Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 11 maggio 1998
I tre corpi erano vestiti
• I tre corpi erano vestiti. Rigorosamente vestiti. E non c’erano bicchieri né liquori sulla scena del delitto.
Soltanto tre poveri corpi fulminati dalla morte e affogati nel sangue. In Vaticano. A tarda sera, durante una tempesta. A pochi metri dal cancello della porta di Sant’Anna.
Che gli uccisi fossero vestiti e sobri è stata una delle prime informazioni contenute nei comunicati. Come dire: non profanate queste vittime con sordidi dubbi.
Ma Joaquin Navarro, portavoce del Papa, non ha battuto ciglio quando gli è stato chiesto se il presunto assassino suicida, il vicecaporale di 23 anni Cedric Tornay, e Clarys Meza, moglie del comandante delle guardie svizzere e assassinata, fossero amanti. Ha semplicemente risposto di no: «Non lo erano e la cosa non sarebbe stata del resto possibile alla prova dei fatti».
La terza vittima, la più importante, come si sa è l’appena nominato comandante della guardia Alois Estermann, 43 anni, che era stato vicecomandante dell’esercito di cento uomini che in alabarda e uniforme michelangiolesca presidiano gli spalti e le porte della Santa Sede dal 1510, quando anche i papi impugnavano la spada e indossavano la corazza.
• Brutto affare perché questa tragedia accenderà gli animi, metterà di malumore i cattolici e formerà materia di derisione per gli antipapisti. Sia detto con tutto il rispetto e la pena per le vite stroncate, ma un triplice omicidio in Vaticano è un boccone troppo ghiotto per romanzieri e registi, detectives dilettanti e veggenti, dietristi e agenzie di spionaggio. Quale che sia la verità, probabilmente la più semplice, la più banale e ovvia, tutti ci chiederemo e ci chiediamo: che cosa nasconde questo delitto, quali intrighi, quali legami occulti?
• normale. E ieri provavamo una certa pena per quel galantuomo di Joaquin Navarro che, spendendo la sua sobrietà ed eleganza, spiegava ai giornalisti in sala stampa che l’ipotesi più accreditata è l’attacco di follia. La follia di un vicecaporale che bussa di sera mentre fuori piove alla porta del comandante. Lui, il colonello Alois Estermann, è con la moglie Clarys, una bella venezuelana con cui ha il torto di condurre una vita troppo amorosa. L’episcopato svizzero, si sa, non amava il colonello Estermann. Quelli sono preti di montagna, conservatori fino all’ultimo bottone della tonaca, e non vedevano bene l’ascesa al comando di questo figlio di contadini. Infatti fino a qualche giorno fa il Vaticano cercava sangue blu per il posto di comando. Ma al giorno d’oggi per duemila dollari al mese non trovi uno straccio di conte, ma neanche di barone, disposto a trasferirsi da Lucerna a Borgo Pio per far la guardia ai Musei Vaticani e tenere sotto chiave i santissimi portoni.
• Alla fine aveva prevalso il sangue plebeo. Per la prima volta un figlio del popolo era diventato comandante del piccolo esercito della città di Dio. Ma ecco che lo scandalo dura pochissimo: il tempo di vuotare un caricatore. Quante stranezze dietro il portale di Sant’Anna, nel buio del più misterioso Stato del mondo. inevitabile che ci si chieda: che cosa sapeva il comandante Estermann? Naturalmente niente. Ma come evitare il peso della domanda, di fronte a un delitto tanto strampalato, sanguinoso e di genere mai visto Oltretevere?
Insomma, bussano alla porta. Erano le nove e su Roma si abbattevano tuoni e fulmini e saette. La signora Clarys indossa un completo grigio, il comandante Alois Estermann è in doppiopetto. Va ad aprire. Pochi secondi dopo si sentono cinque colpi e restano sul pavimento tre cadaveri. Navarro dirà: «No, ho visto quei corpi e non credo che abbiano avuto tempo di soffrire per quanto ne capisco io che sono un profano. Ma erano lì riversi e non c’era traccia di un movimento di fuga». Tradotto, vuol dire che ha sparato una persona (o più?) molto esperta nell’uccidere.
