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 1997  maggio 12 Lunedì calendario

New York - Se a volte vi pare di essere spiati, non state sbagliando

• New York . Se a volte vi pare di essere spiati, non state sbagliando. Perché nell’era elettronica ogni passo, dall’acquisto di un pantalone con la carta di credito al conto di un ristorante, viene registrato. Ogni telefonata può essere schedata, ogni movimento in un luogo pubblico ripreso, e persino le vostre caratteristiche genetiche possono essere raccolte in una banca dati. Tutto allo scopo di sapere chi siete, come vi muovete, cosa preferite fare, quali pericoli potreste portare alla società, e quali opportunità di guadagno offrite.
• Negli Stati Uniti, ad esempio, se fate domanda per una carta di credito, la banca richiede il vostro ”Social security number”, cioè una specie di codice identificativo. Quel numero viene passato ad agenzie specializzate sparse nei luoghi più remoti del paese, tipo la Experian di Allen, Texas, che verificano la vostra ”credit history”, ossia quanti prestiti avete chiesto, quando li avete ripagati, come avete usato le vostre carte di credito e i vostri conti in banca. Se il giudizio è positivo ricevete la carta, altrimenti venite rigettati, e il vostro nome finisce nell’archivio informatico degli inaffidabili. Ciò significa non poter fare una prenotazione d’albergo o d’aereo, perché tutti chiedono la carta di credito prima del nome, e magari suscitare i sospetti della polizia, che dubita di un vagabondo incapace di ottenere fiducia da una banca. Questo potenziale incubo si chiama sorveglianza elettronica, e David Lyon, professore di sociologia alla Queen’s University di Kingston, in Canada, se n’è occupato in un libro scritto nel 1984, uscito ora in Italia da Feltrinelli col titolo L’occhio elettronico.
• Dal 1984 ad oggi – gli abbiamo chiesto – quanto è peggiorata la situazione? «Molto. Ad esempio il noto sistema telefonico di identificazione di chi chiama viene utilizzato dalle compagnie per verificare i negozi a cui siete interessati, e quindi vendere i vostri dati a chi vuole pressarvi con pubblicità diretta e personalizzata. Questa sorveglianza elettronica, nata soprattutto come trovata commerciale, si sta mischiando sempre più con le esigenze di controllo dei governi. Ad esempio al confine fra Canada e Stati Uniti è in prova un sistema per verificare se chi fa acquisti nei negozi riceve anche l’assistenza sociale, e quindi per scoprire eventuali truffe di chi richiede i sussidi pur avendo una buona disponibilità economica».
• Di recente sono nate anche le ”smart card”, ossia carte intelligenti personalizzate per tutte le transazioni, che secondo gli ideatori in pochi anni prenderanno completamente il posto del denaro contante. «Certo, in Canada e Gran Bretagna sono in corso due esperimenti, e se funzioneranno le smart card arriveranno in tutto il mondo. Su queste carte sono registrati i vostri dati, compresa una foto, e quindi lasciano una traccia ovunque passiate. Un esempio di sviluppo commerciale potenzialmente utile della sorveglianza elettronica, che però espone tutti ad abusi da parte dei privati e delle autorità».
• Tra pochi mesi sarà possibile anche accedere a satelliti privati, per fare indagini personali con strumenti simili a quelli della Cia. Alla Columbia University di New York, invece, hanno costruito la ”OmniCam” una camera per computer che fa riprese a 360 gradi, e consente a migliaia di terminali di collegarsi in contemporanea, per inquadrare primi piani diversi di uno stesso ambiente. «Questo può permettere a tutti di difendersi cercando le proprie informazioni ma minaccia anche la privacy. Poi sono in costruzione database genetici per schedarci dal punto di vista fisico e strumenti di sorveglianza video estremamente sofisticati».
• Sembra il Grande Fratello di Orwell, oppure lei sostiene che la società influenza le tecnologie almeno quanto le tecnologie influenzano la società? «In realtà i rischi per la privacy sono altissimi, ma la tecnologia è una creazione umana, e tutto dipende da come viene adoperata. Ad esempio, quando la sorveglianza elettronica arriva in una società già autoritaria come Singapore, è probabile che venga usata per aumentare il potere di controllo del governo. Quando invece tocca un paese tipo il Canada, la società ha più difese. Negli ultimi anni fra la gente è cresciuta la coscienza di questi pericoli, ma gli strumenti di sorveglianza sono diventati più sofisticati e meno visibili, ed è aumentata la possibilità di controlli incrociati fra organizzazioni commerciali e governative, usando sistemi diversi tipo i computer, le tv e l’audio del telefono».
• Quali sono gli effetti immediati, oltre al rischio di abusi delle autorità o dei privati? «Di sicuro la sorveglianza elettronica aumenta le divisioni nella società, perché i sistemi di controllo sono per natura discriminatori».
• Se la società ha davvero la forza di modellare lo sviluppo delle tecnologie, non c’è anche il pericolo inverso di un modellamento della società verso forme più autoritarie da parte delle tecnologie? «Certo, anche se le tecnologie sono neutrali, e possono portare anche molto bene. Tutto dipende da noi, e cioè da quale società scegliamo di volere. La sorveglianza, ad esempio, è utile per controllare i rischi, prevenire i comportamenti e quindi i crimini ma crea anche pericoli di abusi verso le persone e di annullamento delle relazioni sociali dirette. Io non so se crescerà una resistenza a queste tendenze, ma negli ultimi 15 anni mi è sembrato di vedere un aumento dei casi in cui è il computer a usare l’uomo».
• Cosa pensa, ad esempio, della resistenza fatta dagli hackers? A New York c’è un noto gruppo guidato da un ragazzo che si fa chiamare Emmanuel Goldstein, come il rivale storico del Grande Fratello nel libro di Orwell, e lui dice che le sue scorrerie cibernetiche sono necessarie a proteggere la società dagli abusi. «Bisogna distinguere tra quello che vediamo al cinema e la realtà. Il problema è che la filosofia della sorveglianza elettronica è aggressiva. Un tempo i produttori di beni erano al servizio dei consumatori, e cercavano di capire le loro esigenze per soddisfarle. Oggi è il contrario: i consumatori sono un target, e le metafore utilizzate dai produttori somigliano a quelle di guerra. I desideri vanno creati artificialmente, per spingere poi a certi comportamenti, e il processo è dominato da una preoccupante dose di aggressività».
• Siamo davanti ad una specie di gnosticismo cibernetico postmoderno? «Anche. Quando parli con gli ingegneri o gli addetti ai lavori, ti danno l’impressione di ridurre tutto a problemi di natura tecnica, invece questi fenomeni hanno un impatto sociale, politico e anche spirituale, di cui bisogna imparare a tenere più conto». Le sue soluzioni? «Bisogna lavorare almeno su quattro livelli. Prima di tutto, dobbiamo ripensare la tecnologia come attività fatta dall’uomo, coinvolgendo nel dibattito tanto gli ingegneri, quanto la gente che non usa i nuovi strumenti ma ne viene influenzata. Poi bisogna facilitare la presa di coscienza da parte dei cittadini della sorveglianza elettronica, tramite i media, ma anche istituzioni come i sindacati o le Chiese. Poi dobbiamo impegnarci nell’istruzione: non dobbiamo insegnare solo l’alfabetizzazione informatica, ma anche la civilizzazione informatica. Infine bisogna lavorare a livello legale, per cercare di difendere il più possibile la privacy delle persone».