure maschili della tragedia del Manzoni lei affronta con consapevolezza quasi ascetica il tormento di Adelchi?
«Si, è inevitabile. io ho sempre vissuto da monaco, anche se talvolta le apparenze erano ingannatrici, turbolente. Nei riguardi del mio corpo ho esercitato la disciplina degli gnostici che contemplava fustigazione e distacco o, in alternativa, il logorio stressante del libertinaggio. Quest’ultima pratica, appartiene per me al passato, e da tempo vivo l’esatto rovesciamento, ossia uno spirito di autodistruzione che non ha niente a vedere però con un narcisismo suicida alla Byron».
(Carmelo Bene a Rodolfo Di Giammarco).
• Vuol dire che a un artista insofferente come lei è ormai precluso ogni piacere?
«Voglio dire che l’atarassia, l’imperturbabilità ha preso in me il sopravvento. Con l’aggiunta di un’indifferenza nei miei stessi confronti. So che un giorno devo morire, e sono arrivato a prepararmici col sostegno della filosofia. un atteggiamento non delirante ma di forza, di lucidità».
(Carmelo Bene a Rodolfo Di Giammarco).
• Cos’è cambiato dal Carmelo Bene dell’Adelchi dell’84 al Carmelo Bene della riproposta di oggi?
«Il tempo non esiste. Io credo d’essere Lorenzaccio e, assieme, tutti gli altri personaggi di ogni età che ho fatto, attraversato, pensato. Non ho conflittualità anagrafiche. Ricevo gran sollievo dal riuscire a stare anche fuori da me stesso. Il maggior insegnamento me l’hanno dato gli storici, là dove ad esempio per voce di Epitteto documentano un mondo in cui «povere anime trascinano cadaveri». E Manzoni, il Manzoni giovane a dispetto degli storici seduti accanto al fuoco, autore senza i cui versi pre-cattolici dell’Adelchi non avremmo avuto il romanticismo, Manzoni bolla d’infamia l’illusione del potere coi moniti del figlio di Desiderio «Godi che re non sei...», «Non resta che far torto, o patirlo», «Questo è un uomo che morrà». Parole testamentarie».
(Carmelo Bene a Rodolfo Di Giammarco).
• Ai margini di questo spettacolo-concerto dedicato allo scomparso Antonio Striano, cos’è che può ancora emozionare o urtare Carmelo Bene?
«Lo star male non mi dà fastidio più che tanto. Le sofferenze fisiologiche, come diceva bene Elsa Morante nel letto di morte, non sono di estremo disturbo. La volgarità vera è altra. Io, per il resto, non mi mescolo, non so. Dagli hotel o da casa vado direttamente ai palcoscenici dei teatri. Sono ostile a quella che con intuizione felice D’Annunzio chiama ”la tirannia delle plebi”. L’appiattimento dell’individuo è la sorte più preoccupante cui trascina ogni democrazia. Mi esalto per i quadri di Bacon. Mi emozionano i simbolisti, Blok o Laforgue. E mi emoziona anche molto il Garcia Lorca che nell’ ”Ode a Salvador Dalì” canta «Non è l’Arte la luce che ci acceca gli occhi/Prima è l’amore, l’amicizia o la scherma». Da un po’ di tempo provo sbalzi di sollievo nel lasciarmi parlare, nell’essere detto dalle cose. Una grande sensazione l’ho avuta di recente per il ”Callas Day”, di cui ho parlato anche nella mia rubrica di editorialista a Telepiù: assai più che una partita di calcio teleripresa in tempo reale, quei tanti frammenti di documentari di anni fa sulla Callas m’hanno fatto sentire i brividi di una diretta. L’orizzonte dei problemi politico-sociali non mi indigna più».
(Carmelo Bene a Rodolfo Di Giammarco).
• Si dissocia da lotte e da cronache per un senso di stanchezza o di diffidenza?
«Dando ragione ad Aristotele, mi sono convinto che i fatti non sono mai assoluti, definibili. Proprio come avveniva nell’antico teatro, a seconda di chi è il messo che vene viene a darti il resoconto di una cosa, la prospettiva cambia. In questo mi rassicura molto anche il pensiero di Schopenauer, di cui ogni lustro rileggo ”Il mondo come volontà e rappresentazione”.
(Carmelo Bene a Rodolfo Di Giammarco).
• Di che altre letture si serve più volentieri?
«Libri di filosofia, di patristica greca (quella non dogmatica, non positiva), e in teoria consulto ogni letteratura ma devo confessare che la più grande folgorazione l’ebbi con ”l’Ulisse” di Joyce, che ai miei occhi ha trasformato la vita in fenomeno estetico puro, tale è l’immediatezza del linguaggio: in futuro non si raccomanderà e non si tramanderà più l’Odissea di Omero (io amo solo l’Iliade che è follia totale), ma appunto, l’Ulisse joyciano».
(Carmelo Bene a Rodolfo Di Giammarco).
• Ci può dire qualcosa del ”Pinocchio” dal punto di vista della Fatina commissionatogli da Raidue, dell’ ”Invulnerabilità di Achille” con cui da poeta rivisiterà per lo Stabile dell’Abruzzo la ”Pentesilea” di Kleist, di un trattamento da ”Le roi s’amuse” di Hugo, del tutto-Leopardi di cui sta per occuparsi in vari brani di 5 o 20 minuti sempre per RaiDue? Come mai ora va d’accordo con istituzioni come l’Eti, come la Rai, gli Stabili?
«Sono gli uomini delle istituzioni, gli uomini singoli, quelli con cui posso dialogare. Di fatto sento invece che regna il vuoto. Come avrebbe detto Pasolini, meglio parlare «in nome dei secoli oscuri». E meglio ancora sarebbe se, in questo vuoto, fossimo del tutto trascurati. Guai a sentirsi dire che si vuole applicare un discorso di qualità alla quantità. Prodezze anselmiche».