• difficile, dannatamente difficile, uccidere e uccidersi con tanta fulminea precisione senza che nessuno resti ferito a rantolare sul pavimento, a strisciare verso un telefono, macché: tutti e tre freddi e secchi all’istante, come in una fotografia. L’opera di un pazzo, ci dicono: un pazzo irato perché non l’avevano incluso fra i premiati. Irato perché tre mesi fa aveva ricevuto una lettera di formale rimprovero scritto avendo passato la notte fuori della caserma, violando i regolamenti. Decisamente un movente assurdo, ridicolo. Ma tuttavia un movente sostenuto da alcune prove: una lettera alla famiglia affidata dal caporale Cedric Tornay ad un commilitone, di cui non è stato diffuso il testo.
• Gli svizzeri hanno una loro tradizione, come dire, sudamericana: con la scusa che non fanno la guerra da secoli, hanno sviluppato una certa sindrome del mercenario già nota durante la guerra del ducato di Milano 1512, quando papa Giulio II impiegò per la prima volta le truppe elvetiche. Papa Giulio è quello con la corazza e la spada nel celebre quadro di Raffaello e dovette subito affrontare il problema dei soldati svizzeri che tendevano ad ammazzare i loro ufficiali e comandanti per futili motivi. La Chiesa romana usava gli svizzeri contro la Francia e affidava loro le alabarde benedette di sua Santità. Altri tempi, naturalmente. Oggi la guardia svizzera è quel che è: turismo e foto ricordo, come la guardia della regina a Buckingham Palace. Ma dietro quelle mura, in quelle caserme, restano tradizioni che non devono essere meno dure a morire del nonnismo e dei gavettoni.
• Per legge, gli ufficiali e specialmente il comandante devono avere moglie. Una moglie significa controllo sulla lussuria e certezza delle inclinazioni sessuali. E ciò perché il potere temporale ha deciso di ostacolare la sodomia svizzera, ben nota ai romaneschi appena ancora al tempo del Belli, quando i militari elvetici, a causa delle loro larghe narici o froge, erano detti per questo e innocentemente froci. Parola che assunse il successivo significato per estensione allusiva di alcune abitudini inveterate di quei pontifici alabardieri, soltanto a fama acquisita. E di questi soldati il Guicciardini scriveva: «Sono gli svizzeri uomini per natura feroci, rusticani».
• Naturalmente la Svizzera di oggi non è quella dei tempi di Lutero, ma l’aspetto rusticano, se fosse giusta la versione della vendicativa follia, è innegabile. Del resto, si sa che nel 1959 un altro militare papale svizzero, un certo Adolf Ruerche, tentò di uccidere il comandante Nullis e di suicidarsi, fallendo in entrambe le imprese.
• Per l’antica e la recente fama di truppa devota, ma alquanto lunatica e dalle non costanti tendenze, anche i moderni riformatori come Paolo VI vollero che la truppa elvetica fosse di notte consegnata in caserma, sotto chiave e sorveglianza, cosa che al vicecaporale Tornay (figlio di un panettiere e di una casalinga, divorziati) andò storta perché aveva una ragazza romana con cui poi ruppe malamente, ma che a febbraio tendeva ancora a trattenerlo fuori orario nella sua casa, mettendolo - fatte le debite proporzioni - nella condizione del giovane ufficiale di Senso finito al muro per diserzione.
• Il comandante Estermann invece era descritto da tutti come un «buon comandante». Buono, ma nel senso svizzero di duro e severo. Non brillava per senso dell’umorismo, ma per fedeltà e senso dell’onore. Parlava cinque lingue e non era di sicuro un soldato da operetta: oltre che vicecomandante del corpo svizzero, era un eccellente agente e tutti sanno che si gettò con il suo corpo su quello del Papa quando Alì Agca cominciò a sparare.
Sia come sia, la pistola che ha sparato è quella d’ordinanza del caporale: una Stick calibro nove con sei colpi nel caricatore di cui cinque esplosi. Una pallottola ha attraversato il cranio del comandante e, sporca di umori umani, si è conficcata in alto, quasi al soffitto. E la pistola stava sotto la pancia del caporale e dei suoi 23 anni irosi: un soldato volontario, come tutti questi militi con alabarda, e come tutti raccomandato, anzi «certificato» dal parroco del paese e dal vescovo. Moralità e religiosità sono elementi richiesti.